Rapporto di Giovanni Scuderi, a nome dell'Ufficio politico del PMLI, al 5 Congresso nazionale del PMLI
Avanti con forza e fiducia verso l'Italia unita, rossa e socialista
 
1. L'imperialismo 2. La terza repubblica 3. Il socialismo 4. Il Partito

Care compagne, cari compagni,
vi parlo a nome dell'Ufficio politico, che ringrazio per l'alto onore concessomi. Sono passati esattamente dieci anni dal precedente Congresso. Nel frattempo sono emerse diverse novità nel mondo, in Italia e all'interno del nostro amato Partito. È opportuno esaminarne le principali. Il Comitato centrale l'ha già fatto attraverso il Progetto di tesi approvato da tutti i Congressi di base. Si tratta di una iniziativa inedita, decisa dall'Ufficio politico. Infatti, in nessuno dei precedenti Congressi sono state presentate delle tesi del Comitato centrale.
Il Progetto di tesi, che sarà posto all'approvazione del Congresso, è stato redatto da una Commissione ad hoc diretta dal compagno Achille Zanieri. Esso ci illumina lo scenario internazionale e nazionale e il prossimo cammino del nostro Partito.
Le compagne e i compagni che l'hanno redatto, ai quali va un profondo e riconoscente ringraziamento da parte di tutto il Partito, e il Comitato centrale che ha approvato il loro lavoro hanno utilizzato il telescopio, per vedere lontano, e il microscopio, per vedere vicino, del marxismo-leninismo-pensiero di Mao e la linea proletaria rivoluzionaria e marxista-leninista del Partito. Lo stesso dobbiamo fare tutti noi nella discussione congressuale. Perché se non ci si attiene fermamente al marxismo-leninismo-pensiero di Mao e alla linea del PMLI si fa presto a scambiare fischi per fiaschi, a cadere sotto l'influenza della borghesia e dei suoi servi, a scivolare nell'idealismo, nel soggettivismo e nell'individualismo.
Il marxismo è uno strumento fondamentale per conoscere la realtà. Non siamo più solo noi ad affermarlo. L'ha persino detto il cardinale Reinhard, successore di papa Ratzinger a Monaco di Baviera, che ha recentemente riconosciuto i meriti di Marx sull'analisi del capitalismo, con queste inequivocabili parole: "Marx ha visto giusto, è un errore considerarlo morto. Poggiamo tutti sulle spalle di Marx... Marx sta rivivendo adesso una rivincita".
Avanti con forza e fiducia verso l'Italia unita, rossa e socialista. Questa è la parola d'ordine del Congresso. Dobbiamo tutti onorarla con la discussione congressuale. Questo rapporto farà la sua parte, ma anche voi dovete fare la vostra parte, intervenendo nel dibattito in base alla vostra esperienza e conoscenza.

L'imperialismo
La grande tempesta finanziaria, che ancora infuria nel mondo, ha messo in ginocchio l'imperialismo americano. Partita da Wall Street nel luglio dell'anno scorso, a causa della deflagrazione della bolla immobiliare e dei mutui subprime insolventi, essa ha sconvolto il panorama finanziario americano. Tutte le cinque banche di investimento sono scomparse, due di esse sono divenute banche di credito ordinarie sotto il controllo della Federal reserve, buona parte del sistema finanziario è stato nazionalizzato, anche l'Aig, la più grande compagnia di assicurazione del mondo. I tre colossi automobilistici rischiano il fallimento, se non li salva il governo. In nome del libero mercato, il capitalismo finanziario aveva preso il sopravvento sull'economia reale, e ora questa ne fa le spese, ripercuotendosi sulle masse popolari.
Il piano di salvataggio messo in piedi dal ministro del tesoro Paulson, che dispone di 700 miliardi di dollari per acquisire parte dei titoli legati ai finanziamenti immobiliari ipotecari non riesce a calmare la tempesta finanziaria. Non ce la fa nemmeno il successivo maxipiano di 800 miliardi di dollari per acquistare titoli che nessuno vuole e che non hanno perciò alcun valore.
Di fronte alle nazionalizzazioni, gli iperliberisti, cioè i sostenitori del libero mercato senza alcun intervento dello Stato, urlano al socialismo. Non è una novità, è una posizione classica. Engels, in una nota su "Antidühring" pubblicato nel 1878, portava per esempio il cancelliere tedesco Bismarck che era accusato di essere socialista per aver fatto delle statalizzazioni. Allora, diceva Engels, su questa base si potrebbero citare Napoleone e Metternich tra i fondatori del socialismo, visto che avevano statizzato il tabacco.
Lo stesso potremmo dire noi di Mussolini che ha istituito l'Iri. Il fatto è che quando le Banche e le industrie sono in forte crisi e sull'orlo del fallimento è normale che intervenga lo Stato borghese, che è il capitalista collettivo, per salvarle, con i soldi pubblici, cioè del popolo.
Non è comunque la prima volta che il governo americano interviene così massicciamente nell'economia per salvare il sistema economico capitalista. Vi ricorse Roosvelt con il cosiddetto "New deal", nella grande depressione dei primi anni Trenta, in conseguenza della devastante crisi del '29.
I governanti borghesi a volte lasciano completo campo libero ai capitalisti e ai finanzieri, a volte ricorrono all'intervento dello Stato tramite le nazionalizzazioni per salvare le banche e le imprese che rischiano il fallimento, per poi riprivatizzarle quando sono state riassestate. Dipende dalla congiuntura economica nazionale e internazionale e dalla competitività e dalla concorrenza dei vari paesi imperialisti.
Nulla, comunque, possono fare per prevenire ed evitare le crisi finanziarie ed economiche che sono insite nella natura stessa del sistema economico capitalistico, e che esplodono ciclicamente con più o meno intensità ed estensione. Quella attuale è la seconda crisi generale dell'imperialismo. Come dice Stalin, per eliminare le crisi occorre eliminare il capitalismo.
Il crollo di Wall Street è la pietra tombale dell'egemonia dell'imperialismo americano nel mondo. Gli rimane il predominio militare, ma fino a quando? In ogni caso è fallito il disegno unipolare di Bush lanciato dopo l'attentato dell'11 settembre 2001 alle Torri Gemelle.
Sul piano finanziario, gli Usa non dettano più legge, e sono ora costretti a venire a patti con le altre superpotenze. In particolare con la Ue, la Cina e il Giappone che dispongono di valute all'altezza delle loro rispettive sovranità monetarie e potenze economiche.
Come con gli accordi di Bretton Woods, nel 1944, l'imperialismo inglese fu costretto a lasciare lo scettro di comando all'imperialismo americano, presumibilmente con gli accordi del prossimo G20, che di fatto ha sostituito il G8, gli Usa saranno costretti a lasciare la posizione dominante nel mondo.
Il nuovo presidente degli Stati Uniti Obama, esponente della "sinistra" dell'imperialismo americano, non potrà fare assolutamente nulla per riprendere in mano la situazione internazionale. Non riuscirà nemmeno a risolvere i grossi problemi sociali causati dalla crisi, non avendo a disposizione le risorse necessarie. Su di lui, la "sinistra" borghese italiana sta facendo un gran chiasso spargendo tante illusioni, ma già in America, nella cerchia dei suoi estimatori, si dice che Obama "tiene il potere con la mano sinistra e suona con la mano destra".
Anche la Cina e l'India, le due superpotenze imperialiste dell'Asia, sono state colpite dalla tempesta finanziaria. Ma in misura minore, specie la Cina.
La Cina della cricca dei rinnegati e fascisti Hu e Wen è il maggiore detentore mondiale di liquidità, disponendo di tre delle sei maggiori banche del mondo per capitalizzazione, inoltre è il banchiere centrale degli Usa, e possiede un portafogli gonfio di azioni di molte grandi aziende americane. Essa è considerata unanimemente una potenza planetaria finanziaria, economica, industriale, manifatturiera, scientifica e tecnologica. Non lo è ancora sul piano militare, ma le sue spese militari stanno crescendo a vista d'occhio. La sua flotta militare è già al terzo posto, dopo Usa e Russia, tra le prime otto flotte da guerra nel mondo.
