1883-1983
Omaggio a Carlo Marx, fondatore del socialismo scientifico e grande maestro del proletariato internazionale
di Mino Pasca
Discorso pronunciato il 13 marzo 1983 da Mino Pasca, a nome del CC del PMLI, in occasione della pubblica Celebrazione del centenario della morte di Marx organizzata solennemente dal CC del PMLI al Palazzo dei congressi di Firenze.

Un secolo fa, il 14 marzo 1883, dopo una vita interamente votata alla causa del movimento operaio nella sfibrante attività teorica e nell'intenso lavoro internazionale, moriva Carlo Marx, il primo grande scienziato e combattente rivoluzionario che interpretò la funzione storica mondiale del proletariato come forza motrice progressiva fondamentale dell’età moderna e creatore della società socialista.
Il movimento operaio organizzato e i comunisti gli devono tutto, consapevolezza teorica e organizzazione politica. Col celebre “Manifesto del Partito comunista” del 1848 Marx li tenne a battesimo e fuse i loro destini nel nome della più radicale rottura rivoluzionaria colla storia presente e passata: il passaggio del potere da una minoranza di sfruttatori alla maggioranza di sfruttati.
Noi marxisti-leninisti che abbiamo assunto il marxismo solidalmente ai suoi sviluppi sanciti dal marxismo-leninismo-pensiero di Mao come base teorica e ideologica del nostro Partito e lo facciamo vivere integrandolo creativamente con la pratica concreta della rivoluzione in Italia, noi che consideriamo questa dottrina una fonte inesauribile di insegnamenti preziosi per assicurare la vittoria alla nostra rivoluzione, noi che impugniamo la rossa bandiera su cui Marx ha scritto indelebilmente i motti “abolizione della proprietà privata capitalistica”, "abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente” , “dittatura del proletariato” , giudichiamo non soltanto una doverosa espressione di riconoscenza ma una necessità rendere omaggio a Marx, fondatore del socialismo scientifico e grande maestro del proletariato internazionale. Con questo spirito il CC del PMLl, a nome del quale pronuncio questo discorso, rende omaggio a Marx nel centenario della sua morte.
Per essere fermi nel giusto orientamento strategico della lotta per il socialismo e duttili nella condotta tattica, per risolvere i problemi antichi e i nuovi che sorgono senza sosta dall’evoluzione della situazione e non possono essere elusi né ignorati, per possedere la conoscenza delle nostre parole d'ordine generali e particolari e insieme dei criteri che le ispirano, per evitare di essere trascinati a rimorchio degli avvenimenti e intuire, anticipare le tendenze in essi operanti ed essere pronti a cogliere le svolte repentine a cui ci abituano la vita sociale e il movimento delle classi, per padroneggiare la dialettica dello scontro di classe, per diventare in una parola degli scienziati della rivoluzione ricorrere alla dottrina di Marx è una necessità quotidiana che non deve abbandonarci o affievolirsi pena il nostro fallimento e la degenerazione nell'opportunismo. Il nostro richiamo a Marx non è episodico, formale, o peggio un trastullo e un intervento archeologico quasi per far affiorare una civiltà scomparsa com’è ormai costume delle cariatidi universitarie.
Volete sapere con quale spirito occorre richiamarsi a Marx? Guardate alla nostra magnifica classe operaia italiana, da tutti riconosciuta come la più politicizzata e avanzata dell’Occidente capitalistico, come tiene vivi nella lotta di classe gli ideali del socialismo. E mi riferisco più in particolare a quella punta di diamante anticapitalistica che è la classe operaia della Fiat: nel mezzo del più aspro scontro col capitale esploso nell'ultimo ventennio per i contenuti politici e la posta in gioco nonché per il fatto che le si opponeva il maggiore rappresentante della grande borghesia, durante quei meravigliosi 35 giorni di lotta ha ostentato selve di bandiere rosse e di giganteschi ritratti di Marx. Così ha voluto ricordare ai padroni e al mondo intero che Marx è la sua arma, un’arma teorica e concreta, un’arma affilata, indispensabile nella lotta contro il capitale. Bene, quei giganteschi ritratti che campeggiavano nelle assemblee operaie, quando si trattava di discutere la linea, di decidere e di battere la capitolazione dei revisionisti, dietro i palchi degli oratori, ossia nel momento della propaganda, e dappertutto nelle manifestazioni, nella fase della mobilitazione operaia, sono il più bel richiamo a Marx. Sono immagini che rammentano altre immagini: quelle del ’68, quando fiumi di giovani innalzavano i ritratti dei maestri, da Marx a Mao, in segno di sfida verso la società borghese e con la fiducia, insopprimibile nelle nuove generazioni, di intrecciare le proprie vite e ideali al filo rosso che attraversa la storia del movimento operaio. Non le cancelleremo mai dalle nostre menti e dai nostri cuori.
I tempestosi rivolgimenti politici e sociali del XVIII e XIX secolo mostrarono le diverse classi della società all’opera e resero urgente la necessità del definitivo ingresso del proletariato sulla scena della storia come classe indipendente da ogni altra. Si schiudeva una nuova èra nello sviluppo dell'umanità e irrompeva una classe che, per dirla con Engels, avevano bisogno di giganti e che partorirono due giganti, Marx ed Engels: “giganti per la forza del pensiero, le passioni, il carattere, per la versatilità e l'erudizione ".(1) E che avrebbero in seguito partorito in tempi e luoghi diversi altri giganti come Lenin, Stalin e Mao Zedong, tutti eroi che hanno vissuto e lottato in mezzo agli avvenimenti del nostro tempo e li hanno segnati in profondità, accomunati dalla stessa indistruttibile fiducia nella emancipazione del proletariato e nel socialismo, e tutti maestri che hanno saputo portare a sintesi teorica, arricchendo e sviluppando il patrimonio comune del marxismo, l’accresciuta esperienza rivoluzionaria del proletariato internazionale e le modificazioni della situazione storica.
