Uno studio di Censis e Confcooperative prevede entro il 2050 5,7 milioni di lavoratori e pensionati sotto la soglia di povertà.
Poveri quasi 3 milioni di lavoratori

Precari, “neet”, inattivi; queste sono le etichette per definire donne e uomini in carne e ossa che vanno ad ingrossare i numeri delle persone in difficoltà economica, un esercito in continua crescita e che posiziona l'Italia tra i Paesi con maggiore povertà e disuguaglianza. Lo studio effettuato da Censis e Confcooperative lancia un vero e proprio allarme: “Il ritardo nell’ingresso del mondo del lavoro, la discontinuità nella retribuzione, il fenomeno del precariato, dei Neet, del cosiddetto working poor e del lavoro gabbia ”: un mix di fattori e condizioni “che hanno attivato una bomba sociale che va disinnescata”.
Working poor non significa altro che lavoratore povero, un fenomeno in continua espansione che vede per la prima volta un numero consistente di persone in condizione di povertà pur avendo una occupazione. Se fino ad un recente passato avere un lavoro, seppur sottoposto alle regole dello sfruttamento capitalistico, era sinonimo di dignità e permetteva in qualche misura il sostentamento dei lavoratori e delle loro famiglie, adesso questa regola non trova più alcuna corrispondenza nella realtà.
Non è difficile comprendere come si possa essere poveri pur lavorando se pensiamo a quanto guadagnano chi è impiegato nelle imprese di pulizie, chi svolge lavoro saltuario diffondendo volantini pubblicitari, chi porta cibo e merci a domicilio, ma anche lavori dove sono impiegati molti laureati come i call center, ricercatori, freelance pagati pochi spiccioli per ogni servizio giornalistico, stagisti, tirocinanti e tutti quei lavoratori a part-time involontario o che vengono impiegati in maniera intermittente dalle agenzie interinali.
Questa massa di lavoratori poveri a oggi ha già raggiunto la cifra di 2milioni e 700mila (record negativo europeo) e ha avuto un'impennata negli ultimi anni, con salari spinti sempre più in basso dalle innumerevoli controriforme del mercato del lavoro, Jobs Act compreso, privatizzazioni, liberalizzazioni. Non c'è quindi da meravigliarsi se nel nostro Paese quasi un quarto della popolazione, il 23%, si trova sopra la media europea delle persone a rischio povertà, con picchi al Sud, tra gli stranieri e i giovani. Emblematici i dati riguardanti la fascia di età 24-35 anni dove su poco più di 4 milioni di occupati ci sono 171.000 sottoccupati, 656.000 quelli con contratto part-time involontario e 415.000 impegnati in attività non qualificate.
Le previsioni per il futuro non promettono nulla di buono. L'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) evidenzia che, a livello generale, la disoccupazione rimarrà nel 2018 ad un livello simile a quello dello scorso anno, nonostante l’economia globale sia in ripresa ma con una forza lavoro crescente. In Italia anche chi ha un impiego dovrà mettere in conto che il lavoro dignitoso sarà sempre di meno in favore di precariato e bassi salari.
Un altro aspetto su cui pongono l'attenzione il Censis e Confcooperative è l'inadeguatezza del nostro sistema previdenziale che sta creando una forte discriminazione generazionale. “Il sistema previdenziale obbligatorio attuale garantisce a un ex dipendente con carriera continuativa -38 anni di contributi e uscita dal lavoro a 65 anni – una pensione pari all’84,3% dell’ultima retribuzione, spiega la ricerca. A un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2012 a 29 anni, per il quale si prefigura una carriera continuativa come dipendente - 38 anni di contributi e uscita a 67 anni – la pensione futura dovrebbe essere pari al 69,7 per cento dell’ultima retribuzione”.
Le previsioni a lungo termine di Concooperative sono ancora peggiori. Se non ci saranno cambiamenti sostanziali entro il 2050 in Italia questo mix di lavoratori attivi e in pensione con redditi da fame raggiungerà la spaventosa cifra di quasi 6 milioni di persone che vivranno in povertà.
 

28 marzo 2018