Secondo uno studio per l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nel 2030 la Cina sarà la più grande economia mondiale, seguita dagli Usa. Il terzo posto sarà disputato tra l'Ue e l'India. Dall'anno prossimo, la Cina realizzerà il 17% di tutta la produzione industriale del mondo, contro il 16% degli Usa.
Gli Usa di Bush considerano la Cina come l'unico rivale strategico, in grado di alterare gli equilibri planetari. Di conseguenza, il Pentagono ha stabilito le sue priorità individuando nell'ascesa della Cina la "nuova minaccia del XXI secolo".
Certo è che gli Usa stanno perdendo terreno in America Latina, per via della ribellione del Venezuela, della Bolivia, dell'Ecuador, del Paraguay e del Nicaragua, mentre la Cina avanza speditamente in quella regione sui piani economico, finanziario, commerciale e diplomatico. Lo stesso sta accadendo in Africa su impulso del Patto di cooperazione tra la Cina e 48 Paesi dell'Africa firmato a Pechino il 5 novembre 2006. Un'alleanza strategica che consente alla Cina di invadere l'Africa delle sue merci e di saccheggiare le materie prime, a partire dal petrolio.
La Cina si avvia dunque a essere la principale superpotenza imperialista del mondo.
Il declino globale, non solo finanziario, dell'imperialismo americano si è manifestato chiaramente in Georgia dove la Russia imperialista, invadendola, ha fatto e disfatto quello che ha voluto senza che gli Usa abbiano osato fermarla con la forza delle armi per soccorrere il suo stretto alleato Saakhasvili.
La Russia della cricca dei rinnegati e fascisti Putin-Medvedev, da paese capitalista in disfacimento e mendicante qual era stato ridotto da Gorbaciov e Eltsin, è divenuta una superpotenza imperialista che non è disposta in alcun modo a perdere, nemmeno in minima parte, la sua zona di influenza, a subire passivamente l'accerchiamento militare dell'imperialismo americano, della Ue e della Nato, a essere tagliata fuori dagli affari internazionali dell'imperialismo e dalla disputa per il dominio mondiale.
L'Unione europea imperialista si barcamena tra l'imperialismo americano e quello russo. Cerca di andare d'accordo con entrambi per fare il suo gioco che è quello di tenersi stretta la regione e allargare il proprio spazio e la propria influenza nel Caucaso, nei Balcani, in Medioriente, nel Golfo Persico e ovunque nel globo. Anch'essa è in corsa, e in primo piano, per il dominio del mondo.
Il "nuovo ordine mondiale", imposto dagli Usa di Bush, è andato a gambe all'aria. Dall'unilateralismo siamo passati di fatto al multilateralismo. Ciò però non significa che diminuiranno le contraddizioni interimperialistiche, anzi le moltiplicherà. Ciascun paese imperialista continuerà a volere un pezzo più grosso della torta da spartirsi, il che potrebbe sfociare in guerre interimperialistiche. In qualsiasi momento i paesi imperialistici possono combattersi armi in pugno per le materie prime, per il controllo delle vie di trasporto energetico, per il mercato, per le zone di influenza. Un recente rapporto dei servizi segreti americani prevede anche delle guerre per il cibo e per l'acqua.
Attualmente il più pericoloso focolaio di guerra interimperialista è aperto nell'Europa orientale, dove gli Usa, con la condiscendenza dell'Ue e della Nato, hanno installato uno scudo antimissile contro la Russia.
I popoli interessati non devono partecipare alle guerre interimperialistiche. Devono sabotarle e rivoltare le armi contro il proprio governo.
A causa dell'imperialismo, le disuguaglianze sociali, di sesso e territoriali crescono, non diminuiscono. 1,3 miliardi di persone "vivono" con due dollari al giorno, quasi mezzo miliardo con un dollaro. Il 68% dei poveri stanno in Africa. 28 milioni di adulti e 5,7 milioni di bambini sono sottoposti a schiavitù. 36 milioni di persone muoiono ogni anno per fame. L'età media di una donna è di 38 anni nello Zimbabwe e di 85 anni in Giappone.
L'1% della popolazione mondiale possiede il 40% di tutti i capitali del globo. Le 50 persone più ricche del mondo guadagnano più di 416 milioni di persone.
Secondo il direttore generale dell'Organizzazione internazionale del lavoro, "si prospettano tempi difficili per un miliardo e mezzo di lavoratori", nei "paesi industrializzati" i salari scenderanno a -5% nel prossimo anno, il salario delle donne in media oscilla tra il 70 e il 90% del salario degli uomini.
È previsto che i 190 milioni di disoccupati nel mondo passeranno entro quest'anno a 210 milioni. 1,5 miliardi di persone non hanno accesso all'acqua potabile e 2,6 miliardi non dispongono dei servizi igienico-sanitari di base. Ogni anno muoiono 4.900 bambini sotto i 5 anni per malattie infettive per mancanza o cattiva qualità dell'acqua potabile e d'igiene. 2 milioni di persone ogni anno muoiono sul lavoro. In 270 milioni rimangono feriti e 160 milioni contraggono malattie professionali. Da tutto ciò nasce l'attuale migrazione biblica, che impone le frontiere aperte dei paesi imperialistici e la parità dei diritti e dei doveri di tutti i presenti in detti paesi senza alcuna distinzione di colore di pelle e di provenienza geografica.
I popoli non tollerano l'imperialismo. Specie quelli direttamente oppressi dall'occupazione dei paesi imperialisti, come Iraq, Afghanistan, Palestina. Le guerre di liberazione nazionale che si svolgono in quei paesi ne sono una chiara testimonianza. Nemmeno le etnie e i popoli oppressi all'interno dei paesi imperialisti tollerano l'imperialismo, e lottano per l'indipendenza o per l'autonomia, come i tibetani e gli inguri in Cina, e i ceceni nella Federazione russa.
Nell'uno come nell'altro caso, noi dobbiamo appoggiare risolutamente la lotta di quei popoli, indipendentemente dalle forze che li guidano, fossero anche anticomuniste. La questione principale è la loro liberazione ed emancipazione dall'imperialismo. Poi spetterà a ciascun popolo decidere il suo destino politico, il regime da instaurare dopo la vittoria. È secondario se questa vittoria viene ottenuta sotto l'egida e con l'aiuto di una qualsiasi superpotenza imperialista. Come è accaduto per l'indipendenza del Kosovo, dell'Ossezia del Sud e dell'Abkbazia, appoggiate la prima dagli Usa e da parte dell'Ue e le altre due dalla Russia.
Questi popoli sono caduti dalla padella nella brace. Ma bruciandosi di nuovo impareranno definitivamente che bisogna contare soprattutto sulle proprie forze ed essere assolutamente indipendenti da ogni imperialismo. Così come impareranno che l'assalto a Mumbay non è la via giusta e vincente per emanciparsi dall'imperialismo.
Le superpotenze imperialiste non rispettano per niente il diritto internazionale vigente e i deliberati dell'Onu. Esse coprono le loro guerre di aggressione e di dominio e la violazione dell'indipendenza, della sovranità e dell'integrità degli Stati con delle teorie false e di comodo, come "ingerenza umanitaria", "ragioni umanitarie", "lotta al terrorismo". Cionostante non riescono a bloccare la tendenza dei popoli alla libertà, all'indipendenza, all'autodeterminazione. La vittoria dell'imperialismo è temporanea, alla fine trionferà la rivoluzione.

La terza repubblica
In Italia domina tuttora l'imperialismo. Al potere c'è la borghesia. Quella con la camicia nera siede a Palazzo Chigi. Non è la prima volta. C'è sempre stata, a parte il periodo del "centro-sinistra", attraverso i leader della Democrazia cristiana e del partito socialista italiano, Craxi in primo luogo. Solo che con l'insediamento, per ben quattro volte in questi ultimi 14 anni, del neoduce Berlusconi la destra borghese ha potuto portare avanti sistematicamente il suo disegno neofascista, reazionario, piduista, mafioso, di chiara matrice fascista mussoliniana.
I governi a maggioranza DC non potevano arrivare a tanto. Perché erano fortemente condizionati dalla sconfitta della dittatura fascista di Mussolini, dalla vittoria della Resistenza, dall'esistenza dell'Urss di Stalin e della Cina di Mao, dall'azione del PCI, il più forte partito revisionista dell'Occidente, dalla combattività del proletariato, delle masse e delle nuove generazioni di sinistra, che in larghissima parte fino agli anni '70 aspiravano al socialismo.