 

Sviluppo e attualità del marxismo
In mezzo ad aspre e prolungate lotte teoriche e politiche contro l’opportunismo e il revisionismo, ciascuno dei grandi maestri del proletariato internazionale ha esaltato la vitalità, il dinamismo, l'attualità, il carattere di scienza d’avanguardia del marxismo. L’hanno mantenuto tenacemente sulla cresta d'onda della rivoluzione irradiandolo sui cinque continenti e garantendogli l’affermazione. Dobbiamo esserne fieri.
Così Lenin ha ereditato e sviluppato il marxismo nell’epoca dell'imperialismo e della rivoluzione proletaria; con lui le idee di Marx e di Engels si tuffano e vivificano nell’azione di un intero popolo, l'inevitabile prospettiva del socialismo prefigurata dalla loro dottrina riceve la clamorosa e indiscutibile ratifica della storia. Il suo capolavoro, la Rivoluzione d’Ottobre, indica ai comunisti e al proletariato del mondo intero la via universale per la conquista del potere. Preziosissimo il suo contributo teorico oltreché politico, perché Lenin non avrebbe potuto portare alla vittoria la rivoluzione russa senza risolvere numerose questioni di portata internazionale connesse all'analisi della nuova epoca imperialista, alla strategia e tattica della lotta di classe, alla concezione del Partito comunista, all'egemonia del proletariato nella rivoluzione e nello stato socialista, e altre ancora.
Stalin, il più fedele discepolo di Lenin, nell'assicurare l’edificazione del primo stato a dittatura del proletariato e la difesa dalla reazione interna ed esterna, nel promuovere, ispirare e dirigere la III Internazionale, sente l’urgente necessità di portare in piena luce i filoni più originali e determinanti di quell’inesauribile miniera che è il leninismo e di dargli un'organica sistemazione teorica - un po' come fece Engels con Marx durante i dodici anni che gli sopravvisse - così da metterlo al riparo da quella gazzarra delle interpretazioni riduttive e fuorviami che di regola si scatena alla scomparsa di un grande teorico comunista e da mettere in grado il movimento comunista internazionale di assimilarlo e assumerlo come guida teorica rivoluzionaria; con ciò Stalin ha dato un contributo che mai nessuno riuscirà a togliergli.
Infine Mao, il Marx dei nostri giorni che nella lotta contro il revisionismo moderno ha infiammato i cuori di intere generazioni della passione per la causa del socialismo mostrandone con la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria l'inesauribile e dirompente carica innovativa e contando sempre su quella “rivoluzione che può cambiare tutto " (Mao): la vecchia società e nel profondo gli uomini. Questo intrepido condottiero, laureatosi all'università della macchia, come amava scherzosamente definirsi, porta a un nuovo stadio il marxismo-leninismo. Tra gli altri, i suoi due maggiori contributi creativi sono la strategia della rivoluzione di nuova democrazia nei paesi del Terzo mondo oppressi dall'imperialismo e la teoria della continuazione della rivoluzione nelle condizioni della dittatura del proletariato. "Questa teoria - ha spiegato il nostro Segretario generale compagno Giovanni Scuderi nel rapporto al II Congresso nazionale del PMLI - costituisce una pietra miliare sul piano teorico, ideologico, politico e dell'esperienza pratica della storia del proletariato internazionale. Essa è Ia continuazione diretta della strategia e della tattica della via dell'Ottobre. L’anello di congiunzione del momento della presa del potere da parte del proletariato col momento della sua difesa e consolidamento contro gli attacchi dei nemici di classe annidati nel Partito comunista e nello Stato socialista ".
Ecco che cosa noi intendiamo con l'affermazione che l'autenticità del marxismo sta oggi nel riconoscimento del marxismo-leninismo-pensiero dì Mao, e quindi dello sviluppo assicuratogli da Lenin, Stalin, Mao Zedong.
Quando parliamo di Marx intendiamo anche Engels, l'amico, lo scienziato, il combattente che gli fu più vicino. Ambedue, seguendo itinerari diversi giunsero alle stesse conclusioni generali, a testimoniare che il socialismo scientifico era maturo, fu il precipitato di una situazione storica ormai satura. Una volta conosciutisi saranno uniti come labbra e denti, non si lasceranno più, condivideranno la stessa sorte, discuteranno, fugheranno i loro dubbi insieme, elaboreranno e scriveranno persino a quattro mani numerose opere in uno spirito di amore e di sostegno reciproci, da comunisti autentici. “Le leggende antiche - osservò Lenin - raccontano diversi esempi commoventi di amicizia. Il proletariato europeo può dire che la sua scienza è stata creata da due scienziati e militanti i cui rapporti personali superano tutte le più commoventi leggende degli antichi sull'amicizia umana ” (2).
Possiamo ben dire che la loro complementarietà diede al proletariato frutti straordinari nel campo teorico e organizzativo, nelle scienze economiche e naturali e nella politica. E neppure si dimentichi che senza l'aiuto economico di Engels, Marx sarebbe stato certamente sopraffatto dalla miseria.
 

Lo scienziato e il combattente
L’infaticabile e prodigioso lavoro teorico per strappare il socialismo dal limbo dell’utopia e radicarlo in profondità sul terreno della scienza non è neppure che la metà dell’opera di Marx, afferma Engels nel discorso pronunciato sulla tomba del compagno scomparso: “Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario. Contribuire in un modo o nell’altro all’abbattimento della società capitalistica e delle istituzioni statali che essa ha creato, contribuire alla liberazione del proletariato moderno, al quale egli per primo aveva dato la coscienza della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza della propria liberazione: questa era la sua reale vocazione. La lotta era il suo elemento. Ed ha combattuto con una passione, con una tenacia e con un successo come pochi hanno combattuto "(3). Attirandosi, naturalmente, l’odio più malvagio e le persecuzioni più accanite dei regimi assolutisti e repubblicani del vecchio continente, tanto da essere costretto a rinunciare alla sua stessa cittadinanza di origine per sfuggire alle ripetute richieste di estradizione avanzate dal governo prussiano e da essere costretto insieme alla sua famiglia alla precaria esistenza del profugo, inseguito ora in Francia, ora in Belgio, ora in Prussia da ordini di espulsione, crudeli fino a vietare a lui malato e sofferente il temporaneo visto d'ingresso per raggiungere la stazione di cura, finché nell'esilio londinese sfuggirà alla spietata caccia dei suoi avversari ma non certo allo stato di nera indigenza che lo torturerà a più riprese provocandogli non pochi tormenti e difficoltà di lavoro fino alla tomba.