In quella situazione era oggettivamente impossibile fare e realizzare programmi governativi che uscissero dal terreno della Costituzione del '48 e della prima Repubblica antifascista. Anche perché la "sinistra" democristiana non lo permetteva.
La destra borghese, dentro e fuori la DC, agiva nell'ombra con piani segreti golpisti, con lo stragismo e con le provocazioni terroristiche per stabilizzare i governi a maggioranza democristiana e per impedire l'ingresso nel governo al partito revisionista che veniva considerato comunista e portatore del progetto socialista e perché era legato all'Urss avversaria dell'Alleanza Atlantica.
Berlusconi invece ha avuto completo campo libero, poiché nel frattempo il panorama internazionale e nazionale era profondamente cambiato. Erano scomparsi tutti i paesi europei nominalmente socialisti, il partito comunista revisionista italiano era divenuto un partito apertamente borghese, liberale e riformista, la DC e i suoi alleati, PSI, PSDI, PRI, PLI e i loro massimi dirigenti, erano stati spazzati via da tangentopoli, e si erano completate la decomunistizzazione, la deideologizzazione e la derivoluzionarizzazione delle masse proletarie e popolari per opera dei revisionisti.
In quell'inedita situazione, la destra borghese aveva bisogno di un nuovo "uomo della provvidenza" e l'ha trovato in Berlusconi. Riunendo attorno a sé i vecchi e i nuovi fascisti, costui non ha perso tempo per restaurare il fascismo sotto nuove forme, nuovi vessilli e nuovi metodi, abbattendo la prima Repubblica e instaurando la seconda repubblica. Ora lavora per la terza repubblica incentrata sul presidenzialismo, il federalismo, il bipartitismo e l'interventismo all'estero. Su quest'ultimo piano, egli attua la stessa politica estera di Mussolini tesa a dare "un posto al sole" all'imperialismo italiano.
Ispirato dalla doppia triade mussoliniana "dio, patria, famiglia" e "credere, obbedire, combattere", Berlusconi sta procedendo come un caterpillar per cambiare i connotati della Costituzione vigente, dello Stato e del governo. Come è noto, non solo a noi, anche se siamo i soli o quasi a insistere su ciò, sta tutto scritto nel "Piano di rinascita democratica" della P2, di cui Gelli, recentemente, ne ha rivendicato la paternità e si è compiaciuto della sua realizzazione. Ma se si va più indietro nella memoria storica, tante cose realizzate o programmate da Berlusconi le troviamo nei discorsi di Mussolini e nei suoi atti governativi. In particolare per quanto riguarda l'organizzazione dello Stato, il governo, i rapporti sindacali, i migranti, la scuola, la stampa, i giovani, la morale e l'etica.
Da quella cultura fascista mussoliniana scaturiscono gli atti di imperio di Berlusconi, come lo sconvolgimento della legislazione sul lavoro attraverso la deregolamentazione dei contratti, l'aumento della precarietà, l'indebolimento del contrasto al lavoro nero, della tutela della salute e della sicurezza sul lavoro, la cancellazione del mantenimento del salario e dei diritti contrattuali per i lavoratori che vengono trasferiti da un'azienda a un'altra; come la nuova base Usa a Vicenza, le megadiscariche e gli inceneritori a Napoli e in Campania, la Tav in Val Susa, il Ponte di Messina, il Mose a Venezia, che non tengono in alcun conto la volontà delle masse e nemmeno quella delle opposizioni parlamentari.
Le istituzioni di questo regime neofascista sono corrotte, inaffidabili, non credibili, compresa la magistratura. Clamorosa e senza precedenti la guerra in atto tra le procure di Salerno e di Catanzaro, in cui si è messo in mezzo inspiegabilmente il presidente della Repubblica. Non si vuol far luce sull'intreccio magistratura, affari, mafia, massoneria, alti prelati e politici di destra e di "sinistra", tra cui Prodi e Mastella rispettivamente ex premier e ministro della giustizia, su cui indagava De Magistris.
Noi chiediamo che a questi siano ridate subito le inchieste Why Not, Poseidone e Toghe Lucane, e al contempo invitiamo le opposizioni parlamentari a bloccare il governo e Alfano che, approfittando dell'occasione, cercano di accelerare i tempi della controriforma della magistratura, che assoggetterà i pubblici ministeri all'esecutivo, secondo il piano della P2.
Il nuovo Mussolini con la giacca a doppiopetto ha creato un clima nazionalista, patriottardo, militarista, razzista, xenofobo e maschilista da cui nascono le aggressioni agli antifascisti, la caccia ai migranti e agli omosessuali, l'ostracismo verso i mendicanti e i cosiddetti "barboni" che addirittura si arriva a bruciarli vivi, come è successo in questi giorni a Rimini, la violenza sulle donne, specie in famiglia, e il "bullismo" nelle scuole e nei territori.
Nel ventennio mussoliniano erano le camicie nere e gli squadristi preposti a mantenere l'ordine del regime e a "mettere a posto" gli oppositori più combattivi. Ora ci pensano le bande apertamente fasciste di Forza Nuova, Fiamma tricolore, Blocco studentesco e simili.
Questo governo è pappa e ciccia col Vaticano di papa Ratzinger, che sulle questioni etiche e morali e su quelle riguardanti la famiglia, la donna, la riproduzione, l'embrione ha posizioni oscurantiste medievali, si è persino opposto alla depenalizzazione del "reato" di omosessualità nel mondo e non ha firmato la convenzione Onu sui diritti dei disabili, perché non contiene un divieto esplicito sull'aborto. Ieri è bastato che i vescovi italiani minacciassero una mobilitazione contro i tagli alle scuole cattoliche che il governo li abolisse nel giro di poche ore.
Contro tutto questo, il PD di Veltroni, inebetito, frastornato, diviso al suo interno, travolto dagli scandali in Abruzzo, a Napoli, Firenze e in altre città, preoccupato unicamente per il suo futuro governativo, non muove un dito, nemmeno in parlamento. Anzi persegue sostanzialmente la stessa linea di Berlusconi per quanto riguarda il federalismo, il presidenzialismo, la legge elettorale, la politica di potenza dell'Italia, l'anticomunismo, la "memoria condivisa". In ciò appoggiato da Vittorio Emanuele Napolitano che è giunto persino a esaltare la partecipazione dell'Italia alla prima guerra mondiale imperialista.
Il PD è ormai una colonna del regime neofascista. Talmente necessario che il quotidiano fascista di An, "Il Secolo d'Italia", gli ha dedicato quasi un numero monografico con la parola d'ordine "Salviamo la sinistra".
Per aver partecipato ai governi nazionali di "centro-sinistra", per avere tuttora in mano una infinità di giunte regionali, provinciali e comunali, esso è corresponsabile, assieme al "centro-destra", delle gravi condizioni in cui vivono le masse italiane.
I poveri sono 7 milioni e 542 mila, di cui 5,7 milioni nel Mezzogiorno. Sei milioni e mezzo di pensionati percepiscono 550 euro al mese, e tre milioni sono tra gli 800 e 1.200 euro. Più di 800 mila persone fanno un lavoro precario e percepiscono 8 mila euro l'anno. 14 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro al mese, di cui 7,3 milioni ne guadagnano meno di mille. Il salario femminile è più basso di quello maschile. Il 10% degli italiani possiede il 42% della ricchezza totale. I disoccupati ufficiale sono attorno al 6% ma già si parla che a breve arriveranno all'8%. A settembre la cassa integrazione ordinaria è cresciuta del 68,45% rispetto allo stesso periodo del 2007. Salirà a breve alle stelle la cassa integrazione straordinaria a causa della imminente chiusura o "ristrutturazione" di tante aziende. Già si parla di 900 mila licenziamenti. Gli omicidi sul lavoro, sempre più raccapriccianti, al di là delle chiacchiere governative e parlamentari, non si arrestano. L'anno scorso se ne sono registrati 1.260.
Proprio oggi ricorre il primo anniversario della strage alla Thissen Krupp di Torino in cui furono bruciati vivi sette operai. Rinnoviamo alle loro famiglie la nostra solidarietà di classe, ai padroni di quella fabbrica la nostra accusa di assassini e ai governanti di ieri e di oggi il nostro massimo disprezzo per non avere ancora risolto il problema della sicurezza sul lavoro.