Troppo spesso gli si fa il grave torto di esaltarne le idee e le prodigiose scoperte senza ricordare quali e quanti sacrifici gli costò elaborarle. Marx sapeva ciò che lo attendeva: l'ostracismo della borghesia, una precaria esistenza, le calunnie dei conservatori e dei democratici radicali, il silenzio della società ufficiale in segno di disprezzo e per ignorarlo. Eppure rinunciò a tutto, rinunciò alla folgorante carriera universitaria che una mente tanto prodigiosa gli avrebbe garantito insieme a gloria, ricchezze e applausi che la borghesia sa tributare a piene mani ai suoi valorosi e docili servitori. Per aver sposato la causa del proletariato finì per condividere nella miseria la sorte del proletariato stesso. La sua prodigiosa opera economica, ‘‘Il Capitale", frutto della perfetta conoscenza e approfondita analisi della letteratura economica fondamentale e di una sterminata e scrupolosa ricerca di fonti originali, fu redatta in condizioni materiali disperate, interrotta ripetutamente dal ‘‘continuo scribacchiar per i giornali " che gli lesinavano il pane quotidiano e dal penoso dispendio di energie nella disperata ricerca finanche dei centesimi per comprare la carta da scrivere e i giornali da leggere.
Marx conobbe la prigione e la persecuzione giudiziaria - grande risonanza ebbe il processo di Colonia ove fu accusato di "incitamento alla ribellione" -, conobbe il terribile dolore di vedere messa a repentaglio la vita stessa della moglie e dei figli, tre dei quali gli furono strappati dalla morte in tenera età a seguito delle privazioni subite, conobbe indicibili sofferenze in sempre più frequenti e tormentose malattie che minarono il suo pur robusto fisico a seguito dell'eccessivo lavoro che per lunghi periodi, tra una ricaduta e l'altra, lo divorava anche di notte. "Non sono padrone del mio tempo - scriveva in una lettera del 1858 - ma piuttosto il suo servo. Mi resta soltanto la notte, e frequentissimi attacchi e ricadute di una malattia di fegato intralciano questo lavoro notturno ". E nel 1867 aggiunge: “Ero continuamente sull'orlo della tomba. Per questo dovevo utilizzare ogni momento che potevo dedicare al lavoro, per terminare la mia opera cui ho sacrificato la salute, la felicità della vita e la famiglia... Se uno sceglie di essere bue, allora può naturalmente voltare le spalle alle sofferenze dell'umanità e occuparsi solo dei fatti propri. Ma io mi considererei veramente un incapace se fossi morto senza avere completamente finito iI mio libro, almeno in manoscritto ’’(4).
Voi credete davvero che un genio sazio e di successo avrebbe potuto scrivere un'opera come Il Capitale, magari nel sereno, confortante e gratificante clima che cinge come un'aureola il mondo accademico borghese? No, nessun genio avrebbe potuto riuscirvi in quelle condizioni. Ogni idea, persino la più astratta e complessa, ha i piedi ben piantati sulla terra: cammina sulle gambe della lotta di classe e della sperimentazione scientifica. Le idee oziose sono figlie naturali dell'ozio, ecco perché non c'è nascita e neppure sviluppo del marxismo senza lotta di classe.
Il marxismo sgorga dalle più avanzate correnti di pensiero che l'umanità aveva sin lì elaborato: la filosofia classica tedesca, l'economia politica inglese, il socialismo francese. Eppure il suo fondamento è la scienza sociale, la lotta di classe. Senza lotta di classe il marxismo non sarebbe apparso.
L'Europa del tempo è un crogiuolo di moti rivoluzionari. Per piegare e vincere definitivamente l'ostinata resistenza degli ordinamenti e delle istituzioni feudali e assolutisti che soffocano lo sviluppo del capitalismo, la borghesia è costretta a ricorrere alla rivoluzione, ma la rivoluzione le si rivolge contro appena questa classe, paga dei compromessi raggiunti, se ne ritrarrà e la tradirà, giacché la lotta di classe, ormai entrata nella nuova fase egemonizzata dal proletariato, mette in movimento grandi masse di popolo, conquista nuove simpatie, strappa gli intellettuali all’accademismo "parruccone " e trascina tutti alla sua scuola. "Il socialismo non si presentava quindi più come la scoperta occasionale di questo o quell'altro cervello geniale — ricorda Engels — ma come il necessario portato della lotta fra due classi formatesi storicamente, tra il proletariato e la borghesia "(5).
 

Dal radicalismo al socialismo scientifico
Benché in principio aderisca ai circoli democratici più radicali, è partecipando alla rivoluzione prevalentemente combattuta nella sfera teorica e politica che Marx scorge la montante lotta di classe del proletariato, ne rimane sbalordito e viene spinto ad abbracciarne la causa dopo aver compreso quale impareggiabile forza motrice progressiva essa rappresenti per l’intera umanità. Si getta con ardore e passione nella redazione di alcune riviste che finiscono presto con l’essere malviste, osteggiate e censurate dalle autorità centrali tedesche per via della loro tendenziale polìtico antigovernatìva, va approfondendo " la critica spregiudicata di tutto ciò che esiste, spregiudicata nel senso che in generale la critica non si atterrisce di fronte al suoi risultati nemmeno di fronte al conflitto con le forze esistenti” (6); e così non avrà paura di portarla alle estreme conseguenze, fino a rinnegare la propria classe dì appartenenza grazie a quel coraggio, coerenza e onestà intellettuali di cui difettarono tanti intellettuali ripiegati nel filisteismo allorché non se la sentirono di fare il gran salto e di rischiare di persona tutto, carriera, sicurezza economica e la vita stessa.
Il compito di capovolgere cielo e terra non lo atterrisce anzi lo esalta. La sua mente prodigiosa è un vulcano inesauribile, mai paga dei risultati acquisiti, sempre pronta tanto alla feroce critica quanto alla spietata autocritica, priva di riguardi ed esitazioni verso le concezioni ideologiche che intralciano il progresso sociale. Abbandona l'inconsistente e conservatore sistema idealista hegeliano, pur estrapolandone il nucleo razionale ossia il metodo dialettico, abbraccia il materialismo di Fuerbach per poi distaccarsene perché lo considera metafisico, “prevalentemente meccanico" e soprattutto perché ‘'non concepisce l'importanza dell’attività ‘rivoluzionaria’, dell’attività praticocritica’' (7).
È un’avventura affascinante ed educativa ripercorrere attraverso le opere del giovane Marx la gestazione e quindi la nascita della nuova concezione proletaria del mondo. Ogni sua scoperta feconda nuove scoperte, ogni passaggio gli lascia intravedere nuovi orizzonti, più si guarda indietro e più speditamente guadagna la vetta. Ci appare non un Marx giovane e filosofo contrapposto a un Marx adulto e scienziato ma piuttosto il rivoluzionario irriducibile e conseguente che plasma il suo pensiero per abbracciare la realtà dal punto di vista del nuovo, del proletariato emergente.
Risultante ed erede legittimo delle conquiste del pensiero scientifico d’avanguardia accumulate in oltre duemila anni, il marxismo produce la più radicale rivoluzione nella storia del pensiero umano. Quand’anche la necessità della critica e dell’autocritica lo spinge su terreni esasperatamente astratti, Marx non perde mai di vista il proletariato: “L’arma della critica non può certamente sostituire la critica delle armi, la forza materiale dev’essere abbattuta dalla forza materiale, ma la teoria diviene forza materiale non appena si impadronisce delle masse” ; e aggiunge: “Come la filosofia trova nel proletariato le sue armi materiali, così il proletariato trova nella filosofia le sue armi spirituali” (8).
Fino a lui la scienza rivoluzionaria e il proletariato non avevano avuto alcun punto di contatto, con la conseguenza che la prima s’insteriliva in una critica dell’esistente magari radicale e avanzata ma pur sempre prigioniera della concezione borghese, mentre il secondo languiva in condizioni disumane che lo spingevano a disperate sommosse e scoppi insurrezionali isolati e poteva a malapena volgersi passivamente verso le innumerevoli sette e dottrine socialiste e comuniste utopistiche di derivazione piccolo-borghese. Marx sposò l’una all’altro e finì per dare alla luce il socialismo scientifico.
A centocinquanta anni di distanza l’unico socialismo che conosciamo è il socialismo marxista e può apparire difficile immaginare la lunga, tenace, complessa battaglia da esso intrapresa per liquidare quel variegato campionario di socialismi primitivi e per affermarsi in modo incontrastato nel proletariato. Eppure allora nei paesi europei capitalisticamente più evoluti il socialismo non proletario furoreggiava tra le opposizioni, era di moda in quei settori della media e piccola-borghesia toccati dalle miserie in cui versavano i lavoratori e mossi da più o meno vaghe finalità filantropiche.
Tant’è che Marx ed Engels devono anzitutto saldare il conto teorico con tali tendenze denunciandone la matrice ideologica e politica: di tipo reazionario nel socialismo feudale e piccolo-borghese; di tipo conservatore e borghese nel proudhonismo, che non rivendicava la soppressione della proprietà privata ma si riduceva a mendicare l’eliminazione degli eccessi, delle distorsioni, degli effetti più intolleranti che ne derivano e che “la rivoluzionano e la dissolvono” ; e di tipo utopistico, col passar del tempo vittima di un’involuzione reazionaria comune ai sistemi socialisti e comunisti elaborati da Saint-Simon, Fourier, Owen, Babeuf e altri.
Non altrettanto automatico è il trionfo del marxismo in seno al proletariato. Occorsero ancora molti decenni prima che una ad una, dal proudhonismo al bakunismo, fossero estirpate tutte le ideologie che gli erano ostili. In un paese come l’Italia dove l’arretratezza economica aveva impedito la predominanza del proletariato sugli altri strati della popolazione, l’anarchismo fu una bestia dura a morire e costrinse Marx ed Engels a intervenire personalmente in una polemica sistematica e persistente contro la sua perniciosa influenza che era non indifferente in talune aree geografiche e sociali.
 

Marxismo e revisionismo
Alla fine il marxismo ebbe la meglio, senza tuttavia avere un attimo di tregua. La vecchia lotta cambia forma, si sposta dall’esterno all’interno delle file marxiste e apre una nuova fase che dura tuttora e durerà finché ci sarà sviluppo del marxismo: "Il socialismo premarxista - spiega Lenin - è battuto. Esso continua la lotta non più sul suo proprio terreno, ma sul terreno generale del marxismo, come revisionismo” (9).
È il destino del marxismo: il suo successo e la sua affermazione teorica, politica e concreta lo condannano all'attacco combinato dei nemici dichiarati che lo giudicano fallito e confutato e dei nemici mascherati che lo snaturano dei suoi principi, della sua anima rivoluzionaria. Ondata dopo ondata l’attacco diventa tanto più isterico, viscerale, esteso, quanto più esso avanza, diventa guida per l'azione del popoli del mondo e avvia i primi esempi viventi della nuova società socialista.
Con il risultato che ogni nuova ondata porta a galla le scorie: costringe i vecchi revisionisti a disfarsi del logoro travestimento marxista che gli è oramai d’impaccio e a raggiungere fisicamente il fronte esterno (si pensi alla Bad Godesberg della socialdemocrazia tedesca); mentre produce un nuovo strato di revisionisti che scelgono altri pretesti e li aggiungono ai vecchi, giustificandoli magari colle modificazioni storiche e soggettive prodottesi nel frattempo, per raggiungere l'antico fine della liquidazione del marxismo. Costoro agiscono come il cane con l’osso. Dapprima lo stringono fieri tra i denti, poi cominciano a spolparlo, a intaccarlo con frenesia e non si fermano prima di averlo spezzato e averne divorato il prezioso midollo, infine lo abbandonano a marcire. Snaturata l’essenza rivoluzionaria del marxismo, si ritengono appagati e possono disfarsi anche dell’inservibile involucro.