La crisi finanziaria mondiale, che si è ripercossa pesantemente anche in Italia, peggiorerà ulteriormente le condizioni di vita e di lavoro delle masse. Il nostro Paese è ufficialmente in recessione, e la ripresa è prevista alla fine del prossimo anno. Ma il tempo della ripresa potrebbe essere più lungo. Il prossimo futuro sarà comunque un periodo durissimo, che non può essere affrontato con le elemosine e i bonus governativi, perché il rischio è di non poter arrivare nemmeno alla terza settimana. Occorrono rimedi strutturali, ossia permanenti non aleatori: aumenti degli stipendi e delle pensioni sociali, minime, basse e medie, ripristino della scala mobile, tagli fiscali ai redditi medio-bassi e aumento delle tasse ai redditi alti e altissimi, tassazione dei grandi patrimoni e delle grosse rendite, blocco totale dei prezzi e delle tariffe, blocco dei licenziamenti, stabilizzazione dei precari, "ammortizzatori sociali" universali, alzare la retribuzione della cassa integrazione, indennità di disoccupazione pari al salario medio degli operai dell'industria per un periodo non inferiore a tre anni, estesa ai giovani in cerca di prima occupazione, ampi interventi pubblici per il Mezzogiorno, abbattere gli interessi bancari sui mutui sulla prima casa.
È assolutamente inaccettabile la politica di Berlusconi di finanziare le banche e le grandi imprese e di dare un piatto di lenticchie alle masse. Come non è accettabile la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite. A questo punto è meglio nazionalizzare le grandi banche e le grandi imprese.
Mentre condanniamo il collaborazionismo e il codismo della Cisl e della Uil verso il governo, ci schieriamo con la Cgil che ha respinto i provvedimenti anticrisi di Berlusconi e saremo in piazza con essa il 12 dicembre per lo sciopero generale di 4 ore. Le chiediamo però di indirne un altro subito dopo di 8 ore con manifestazione nazionale sotto Palazzo Chigi. Perché è ora di muovere la piazza per abbattere il governo del neoduce Berlusconi.
Questo governo sta facendo troppo male al Paese, anche alla scuola e alla università che vuole totalmente privatizzare, aziendalizzare e rendere funzionali alle nuove necessità dell'imperialismo italiano.
Le studentesse e gli studenti però gli hanno dato una risposta di massa fulminante: l'istruzione pubblica non si tocca! E hanno messo in piedi un grande movimento che gode dell'appoggio e del coinvolgimento dei genitori, dei docenti, dei ricercatori, dei dottorandi e degli altri lavoratori dell'istruzione, nonché di larghissima parte del movimento sindacale.
La nuova ondata di lotte studentesche, come quelle del '68, del '77, dell'85, del '90 e del 2001, dimostra che quando i governi fanno un passo pesante per privatizzare l'Istruzione e per colpire il diritto allo studio, esplode immediatamente la rivolta delle masse studentesche. È quanto è accaduto con la legge 133 di Tremonti e la legge Gelmini sull'Università.
L'attuale movimento studentesco, per la piattaforma che ha elaborato e per come si muove dimostra di avere una notevole maturità e capacità politiche e organizzative e il fiato lungo. Può farcela, e noi l'appoggiamo con tutte le nostre forze.
Gli sfugge però il problema chiave, che è quello del governo della scuola e dell'università. Spetta alle studentesse e agli studenti marxisti-leninisti porre questa questione, approfittando del fatto che negli atenei è in atto una discussione sull'autoriforma universitaria. È la condizione ideale per poter presentare la nostra proposta dell'università governata dalle studentesse e dagli studenti. Lo dobbiamo fare spiegandone dialetticamente la necessità, la funzione e gli scopi, nonché il metodo per realizzarla.
Come è noto, la nostra antica proposta, ispirata all'esperienza del movimento studentesco del '68, è quella di sostituire gli attuali "organi collegiali" di governo con nuovi organi di governo in cui le studentesse e gli studenti siano la maggioranza e dispongano di poteri vincolanti. Ne devono far parte i rappresentanti del personale docente e non docente, come minoranza, e tutti i membri devono essere eletti dalle rispettive Assemblee generali, fondate sul principio della democrazia diretta, che potranno revocarli in qualsiasi momento.
Dato l'attuale rapporto di forza a noi sfavorevole, non sarà possibile nell'immediato ottenere dei risultati concreti, ma intanto mettiamo una "pulce nell'orecchio", aiutiamo le masse studentesche a elevare la loro coscienza politica e facciamo una buona esperienza politica. Comunque vada, le nostre studentesse e i nostri studenti, che ringraziamo di cuore per quanto stanno facendo, debbono continuare a battersi in prima linea per il successo della piattaforma e degli obiettivi del movimento studentesco.
La scuola è allo sfascio, anche materiale. Vedi il crollo del controsoffitto del liceo di Rivoli che ha ucciso uno studente e ferito tanti altri. L'80% delle scuole sono a rischio e Berlusconi invece di metterle in sicurezza pensa alle "grandi opere pubbliche". Che assassino! Il governo deve risarcire la famiglia dello studente morto e quelle degli studenti feriti.

Il socialismo
Nel nostro Paese ci sono tanti combattivi movimenti di massa che contestano determinate scelte governative riguardanti la politica estera, la politica istituzionale, economica, sociale, energetica, ambientale, l'acqua, i rifiuti e altro. Nessuno di essi però chiede le dimissioni del governo Berlusconi e esce dai confini della Costituzione vigente e del capitalismo. Oggettivamente sono antigovernativi e anticapitalistici ma soggettivamente non lo sono. Non hanno ancora maturata la coscienza necessaria che li spinge a lottare per l'abbattimento del governo e del capitalismo.
Tuttavia più passa il tempo, più fanno esperienza, più si sviluppano le contraddizioni di classe e i conflitti di classe, qualcosa comincia a cambiare nella coscienza delle masse. Soprattutto la parte più combattiva e informata delle nuove generazioni comincia a interrogarsi su questa società e sulla possibilità che ce ne possa essere una nuova, migliore e più giusta. Riaffiora la questione del socialismo, che i revisionisti italiani pensavano di aver seppellito 40 anni fa. Ma ecco che spuntano nuovi riformisti che con le loro "teorie" di "nuovo socialismo", "socialismo dei cittadini", "socialismo del XXI secolo", ingannano e illudono le masse fautrici del cambiamento sociale.
Il "nuovo socialismo" di matrice italiana considera la non-violenza la "via maestra" per superare le contraddizioni nel capitalismo. "Il socialismo dei cittadini" di matrice spagnola, praticato dal premier Zapatero, si basa sui diritti civili che sono al primo posto rispetto a quelli sociali. Il "socialismo del XXI secolo" di matrice latino-americana, il cui maggior esponente è il socialdemocratico dichiarato Chavez, presidente del Venezuela, è un impasto di gramscismo, riformismo, guevarismo, castrismo, trotzkismo, movimentismo.
Tutte queste "teorie" hanno in comune, da una parte, il ripudio del socialismo dell'Urss di Lenin e Stalin e della Cina di Mao, della dittatura del proletariato, della rivoluzione socialista, del movimento comunista del Novecento, della concezione marxista-leninista del Partito; dall'altra parte accettano il capitalismo, la proprietà privata capitalistica, la democrazia borghese, il parlamentarismo, il riformismo, la collaborazione tra le classi e l'esistenza delle classi.
La più pericolosa di queste "teorie" è quella del "socialismo del XXI secolo". Sia perché i suoi massimi esponenti sono al governo e conducono una forte politica contro l'imperialismo americano, sia perché praticano un ampio coinvolgimento delle masse. Di scarsa influenza è il cosiddetto "socialismo dei colori cinesi", appoggiato dal PdCI di Diliberto, dell'Ernesto di Giannini e di altri gruppi revisionisti e trotzkisti, più come fonte di finanziamento che come modello da seguire.
Comunque sia, il fatto politico principale è che il socialismo è ritornato di moda. Ciò ci crea migliori condizioni per convincere il proletariato a imboccare risolutamente la via dell'Ottobre.