Se e in che misura quest’involucro inanimato non viene gettato alle ortiche dipende nient'altro che da opportunismo politico. In quanto esso può ancora servire come specchietto per le allodole e coprire pudicamente le mostruosità del tradimento. È il caso dei revisionisti italiani. I quali respingono il pensiero di Marx come "un blocco pietrificato” e ne accettano solo “il modo” in cui è stato da loro "assunto, interpretato e tradotto” mentre giudicano “pedissequa” e “scolastica” ogni autentica adesione alla sua dottrina. Come dire che Marx fu sì un sant’uomo nel suo tempo ma oggi è morto e vive soltanto il “marxismo italiano” nella "via italiana al socialismo” prefigurata da Gramsci, elaborata da Togliatti e tradotta in realtà prima col “compromesso storico” e poi coll’"alternativa democratica” da Berlinguer.
Benché lo smentiscano in teoria e in pratica, lo rigettino come metodologia a tutto vantaggio delle più svariate dottrine borghesi e tradiscano consapevolmente ogni suo insegnamento rivoluzionario, in un modo tutto gesuitico e per spirito di conservazione continuano a chiamarsi marxisti e a rivendicare un proprio marxismo. Anzi rivendicano il diritto all’esistenza di una costellazione di marxismi. Cosicché nell'inevitabile guazzabuglio teorico ci sia posto per chiunque fuorché per gli autentici marxisti.
Tra le due strade che si propongono davanti al rinnegati, i revisionisti italiani sembrano scegliere più astutamente quella della moltiplicazione dei marxismi in base alle loro particolarità nazionali e ai loro connotati ideologici: il “marxismo” russo, europeo, italiano, cinese sono del primo tipo; il “marxismo” riformista, libertario, cristiano, il freudo-marxismo sono del secondo tipo, E sembra che qualche intraprendente giovanotto si stia accingendo a studiare il modo di inviare per corrispondenza un “marxismo su misura” a chi ne fa richiesta.
Il marxismo-leninismo-pensiero di Mao è come un albero che radicato su terreni e cresciuto in climi assai diversi fra loro può cambiare la foggia delle sue foglie, diventare tozzo o slanciato, dare pomi di sapori diversi, ma non può trasformarsi in un cavolo. Beh il sistema di “marxismi” diversi rivendicato dai revisionisti assomiglia assai più a un orto che a un bosco.
Stormi di corvi hanno in questo secolo creduto di solcare i cieli per annunciare al mondo la morte del marxismo e invece non son andati più in là di un grottesco starnazzio nei cortili della reazione. A giudicare dai necrologi dobbiamo dedurre che il marxismo possiede mille vite e il presunto paziente gode tuttora una salute di ferro. Che bisogno ci sarebbe di scomodare i pezzi da novanta della scienza contemporanea borghese per riparlare di "crisi del marxismo" se si fosse avverata l’inappellabile sentenza, “il marxismo è morto” , pronunciata all'inizio del secolo dal loro più illustre predecessore Benedetto Croce? Potrebbero mai spingersi a tormentare un morto se non fossero atterriti dall'attualità e dall’onnipotenza del marxismo in quanto organica e scientifica dottrina del proletariato che non solo interpreta la storia ma si prefigge di trasformarla in senso rivoluzionario? In verità oggi come ieri a versare in una crisi senza via d’uscita è il revisionismo: la sua sorte è segnata, spetta ora a noi marxisti-leninisti finirlo anche dal punto di vista politico.
 

La nuova concezione del mondo
Marx non si è limitato a svelare e dimostrare scientificamente un certo numero di leggi di ordine filosofico, storico ed economico. Il materialismo storico dialettico, “la teoria della lotta di classe e della funzione storica rivoluzionaria del proletariato, creatore di una nuova società, della società comunista” (10) (Lenin) e la sua dottrina economica costituiscono i pilastri della nuova concezione proletaria del mondo. Di cui il proletariato non può in alcun modo fare a meno se vuole liberarsi del capitalismo e compiere la missione emancipatoria affidatagli dalla storia.
Marx strappa le idee degli uomini da quella sorta di esistenza sovrannaturale in cui erano confinate in quanto ritenute causa prima di ogni mutamento storico. Capovolge l’impostazione idealista tradizionale e dimostra che lo scontro fra le idee non è fortuito, caotico, imprevedibile, riflette invece un’assai più profonda lotta che attraversa la vita materiale della società, cui dobbiamo necessariamente rivolgere la nostra attenzione se vogliamo capire l’essenza di ogni manifestazione spirituale, teorie sociali e concezioni politiche, e di ogni manifestazione della sovrastruttura, istituzioni politiche e statali. “Per la prima volta la storia fu posta sulla sua base reale” (11) (Engels).
Secondo il materialismo marxista la natura prima del mondo è materiale e tale realtà oggettiva esiste al di fuori e indipendentemente dalla coscienza che se ne possa avere. Pur essendo essa perfettamente conoscibile, il processo che approssima la conoscenza dell'uomo da forme più arretrate e relative a forme più esatte e assolute risponde all’inappellabile banco di prova della pratica.
Il materialismo è la concezione di chi lotta per portare l’uomo dalla schiavitù della “necessità cieca” al regno della libertà, a cominciare dalla conoscenza delle leggi oggettive che regolano la società e la natura. Conoscendo la realtà possiamo trasformarla e trasformandola possiamo elevare la nostra conoscenza in un processo senza fine. Questo è il senso vero della libertà: coscienza e trasformazione della necessità.
Non ci stupiscono dunque i rinnovati attacchi al marxismo da parte del “neo-oscurantismo scientifico", alleato e “anticamera" del tradizionale oscurantismo clericale. I revisionisti moderni appioppano l’aggettivo ottocentesco a Marx perché egli avrebbe preteso dì scoprire le leggi oggettive di sviluppo della società ma non hanno il coraggio di confessare che le loro pretese illeggibilità del mondo esterno e negazione di una realtà materiale esterna e indipendente rispetto ai nostri sensi e alla nostra coscienza sono un raffinato aggiornamento dell'agnosticismo settecentesco di derivazione kantiana e del vieto ciarpame misticista e fideista. Così intendono in realtà condannare l’uomo al pessimismo e allo stato d’impotenza.