Anzitutto il proletariato deve comprendere che il suo compito storico è quello di conquistare il potere politico rovesciando il capitalismo e instaurando il socialismo. Il capitalismo è la fonte del suo sfruttamento, della sua subalternità alla borghesia e della sua miseria. Non è eterno e insuperabile. Nonostante rappresenti un modo di produzione più progredito rispetto a quello schiavistico e feudale è pur sempre ingiusto e generatore di antagonismo sociale. Marx, a proposito, così si esprime: "I rapporti di produzione borghese sono l'ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale; antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che sorge dalle condizioni di vita sociale degli individui. Ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana". (Marx, "Per la critica dell'economica politica". Prefazione, gennaio 1859, in Marx Engels, opere complete, Ed. Riuniti, vol. 30, p. 299
Il socialismo è quindi un passaggio storico fondamentale per il progresso sociale e l'emancipazione dell'umanità. Giova in primo luogo al proletariato, ma anche a tutti i lavoratori del braccio e della mente e alle masse popolari. Perché, oltre a sopprimere i rapporti di produzione capitalistici basati sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, creano le condizioni per la eliminazione delle classi, che avverrà nel comunismo dove non ci saranno più gli antagonismi di classe e l'umanità potrà autogovernarsi senza aver bisogno dello Stato e dei partiti. Per arrivare a ciò bisogna inevitabilmente passare dalla dittatura del proletariato, la sola in grado di assicurare la massima libertà e democrazia alle masse popolari e nessuna libertà e democrazia alla classe borghese spodestata e ai nemici del socialismo.
Su questo punto, i riformisti e i revisionisti di ieri e di oggi, in Italia e in tutti i paesi del mondo, non sono assolutamente d'accordo. Pretendono la libertà e la democrazia per tutti. Ma se si desse ascolto a loro il socialismo, e successivamente il comunismo, non si realizzerebbero mai. La loro è una posizione astratta, che non tiene in conto che nel socialismo esistono ancora le classi e la lotta di classe. "Fino a che esistono classi diverse, non si può parlare di una 'democrazia pura', - sostiene Lenin - ma soltanto di una democrazia di classe... 'Democrazia pura' è la formula menzognera del liberale che vuol trarre in inganno gli operai. La storia conosce la democrazia borghese, che prese il posto del feudalesimo, e la democrazia proletaria che prende il posto di quella borghese". ("La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautskj", ott-nov. 1918, opere complete, Ed. Riuniti, vol. 28, p. 247)
Al terzo Congresso, tenutosi 23 anni fa, abbiamo tracciato il disegno generale del nostro socialismo, sul quale continuiamo a riconoscerci e a richiamare l'attenzione e il giudizio del proletariato e di tutti i sinceri fautori del socialismo dovunque siano attualmente organizzati. Naturalmente quel disegno non esaurisce tutte le questioni riguardanti l'edificazione del socialismo in Italia. Anche perché non possiamo sapere quale sarà la situazione concreta post-rivoluzionaria sui piani economico, politico, sociale, della morale, dei costumi, dell'organizzazione familiare e così via.
I problemi non si possono trattare e risolvere tenendo presente solo i principi e la cultura marxisti-leninisti, occorre avere pure una conoscenza approfondita della realtà concreta in cui si opera.
La seconda cosa che il proletariato deve comprendere è che non può conquistare il potere politico e il socialismo attraverso la via elettorale, parlamentare, pacifica, riformista, legale e costituzionale. L'unica via possibile è quella della rivoluzione socialista coinvolgendo le masse lavoratrici, ossia il semi-proletariato, il semi-proletariato agricolo, i contadini poveri, la piccola borghesia dello strato inferiore, il sottoproletariato, nonché i gruppi e i movimenti politici, sindacali, sociali, culturali e religiosi che sono per la rivoluzione e il socialismo.
Tutte queste forze devono essere riunite e organizzate nel Fronte unito rivoluzionario sulla base di una piattaforma politica comune, evitando quelle questioni religiose o filosofiche che possono dividere i partecipanti non credenti e credenti. Al Fronte unito rivoluzionario, che deve accettare la direzione del proletariato, possono far parte anche singoli elementi della piccola-borghesia dello strato superiore e della media borghesia, purché rinuncino alle rivendicazioni della propria classe e sposino il socialismo.
Già dalla composizione e dall'ampiezza del Fronte si capisce che la nostra rivoluzione, che prenderà la forma di un'insurrezione di massa, non ha nulla a che vedere con il terrorismo e le azioni avventuristiche e provocatorie di piccolo gruppo isolato dalle masse.
La rivoluzione socialista è opera delle masse sfruttate e oppresse coscienti della sua portata e dell'opera storica che compiono. Così ne parla Lenin: "Le rivoluzioni, - diceva Marx, - sono le locomotive della storia. La rivoluzione è la festa degli oppressi e degli sfruttati. Mai la massa popolare è capace di operare in quanto creatrice attiva di nuovi ordinamenti sociali come durante la rivoluzione". ("Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica", giugno-luglio 1905, opere complete, Ed. Riuniti, vol. 9, p. 100)
I revisionisti antichi e moderni sostengono che Engels negli ultimi mesi prima della sua morte abbia rinunciato alla lotta armata. Barano. Per sostenere le loro tesi, infatti, citano il testo di Engels sull'"Introduzione alla lotta di classe in Francia dal 1848 al 1850" in cui erano stati soppressi o modificati dei brani. Questi brani furono trovati e pubblicati per la prima volta nel 1924 nell'Unione sovietica a cura dell'Istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca. Leggendoli si capisce che per Engels la tattica per la presa del potere da parte del proletariato per via pacifica poteva andare bene in determinate condizioni e, comunque, non poteva avere un carattere universale.
La nostra via rivoluzionaria esclude l'idea che il proletariato e il suo Partito possano partecipare assieme alla borghesia e ai suoi partiti al governo centrale e ai governi regionali, provinciali e comunali. In posizione di minoranza, o di estrema minoranza, non potremmo che coprire a sinistra la classe dominante borghese e frenare la lotta di classe. Come dimostra ampiamente la storia governativa italiana con i governi di "unità nazionale" e di "centro-sinistra".
Per noi vale ciò che ha detto Marx nella seduta del Comitato centrale della Lega dei comunisti del 15 settembre 1850, e cioè: "Il nostro Partito può andare al potere soltanto quando le condizioni permetteranno di realizzare la sua idea". (Marx Engels, Opere complete, Editori Riuniti, vol. 10, p. 629).
Nel capitalismo, il posto di combattimento migliore e più redditizio del Partito del proletariato riteniamo sia quello dell'opposizione governativa al di fuori del parlamento e delle istituzioni borghesi. Perché solo così può avere le mani completamente libere e realizzare i suoi compiti e obiettivi rivoluzionari, oltreché tutelare gli interessi immediati del proletariato e delle masse popolari.
Questa collocazione strategica è un elemento fondamentale che ci ha spinto ad adottare l'astensionismo elettorale nell'ormai lontano 1970. Esso è tuttora attuale e lo dobbiamo propagandare nelle elezioni amministrative ed europee nella primavera del prossimo anno. Nonostante le difficoltà che abbiamo nel farlo accettare da quella parte dell'elettorato di sinistra che ancora continua a votare i partiti della "sinistra" borghese, compresi i falsi partiti comunisti PRC e PdCI. Perché ancora sono troppo radicate le illusioni elettorali, parlamentari e governative dalla predicazione di oltre cento anni dei riformisti.
Noi non siamo contro il suffragio universale, anche se conosciamo bene i suoi limiti e i suoi scopi democratici-borghesi. Solo che lo utilizziamo a modo nostro, a seconda delle circostanze e delle nostre necessità politiche e tattiche. Chiedendo un voto al PMLI attraverso l'astensionismo e votando le sue liste qualora le presentasse.
Sul piano della legislazione elettorale, noi siamo per la proporzionale secca, per le preferenze, per la composizione paritaria dei sessi delle liste, per il voto dei sedicenni al parlamento e dei quattordicenni alle amministrative, per il voto ai migranti al parlamento e alle amministrative.