Il materialismo implica un atteggiamento rivoluzionario dell’uomo verso il mondo: “la vita sociale è essenzialmente pratica" scrive Marx. “La coincidenza del variare delle circostanze dell'attività umana può essere concepita o compresa razionalmente solo come prassi rivoluzionaria" (12).
Ma il materialismo senza dialettica sarebbe un corpo senz’anima perché tutto, materia e pensiero, è in movimento, in perenne cambiamento, si sviluppa, deperisce e muore, dando luogo incessantemente a nuove catene di trasformazioni. Niente può essere considerato come statico e isolato, niente si ripete meccanicamente o si riproduce immutato all'infìnito perché la contraddizione è l’essenza stessa delle cose. “Il movimento - afferma Engels nell'Antidüring che Marx aveva visionato ancora allo stato di manoscritto - è il modo di esistere della materia (...) Materia senza movimento è altrettanto impensabile quanto movimento senza materia” (13).
Marx per primo riesce a conciliare il punto di vista materialistico con la dialettica in una prodigiosa sintesi che prende il nome di materialismo dialettico. Con ciò ha fornito al proletariato un'impareggiabile arma per conoscere e trasformare in senso rivoluzionario il mondo.
Il materialismo dialettico non è un punto di vista filosofico come un altro e neppure una dottrina di cui a piacere si può fare bella mostra in amabili conversazioni salottiere. Il materialismo dialettico sancisce la morte della vecchia filosofia speculativa perché pretende l'unità tra teoria e pratica, esiste in quanto è applicato, si conferma perché aiuta lo sviluppo delle conoscenze dell’uomo nelle scienze naturali e sociali, in economia e nella politica. Non ne può fare a meno il mondo della scienza, a maggior ragione non può essere considerato affare privato per i militanti del partito del proletariato come invece detta lo statuto del PCI.
Il cosiddetto laicismo se lo possono permettere quei partiti che, dando per scontata la loro adesione alla concezione ideologica della borghesia, preferiscono chiedere ai loro iscritti una scelta a favore di una piuttosto di un’altra variante politica e non ideologica. Il loro è un pragmatismo che non traligna comunque dal campo borghese.
 

Il materialismo storico
Applicato ed esteso alla vita sociale e alla storia della società, il materialismo marxista prende il nome di materialismo storico. Indagando la società contemporanea e le società che l’avevano preceduta, il marxismo seleziona le più disparate condizioni di vita materiale (ambiente geografico, progresso tecnico, rapporti di produzione, densità della popolazione) in base all'influenza da esse esercitata sugli uomini, e quindi sui loro conflitti, condotta, idee, aspirazioni, rapporti reciproci, ed esercitata sulla società, alle prese ora col prodigioso progresso ora colla decadenza, con la pace e con la guerra, con guerre civili rivoluzionarie e con la reazione.
Di un tale groviglio di contraddizioni, di tante apparenti assurdità nessuno era prima di Marx venuto a capo: un po’ per il ridotto orizzonte scientifico dei tempi antichi e un po’ perché presupponeva che fosse messo al bando ogni servilismo verso le classi dominanti. E adesso lasciamogli esporre in modo insuperabile e completo questa concezione materialistica della storia che mantiene intatta la sua carica innovativa e rivoluzionaria: “Il risultato a cui arrivai e che una volta acquisito mi servì da filo conduttore nei miei studi, può essere brevemente formulato così: nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sodale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l'espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l'innanzi s'erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un'epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura.
Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatata con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione. Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dar corpo; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perché l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono o almeno sono in formazione... I rapporti di produzione borghese sono l'ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale; antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che sorge dalle condizioni di vita sociali degli individui. Ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude per sempre la preistoria della società umana” (14).
Ecco dunque svelate le radici delle classi, dei conflitti sociali e di quella legge fondamentale che assegna alla lotta di classe il ruolo di forza motrice della storia, osteggiata, confutata, denigrata dai padroni e dai signori del Palazzo, disposti a vendere l'anima a dio o al diavolo pur di tramutarla nel rassicurante evoluzionismo sociale, nell’imbelle confronto democratico, nel “cretinismo parlamentare" e rigettata, messa da parte perché giudicata rozza e anacronistica dai revisionisti berlingueriani, e “paleomarxista" dai craxiani.
È la lotta di classe ad aver minato nel profondo sino a disgregare e dissolvere società un tempo tanto potenti, fiorenti, imbattibili da ritenersi eterne e universali. “L'impero romano durerà quanto il mondo", amavano ripetere con mille versi i poeti dell'antica Roma; il Medioevo feudale pretendeva che ogni autorità emanasse al Re da Dio per metterlo al riparo dalla caducità terrena; eppure il più potente stato dell’età schiavistica e le società feudali europee non hanno potuto niente davanti agli assalti della lotta di classe, sono state divorate, macinate e ridotte in polvere dalla storia. Tali trapassi tuttavia non sono stati trapassi naturali. Hanno comportato cruente e prolungate lotte dagli esiti incerti e alterni. La decadenza della vecchia società e l’incubazione della nuova hanno coperto lunghi periodi storici durante i quali il vecchio resisteva con le unghie e i denti mentre il nuovo stentava a prendere il sopravvento.
Dalle eroiche e frequenti ribellioni degli schiavi che ebbero in Spartaco il loro più celebre condottiero alla disgregazione e definitiva caduta dell’impero romano passarono non meno di quattro secoli; ancora più lunga è l’incubazione del capitalismo durante il feudalesimo: non meno di cinque secoli dividono le prime apparizioni della borghesia in lotta per la sua affermazione politica al tempo dei Comuni, in cui peraltro l'Italia giocò un ruolo decisivo e d'avanguardia, dalla sua piena conquista del potere politico con la Rivoluzione francese del 1789.
Perché, dunque, stupirsi se ancor oggi il proletariato non ha conquistato il potere e ha subito alcuni rovesci in paesi come l’URSS e la Cina dove era già impegnato nella radicale trasformazione socialista della società? Non dobbiamo stupirci: la lotta di classe ha i suoi tempi di maturazione. Come non è bastato un Congresso di Vienna a perpetuare la supremazia della reazione monarchico-nobiliare e a impedire lo sviluppo delle rivoluzioni nazionali borghesi in Europa, così i due colpi di stato dei rinnegati Krusciov e Deng non freneranno la marcia in avanti del proletariato mondiale. Ma non si illuda la borghesia internazionale non abbiamo alcuna intenzione di concedergli proroghe secolari.
Vogliamo doverosamente riportare nella sua giusta proiezione storica l'avvento del socialismo, dimostratosi meno vicino di quanto pensassero o si augurassero molti socialisti del secolo scorso. Peccando di un precipitazionismo che nelle migliori ipotesi appare oggi soggettivamente comprensibile ma che giammai appartenne a Marx e a Engels. I quali certo non potevano immaginare le future vicissitudini del movimento operaio ma polemizzarono aspramente all’interno stesso della Lega dei comunisti con chi sognava immediati salti storici: “Noi diciamo - essi affermavano - agli operai: dovete superare ancora 15, 20, 50 anni di guerre civili, per cambiare i rapporti, per rendere voi stessi capaci di assumere il potere" (15).
E frattanto la decadenza, divenuta putrefazione dell'intero sistema imperialista, riproduce fatalmente quei caratteri che contraddistinsero i regimi del tardo impero romano e assolutistico-feudale alla vigilia del loro tramonto. Persino le evocazioni dello spirito di Bisanzio, ricorrenti nella polemica politica italiana, tradiscono l’impotenza dell'attuale classe dominante davanti a un processo degenerativo che spera con ciò di esorcizzare. La crisi del modo di produzione, la crisi finanziaria, la bancarotta dei bilanci statali, l’apparato statale fortemente gerarchizzato e insieme preda di lotte intestine disgreganti, il “Palazzo" come regno dell’arroganza, scandali, malversazioni, concussioni e finanche mandante delle più orribili stragi e delitti ai danni della società civile, una decadenza morale fomentatrice dei più bassi istinti umani, una cultura della crisi che esorta all'indifferenza, al “disincanto", al pessimismo mentre riscopre quei filoni oscurantisti che fanno leva sull'irrazionalismo, lo spiritualismo e il bisogno artificioso di Dio: ecco i comuni denominatori di tutti i regimi in fatale declino, ed ecco una cruda fotografia dei mali della società italiana.
 

La dottrina economica
Attraverso una serie di pubblicazioni e ricerche preparatorie e con la più prodigiosa opera di economia politica mai affidata in eredità all'umanità, "Il Capitale", Marx ha scoperto le leggi della nascita, dello sviluppo e della rovina del capitalismo, ha svelato e chiarito il rapporto tra capitale e lavoro e dunque l'origine dello sfruttamento della classe operaia, ha dimostrato sul piano economico il ruolo centrale del proletariato nell'inevitabile lotta rivoluzionaria per il socialismo.
Per avere un’idea dell’importanza rivestita dalla dottrina economica di Marx e di quanto nel profondo essa colpisca gli interessi della borghesia basta guardare all’accoglienza riservatagli dalla scienza economica ufficiale che l'ha ignorata, rifiutata, derisa, confutata; e alle fregole revisioniste per correggerla, smentirla, superarla. "Si è preteso che le crisi si farebbero oggi più rare, meno acute... - denunciava Lenin in "Marxismo e revisionismo” scritto nel 1908 in memoria di Marx - Si è preteso che la ‘teoria del crollo' verso il quale marcia il capitalismo sarebbe una teoria inconsistente, poiché le contraddizioni di classe tenderebbero ad attutirsi, ad attenuarsi. Si è preteso infine che non sarebbe male correggere la teoria del valore di Marx” (16).
E l’elenco diventa chilometrico se alle pretese degli antichi aggiungiamo quelle dei moderni revisionisti. I quali giudicano il marxismo ormai un pezzo da museo, una teoria utile a studiare tutt’al più il capitalismo ottocentesco e non la presente società che pudicamente chiamano post-industriale per sbarazzarsi persino della sgradevole terminologia che in qualche modo richiama la proprietà dei mezzi di produzione. Dove non è riuscita la classe operaia sarebbe riuscito il naturale sviluppo delle forze interne al sistema di produzione. E chi mai sarebbero gli artefici di una cosi straordinaria rivoluzione silenziosa che sta capovolgendo la fisionomia e il carattere di classe del capitalismo? Ma sì, i tecnici dell’informatica, della telematica, della robotica che avrebbero fatto emergere il terziario come settore portante dell'economia e ci preparano un futuro senza più classe operaia tradizionale. Vivaddio se ci liberassero dalle crisi, dallo sfruttamento del lavoro salariato, dalla centralizzazione dei capitali in mano a pochi magnati, dalle miserie in cui versa la popolazione lavoratrice.
Il fatto è che per la borghesia e i revisionisti ogni motivo è buono per smentire Marx: ne ridicolizzano la straordinaria capacità di prefigurare le tendenze storiche del sistema capitalistico e insieme lo vorrebbero veggente, nient’altro che un ciarlatano che interrogava il futuro alla stregua di Nostradamus. Ieri si appigliavano alla ridotta estensione numerica del proletariato oggi inventano il suo dissolvimento. A niente vale se nel frattempo dalla metà del secolo scorso, quando gli operai industriali non superavano al mondo intero un totale di 10 milioni di unità, a oggi, il peso assoluto e relativo del proletariato rispetto all'intera popolazione lavoratrice è andato crescendo senza soluzione di continuità. Eppure non occorre guardare lontano, basta l’esempio dell'Italia negli ultimi cinquantanni.
Il fatto è che ai revisionisti non va giù che il marxismo abbia attribuito la funzione centrale e dirigente alla classe operaia e cercano ogni espediente per contestarla. Oramai la classe operaia si è affermata numericamente oltreché politicamente, allora Berlinguer ha la faccia tosta di sostenere dalla tribuna del 16° Congresso del PCI che "gli intellettuali, i tecnici, i ricercatori - i 'camici bianchi' - sono all’avanguardia della lotta per la trasformazione della società” perché “per la loro collocazione nel processo produttivo sono determinanti per il suo realizzarsi e sono quindi divenuti figure centrali per il formarsi del profitto” . Ecco dove si spingono i revisionisti per negare la centralità operaia.