In futuro, cambiando situazione politica, in presenza di avvenimenti politici ora imprevedibili, oppure perché si voglia fare qualche puntatina tattica in parlamento o in altre istituzioni rappresentative borghesi, non possiamo escludere che si presentino delle liste elettorali. Pronti però a ritornare all'astensionismo elettorale, una volta che è superata la circostanza politica o si è compiuta l'operazione elettorale-parlamentare tattica. Sono le necessità del momento che determinano la nostra tattica elettorale: astensionismo o partecipazionismo parlamentare.
In ogni caso le istituzioni rappresentative delle masse fautrici del socialismo, che sono parti integranti e fondamentali del nostro astensionismo elettorale e della nostra strategia rivoluzionaria, devono continuare a esistere e a operare, indipendentemente dalla scelta elettorale tattica del Partito. Esse non devono essere confuse né con i Comitati di lotta legati a battaglie contingenti su problemi specifici, né con i Soviet leninisti in quanto non sono state concepite come organismi insurrezionali e del futuro Stato socialista. La loro attuale funzione è quella di essere dei contraltari delle istituzioni rappresentative borghesi su tutte le questioni politiche, economiche, sociali, culturali, ambientali, urbanistiche, ecc. che sono in discussione su scala nazionale e locale.
Il socialismo storicamente e oggettivamente è all'ordine del giorno nel nostro Paese. Ma affinché diventi maturo soggettivamente e generi delle lotte rivoluzionarie dovremo sudare sette camicie. E non basteranno. Ci aspetta tanto lavoro e molto duro. Dobbiamo farlo senza ansia e fretta di concluderlo. Diamo tempo al tempo. Dobbiamo lavorare con tranquillità e serenità. Non tutto dipende da noi e dalla nostra volontà.
Non dobbiamo preoccuparci tanto se vedremo o non vedremo il socialismo, quanto di far bene tutto quello che è nelle nostre possibilità per preparare l'evento, concentrandoci sui problemi che abbiamo attualmente di fronte. Ricordiamoci delle parole testamentarie della Lucia: "Se quando morirò non riuscirò a vedere quello per cui ho lottato, non importa, vi saranno quelli che verranno dopo di me. L'avvenire sarà radioso, io ho fatto la mia parte, ognuno farà la sua per arrivare alla vittoria finale del socialismo".
Dobbiamo andare avanti con forza e fiducia verso l'Italia unita, rossa e socialista. Avanti vuol dire non fermarsi mai, e procedere anche se a piccoli o piccolissimi passi quando la marcia si fa più dura o abbiamo bisogno di riprendere fiato. Con forza vuol dire mettercela tutta e essere determinati. Con fiducia vuol dire essere pienamente convinti che un giorno ci sarà l'Italia unita, rossa e socialista. La nostra titanica impresa farà epoca e sarà per sempre scolpita nel cuore del proletariato italiano.

Il Partito
In questi ultimi dieci anni, abbiamo percorso un ragguardevole tratto della nostra Lunga Marcia politica e organizzativa, e tutta in salita. Abbiamo rafforzato le ossa, imparato tante nuove cose, accumulato una notevole esperienza, anche a livello di massa, conquistato nuovi militanti, respinto pericolosi attacchi di stampa calunniosi e diffamatori. Nel fuoco della lotta di classe il PMLI è divenuto un Gigante Rosso. Lo riconoscono anche i compagni esteri, che ringraziamo di cuore per questa loro generosa e incoraggiante valutazione e per i calorosi messaggi di saluto al Congresso. Ma non ci montiamo la testa, perché abbiamo ancora tanto da imparare, da fare e da migliorare.
Il Comitato centrale, l'Ufficio politico, le Commissioni centrali, "Il Bolscevico", e, in generale, tutte le istanze di base e intermedie e tutti i membri del Partito ci hanno messo l'anima per costruire questo Gigante Rosso. Al momento però il PMLI ha solo la testa da gigante grazie alla sua ideologia, linea politica e organizzativa, piattaforma programmatica e rivendicativa. Ma non dobbiamo cullarci sugli allori. Dobbiamo continuare gli sforzi, a tutti i livelli, ciascuno secondo le proprie competenze e compiti affinché la testa del Partito si mantenga rossa e vengano progressivamente colmati i vuoti o le insufficienze di linea. Per esempio siamo ancora troppo deboli per quanto riguarda il Mezzogiorno, l'agricoltura e i giovani. Perché fin qui ci sono mancate le forze e l'esperienza relativa per mettere a fuoco tali fondamentali questioni dalla cui completa risoluzione dipende in gran parte la nostra penetrazione nel mondo agricolo e contadino e fra le masse giovanili e studentesche.
Il 4 Congresso aveva fatto un tentativo per venire a capo del problema ma la borghesia ci ha fatto saltare il piano corrompendo i quadri sui quali avevamo fatto affidamento. Ciononostante siamo andati avanti lo stesso come abbiamo potuto utilizzando i nuovi quadri nel frattempo maturati, che ci hanno dato un notevole contributo, specialmente per quanto riguarda la scuola, l'università, la mafia, l'acqua, i rifiuti.
Se la testa del Partito è quella di un Gigante Rosso, il corpo è ancora quello di un nano, considerando il numero di militanti, di Cellule e di Organizzazioni che disponiamo. Dobbiamo quindi decuplicare gli sforzi affinché il corpo del Partito sia proporzionato alla testa. Un'opera colossale, apparentemente non a portata delle nostre forze e capacità. Resa più difficile per la ristrettezza delle risorse economiche, attualmente il più grosso ostacolo che ci impedisce di fare di più di quello che facciamo, per la mancanza di quadri nazionali e personale amministrativo a tempo pieno finanziati dal Partito, per il totale black-out stampa, che ci preclude la possibilità di essere conosciuti da tutto il popolo italiano, per la presenza di diversi partiti, organizzazioni e gruppi sedicenti comunisti che confondono le idee ai sinceri fautori del socialismo, per l'assenza di paesi socialisti, per la forte influenza dell'elettoralismo, del parlamentarismo e del riformismo sulla classe operaia e sulle masse.
Sembrano montagne inscalabili, ma non per noi marxisti-leninisti a cui nulla è impossibile. Abbiamo creato il PMLI dal niente, e quindi siamo in grado di dargli un corpo da gigante. L'importante è avere idee chiare su come farlo. Già lo sapete. Si tratta di applicare i tre elementi chiave, - ossia la concezione proletaria del mondo, la corretta concezione del Partito e la conoscenza della linea generale e della linea di massa del Partito -, e le quattro indicazioni, ossia diventare dei leader nei propri ambienti di lavoro, di studio e di vita, conoscere a fondo e occuparsi dei problemi concreti delle masse dei suddetti ambienti, lavorare per unire, guidare e mobilitare le masse partecipando alle organizzazioni e ai movimenti di mass da noi o da altri promossi.
Vediamo di approfondire qualche punto sulla base dell'esperienza accumulata dal Partito. La prima cosa che bisogna scolpire nella nostra mente, e operare di conseguenza, è che quando si entra nel PMLI bisogna rapidamente espellere dalla mente la concezione borghese del mondo acquisita, coscientemente o non, nella precedente pratica sociale e politica e assumere la concezione proletaria del mondo. Altrimenti è impossibile sintonizzarsi col Partito e amalgamarsi a esso, avere una mentalità, una coscienza, una pratica sociale e politica proletaria rivoluzionaria e marxista-leninista, saper distinguere le idee e le proposte giuste da quelle errate, evitare di cadere in errori ideologici, politici e organizzativi, far bene il lavoro di Partito e la lotta di classe.
La conoscenza della linea del PMLI, la partecipazione attiva alla vita e alle lotte del Partito e alla lotta di classe sono fondamentali per trasformare la propria concezione del mondo. Ma l'elemento decisivo è l'acquisizione del marxismo-leninismo-pensiero di Mao, specie per quanto riguarda il materialismo storico e il materialismo dialettico, studiandolo in maniera sistematica e mirata, in base alle proprie necessità e ai problemi di Partito e della lotta di classe del momento.
Gli insegnamenti di Marx, Engels, Lenin, Stalin, Mao, le cui effigi mostriamo con orgoglio sulle magliette rosse che indossiamo in questo Congresso e che da sempre portiamo in piazza, sono la nostra forza ideologica principale, la nostra cultura, gli elementi indispensabili per costruire correttamente il Partito, per assicurare l'unità del Partito, per essere dei veri marxisti-leninisti, per trasformare il mondo e se stessi. Solo se li conosciamo a fondo e li mettiamo in pratica possiamo essere sicuri di avere una visione materialistica della vita, dei fenomeni sociali e di qualsiasi altra cosa e di non sbandare a destra e a "sinistra".
Avere una concezione proletaria del mondo è il punto di partenza e il presupposto per acquisire una corretta concezione del Partito del proletariato, i cui principi e lineamenti ideologici, politici e organizzativi si trovano proprio nel marxismo-leninismo-pensiero di Mao.
Il PMLI è stato modellato e costruito sulla base di quei principi e di quei lineamenti marxisti-leninisti perché la lotta rivoluzionaria del proletariato internazionale ha dimostrato che solo essi sono in grado di assicurare al proletariato la vittoria sulla borghesia e sul capitalismo.
Mai l'Italia ha avuto un simile Partito, che rappresenta veramente, a parte il numero ancora insufficiente, l'avanguardia cosciente e organizzata del proletariato italiano. Il numero è importante e lo dobbiamo conquistare. Ma all'inizio e finché non si crei una situazione migliore, "Non si tratta di essere in molti, ma di esprimere fedelmente le idee e la politica del proletariato realmente rivoluzionario". ("I compiti del proletariato nella nostra rivoluzione", 10 aprile 1917, Opere complete, Ed. Riuniti, vol. 24, p. 74). Come ha detto Lenin, nell'aprile 1917, proponendo di fondare la III Internazionale ai pochi partiti che lo seguirono.
Il PMLI è un partito di avanguardia, che non significa di èlite, dei pochi ma buoni, atto al combattimento di classe su qualunque terreno esso si svolga, potenzialmente in grado di unire, organizzare e guidare, direttamente o tramite i suoi militanti, le masse in lotta, composto dagli elementi più avanzati e combattivi del proletariato e delle varie avanguardie delle masse che assumono il marxismo-leninismo-pensiero di Mao come loro ideologia e bandiera di combattimento e che donano la loro vita alla causa del proletariato e del socialismo. Non è quindi un partito di massa, poiché per le sue caratteristiche, funzioni e scopi non può essere composto da qualsiasi elemento che faccia parte delle masse. Ciò, naturalmente, non significa che il PMLI non debba avere una base di massa. Al contrario, esso deve fare di tutto per averla e costruirla, senza la quale non ha radici e futuro, viene meno alla sua funzione e non può assolvere tutti i suoi compiti immediati e a lungo termine.
Il PMLI non ha nulla a che vedere con la storia, la linea politica e organizzativa e la pratica sociale del PCI revisionista e delle sue brutte copie, anche se rispettiamo i loro militanti che in buona fede e con grande sacrificio combattono contro il capitalismo e per una migliore società.
Su tutti i piani, anche per quanto riguarda la vita interna di Partito, lo stile di lavoro, i metodi di direzione, i rapporti tra le istanze e tra i militanti, noi siamo agli antipodi da essi. C'è sempre però il pericolo di essere contaminati dai loro schizzi e dalle idee e dagli atteggiamenti errati che portano con sé, inconsciamente, i nuovi compagni che provengono dai suddetti partiti.
Il PMLI, come ciascuno di noi, non è immune da influenze esterne, che si sia consapevoli o meno. Esse penetrano al suo interno, e, non trovando resistenze, possono gradualmente cambiargli la natura e la linea. "Non dimenticate, dice Lenin, che in ogni partito vitale e in sviluppo esisteranno sempre elementi di instabilità, esitazione, tentennamento. Ma questi elementi cedono e cederanno all'azione del nucleo deciso e compatto dei socialdemocratici", come si chiamavano allora i marxisti-leninisti. ("Sulla riorganizzazione del Partito", novembre 1905, in opere complete, Ed. Riuniti, vol. 10, p. 23).
L'attuale linea politica e organizzativa del Partito è il nostro bene più grande che dobbiamo difendere con i denti. Mai a nessuno dobbiamo consentire nemmeno di scalfirla. Solo il Congresso può cambiare la linea del Partito. Il Comitato centrale e l'Ufficio politico, il Segretario generale hanno il compito di gestirla, aggiornarla, applicarla e farla applicare. Le Istanze intermedie e di base, nonché "Il Bolscevico", hanno il compito di applicarla nelle situazioni concrete in cui si trovano. Tutto il Partito concorre a stabilire la linea attraverso il Congresso nazionale. Chi ha compiti elaborativi deve prendere come base il punto in cui è arrivato il Partito su quel determinato argomento e quindi attualizzarlo e, se è necessario, aggiornarlo, ma sempre in coerenza con la linea generale del Partito. Le Tesi che ci orienteranno per lungo tempo, costituiscono una prima sistematizzazione della linea politica del PMLI. Gli importanti e lungimiranti emendamenti allo Statuto che il Congresso approverà renderanno ancor più forte la linea organizzativa e la legge suprema del Partito.
Attualmente il proletariato e i marxisti-leninisti tengono saldamente in pugno la direzione del PMLI. Ma in futuro che accadrà? Il PMLI, la sua linea politica e organizzativa e la sua direzione continueranno a essere rossi se gli attuali militanti prenderanno a esempio le compagne e i compagni fondatori del PMLI fedeli alla causa, della prima e della seconda linea, che sono stati fin qui i principali artefici, tutori e applicatori della linea del Partito. A essi il Congresso dovrebbe tributare un grande onore nominandoli a vita membri del Comitato centrale.
Non bisogna avere una visione idealistica del Partito, dei suoi dirigenti, militanti e istanze. Nessuno è perfetto e senza pecche. Non si nasce marxista-leninista ed è difficile esserlo in ogni momento. Tutti, nessuno escluso, possiamo sbagliare, e per diversi motivi, inesperienza, insufficiente cultura proletaria rivoluzionaria, bassa conoscenza della linea del Partito e della realtà, liberalismo verso se stessi e gli altri compagni.
Le contraddizioni di classe e i conflitti di classe inevitabilmente si riflettono all'interno del Partito, e ciò genera la lotta tra le due linee, quella proletaria rivoluzionaria e quella borghese riformista e controrivoluzionaria. Questa lotta, in genere, è latente, a volte si manifesta su singoli aspetti e tattiche, come contraddizioni in seno al popolo, alle volte esplode su questioni generali e strategiche, come contraddizioni antagonistiche.
La lotta tra le due linee non è un male ma un bene: serve a chiarirci le idee, a correggere le posizioni errate, a tenere sulla via dell'Ottobre il Partito e i suoi militanti. Ciò avviene nel Partito attraverso la critica e l'autocritica, che vanno affrontate con corretti criteri, in maniera dialettica, in base alla gravità, con spirito unitario, con l'obiettivo di correggere l'errore individuandone le cause e i rimedi per rimuoverle.
Possiamo definire tre categorie di errori, quelli di piccola gravità, quelli di media gravità, quelli di alta gravità. In genere si tratta di contraddizioni in seno al popolo che vanno risolte con un atteggiamento differenziato e adeguato alla loro gravità. In ogni caso bisogna stare bene attenti a non esasperare la contraddizione perché c'è il rischio di trasformarla in contraddizione antagonistica, quando oggettivamente non vi sono i presupposti, il primo dei quali è la cattiva fede di chi commette l'errore e la sua volontà dichiarata o meno di voler cambiare la linea del Partito.
Le critiche vanno fatte a caldo, prima a livello personale, e se non siamo soddisfatti a livello di istanza, ma dopo che sono state fatte, anche se non vengono accettate, dobbiamo continuare a essere compagni come prima, senza riserve e rancori, per il bene superiore del Partito e della causa.
Il centralismo democratico è l'elemento organizzativo fondamentale del PMLI, che consente di fare vivere allo stesso tempo la democrazia e la massima disciplina e unità del Partito, il più largo spazio alle istanze di base e intermedie e la direzione nazionale del Partito. Inoltre esso impedisce la nascita di ogni tendenza individualistica e frazionistica, ogni tentativo di creare delle correnti e dei regni indipendenti di potere.
Il concetto di fondo del centralismo democratico è che dopo che il Congresso ha deciso, e in sua assenza il Comitato centrale, l'Ufficio politico e il Segretario generale, tutti quanti, istanze e singoli militanti, sottostiano alle loro decisioni e le applichino fedelmente, anche se individualmente o come singola istanza la pensiamo diversamente. Il singolo è sottomesso alla propria istanza e tutti i militanti e tutte le istanze al Congresso e al Comitato centrale.
Il centralismo democratico non può essere violato in alcun modo, nemmeno per le questioni più banali organizzative e amministrative. Tutti dobbiamo rispettare i rapporti orizzontali tra le istanze dello stesso livello e soprattutto quelle verticali col Centro del Partito, e non dobbiamo tollerare alcuna sbavatura e smagliatura del centralismo democratico. La consultazione con le istanze centrali di fronte a questioni importanti e nuove, in cui non c'è un'esplicita posizione ufficiale del Partito, è assolutamente doverosa e rientra nel rispetto del centralismo democratico.
La militanza marxista-leninista è un altro elemento fondamentale e peculiare che caratterizza il nostro Partito. I membri del PMLI non sono dei semplici iscritti, ma dei militanti, dei soldati rossi, disciplinati, organizzati, uniti e solidali tra di loro, centralizzati, che combattono ogni giorno, come possono, sotto le bandiere dei Maestri e del PMLI al servizio del proletariato e delle masse contro il capitalismo e per il socialismo.
Per noi sono inconcepibili e intollerabili i militanti che stanno con le mani in mano, che non fanno nulla o quasi. Perché non c'è età, situazione professionale e familiare, di salute che non ci permetta di fare qualcosa di utile, anche minima, per il Partito e la causa. Noi dobbiamo fare a gara per essere i migliori militanti del PMLI, imparando dai nostri Maestri e dalle compagne e dai compagni che sono più avanti e più bravi di noi e che si caricano il fardello più pesante del Partito. Non un minuto vada perso, tutto il tempo venga dedicato alla rivoluzione. Questa nostra vecchia parola d'ordine è sempre attuale e va rispettata. Il che però non significa che dobbiamo trascurare i nostri doveri familiari, la cura di noi stessi e gli impegni professionali o da studenti. Dobbiamo infatti saper conciliare tutti gli aspetti della nostra vita con la nostra militanza politica, mettendo il Partito e la causa al primo posto, senza farci travolgere dalle vicende personali, familiari, professionali o da studente. La "vecchia guardia" inesorabilmente invecchia i più giovani militanti devono prepararsi per sostituirla. Dobbiamo formare a tutti i livelli i successori rossi della nostra causa.
È dura la militanza marxista-leninista ma è la cosa più bella e più proficua che possa fare chi vuol dare il massimo contributo al progresso sociale e all'emancipazione del proletariato e dell'intera umanità. Proprio perché è così dura che è difficile conquistare nuovi militanti, eppure dobbiamo insistere nel proselitismo dirigendolo verso il proletariato e le masse studentesche.
Stiamo seminando da 41 anni, considerando i dieci della preparazione del Partito, ma fino a qui il terreno era troppo pieno di sassi sparsi dai revisionisti e dai riformisti. Ora la situazione è in via di cambiamento, il terreno è più fertile e meno sassoso. Lo testimonia la presenza al Congresso di nuovi militanti che salutiamo calorosamente e sui quali riponiamo tanta fiducia e speranza. C'è oggi una maggiore possibilità di conquistare chi sta immediatamente alla nostra destra e alla nostra "sinistra", se ci sappiamo fare e se concentriamo i nostri sforzi sulle nuove generazioni, in quanto le vecchie generazioni sono state per lo più bruciate dai partiti falsi comunisti e dai gruppi "ultrasinistri" e terroristi. Da questa tribuna inviamo un caloroso saluto ai compagni di base di quei partiti e li invitiamo a unirsi al più presto al PMLI.
Mao ha detto che "le donne costituiscono una forza decisiva per la vittoria della rivoluzione" e che "la causa rivoluzionaria non può vincere se non ci sono i giovani". È proprio così. Le donne e i giovani sono state le forze principali che hanno dato vita al PMLI e che ancora adesso ne costituiscono il motore propulsivo. Ne dobbiamo conquistare un gran numero. Commemorando il rivoluzionario Herzen, Lenin ha detto: "La devozione assoluta alla rivoluzione e la propaganda rivoluzionaria fatta tra il popolo non vanno perdute, anche quando intieri decenni dividono il periodo della semina da quello del raccolto" ("Alla memoria di Herzen", 8 maggio 1912, opere complete, Ed. Riuniti, vol. 18, p. 23).
Perseveriamo quindi tranquillamente nella semina, sicuri che arriverà il tempo del raccolto. Prima o poi i rivoluzionari fautori del socialismo che ci conoscono e ci conosceranno non potranno non rivolgere la loro attenzione verso di noi e abbracciare il nostro Partito e la nostra causa.
Per raggiungerli possediamo dei magnifici mezzi di propaganda quali "Il Bolscevico", il sito del Partito, i dibattiti pubblici, i manifesti, i volantini, i banchini, i comizi e i comizi volanti. Dobbiamo rafforzarli, soprattutto i primi due, coinvolgendo tutte le forze interne ed esterne al Partito utilizzabili. Sappiamo bene che tali mezzi non bastano. Avremmo bisogno di un quotidiano, di una radio, di una TV, almeno di una web-Tv, di blog e quant'altro potremmo ricavare da internet. Ma è inutile sognare. Dobbiamo stare con i piedi ben piantati a terra e concentrarci sulle priorità e su quello che possiamo effettivamente realizzare.
In ogni caso la migliore e più efficace propaganda che possiamo e dobbiamo fare è quella di stare in mezzo alle masse e di interessarci quotidianamente a fondo e sistematicamente dei loro problemi ed esigenze. L'uso delle tecnologie moderne della comunicazione è utile e necessario anche per noi, ma il contatto diretto con le masse è assolutamente insostituibile e prioritario, non può essere surrogabile dalla tastiera e dalla telecamera. Quando è possibile usiamo pure Youtube e Facebook, ma come supporto, in subordine al nostro lavoro ordinario di propaganda. Privilegiamo comunque il megafono alla tastiera.
I problemi di proselitismo e del radicamento del Partito, sicuramente li potremo risolvere se sapremo fare bene il lavoro di massa contando soprattutto sui militanti e sui simpatizzanti operai, lavoratori, studenti perché solo loro con la loro attività nei luoghi di lavoro e di studio ci possono consentire di penetrare nel mondo operaio e sindacale e nel mondo studentesco. Siamo certi che essi capiranno le grandi responsabilità che pesano sulle loro spalle e che si prepareranno a dovere studiando a fondo e applicandole con intelligenza tattica la linea sindacale e la linea studentesca e dell'istruzione.
Sul piano sindacale stiamo sempre in prima fila, appoggiamo le posizioni più avanzate, alleiamoci con tutte le forze disponibili, lavoriamo nella "Rete 28 Aprile", creiamo la Corrente sindacale di classe, propagandiamo la nostra parola d'ordine sindacale generale, che è quella di costruire dal basso un grande sindacato delle lavoratrici e dei lavoratori fondato sulla democrazia diretta e sul potere contrattuale e sindacale all'Assemblea generale dei lavoratori.
In ogni campo, la grande parola d'ordine "Studiare, concentrarsi sulle priorità, radicarsi; radicarsi, concentrarsi sulle priorità, studiare", sintetizza molto bene quello che dobbiamo fare per dare al PMLI un corpo da Gigante Rosso. Buon lavoro! Buon lavoro! Buon lavoro!
Viva il 5 Congresso nazionale del PMLI!
Gloria ai fondatori del PMLI fedeli alla causa!
Gloria ai militanti del PMLI, architetti della costruzione del PMLI e pionieri dell'Italia unita, rossa e socialista!
Gloria a Nerina 'Lucia' Paoletti, Vicenzo Falzarano e Marco Marchi che hanno speso la loro vita per il Partito, il socialismo e il proletariato!
Viva Marx, Engels, Lenin, Stalin, Mao!
Viva il marxismo-leninismo-pensiero di Mao!
Viva l'internazionalismo proletario!
Abbattiamo il governo del neoduce Berlusconi e la terza repubblica!
Avanti con forza e fiducia verso l'Italia unita, rossa e socialista!
Coi Maestri e il PMLI vinceremo!

10 dicembre 2008

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