Non scopriamo niente di nuovo nel ricordare che la presente rivoluzione tecnologica non è la prima avviata dal capitalismo durante la sua storia. Altre l’hanno preceduta senza tuttavia capovolgere i rapporti di produzione capitalistici, snaturare i fondamenti della sua struttura e soprattutto senza liberarlo da quell'intreccio di contraddizioni che lo dominano e lo condannano alla rovina.
A provocare sconvolgimenti senza fine e rendere più barbaro il declino del capitalismo è la presenza di una "base tecnica rivoluzionaria”, "mentre la base di tutti gli altri modi di produzione è sostanzialmente conservatrice" (Marx)(17). Nel male come nel bene, durante le gravi crisi di sovrapproduzione e di recessione e durante le congiunture in cui dà nuovo sfogo allo sviluppo delle forze produttive, il capitalismo dispone di una straordinaria capacità distruttiva e innovativa.
Nell’inseguire il profitto massimo è capace con una mano di obbligare al sottosviluppo alcuni settori e aree produttive gettando a mare fiumi di energie umane e materiali mentre con l’altra insegue innovazioni tecniche che lasciano sbalorditi. Non nobili sentimenti ma l’accresciuta concorrenza e l’impagabile fame di veder aumentata la produttività del lavoro lo spingono a rivoluzionare di continuo il processo di produzione. Marx nel Capitale aveva fissato con precisione questa caratteristica: "La borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali (...) Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’incessante scuotimento delle condizioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca borghese fra tutte le altre ”(18). Ma si sa: le mode borghesi cambiano a ogni stagione, il disprezzo verso la classe operaia e l’assillo di vederla ridimensionata restano. Appare ormai azzardato considerarla integrata nella società del benessere? Allora diventa di moda considerarla marginale rispetto ai tecnici nel mutato scenario economico.
La dottrina economica marxista comprensiva dei suoi sviluppi leninisti è attuale e inconfutata. Senza di essa il proletariato non avrebbe alcuna coscienza dell’origine e dei meccanismi dello sfruttamento capitalistico, non avrebbe la certezza del carattere insanabile delle contraddizioni insite nel sistema economico capitalistico e che solo attraverso la rivoluzione socialista può mettere fine all'antagonismo tra il carattere sociale del processo di produzione e la forma capitalistica privata dell’appropriazione. Ecco perché la borghesia ne ha sempre respinto la teoria del valore-lavoro: attraverso di essa Marx ha svelato il processo di formazione del plusvalore, estorto dal capitalista all’operaio attraverso una quota di lavoro non pagato.
La ricerca di profitti sempre maggiori è il motore che spinge all’accumulazione del capitale e quindi alla concentrazione e centralizzazione della produzione mentre moltiplica i fattori di crisi e rende inevitabili le crisi di sovrapproduzione, giacché la concorrenza e l’anarchia produttive impediscono un preventivo adeguamento dell'offerta rispetto alla domanda. Così affogano nel ridicolo e nello sconforto proprio gli economisti "becchini” di Marx che lo accusano di non aver saputo immaginare quanto sarebbe accaduto a un secolo di distanza, eppure non ne azzeccano una in tema di previsioni dell'ordine di settimane e mesi.
La tendenza all’allargamento illimitato della produzione e la contrazione relativa della domanda solvibile delle masse popolari diventa la fonte perenne della crisi. “La causa ultima di tutte le crisi – spiega Marx - è pur sempre la povertà e la limitazione di consumo delle masse in contrasto con la tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive a un grado che pone come unico suo limite la capacità di consumo assoluta della società” (19). “Se la sovrapproduzione non potesse verificarsi che quando tutti i membri della nazione avessero soddisfatto almeno i bisogni più indispensabili, fino ad oggi, nella storia della società borghese, non solo non si sarebbe mai potuta verificare una sovrapproduzione generale, ma neppure una sovrapproduzione parziale” (20).
Dall’analisi del sistema economico capitalistico Marx deduce che il capitalismo tende al crollo, "tanto nel senso delle singole crisi economiche e politiche, quanto della catastrofe completa di tutto il regime capitalistico” (Lenin)(21). Intendendo con ciò non che le leggi economiche agiscono spontaneamente e conducono al deperimento naturale e quindi alla rovina del capitalismo indipendentemente dall'azione degli uomini. Si tratta per il proletariato di rifuggire da un’attesa messianica ma di diventare l'interprete e l'artefice fisico dell'abbattimento del capitalismo e dell’avvento del socialismo.
Forte della posizione centrale che occupa nel sistema di produzione, il proletariato si può dunque organizzare come classe indipendente e conseguentemente antagonistica alla borghesia, esprime e pone alla sua testa il suo partito, accresce la sua esperienza, si libera di ogni sorta di pregiudizi borghesi e revisionisti e acquista unità e fiducia nei propri mezzi e capacità rivoluzionarie, diventando così la forza trainante delle masse popolari nella lotta di classe per il socialismo.
 

I capisaldi politici del pensiero di Marx
È noto che Marx più volte sottolineò il carattere e le finalità di questa lotta: la necessità della rivoluzione violenta, della distruzione dello Stato borghese e della dittatura del proletariato. Rifiutare anche uno solo di questi elementi essenziali del marxismo significa tradirlo ed essere passati armi e bagagli nel campo della borghesia.
Soprattutto la dittatura del proletariato è diventata oggetto dei più aspri attacchi opportunistici perché essa sancisce la definitiva e irreversibile estromissione della borghesia dal potere, la sua condanna alla sottomissione.
Non è un caso se nell’editoriale pubblicato dall'”Unità”, Berlinguer dopo aver sproloquiato sulla "lezione" di Marx arriva a negarne il più alto e qualificato contributo rivoluzionario sostenendo che "la prospettiva e la costruzione del socialismo in Occidente” comportano "la salvaguardia delle nostre libere istituzioni” e "l'irreversibile assunto... che la democrazia è un valore storicamente universale e per noi irrinunciabile” . La lezione perfettamente assimilata da Berlinguer è in realtà quella del rinnegato Kautsky, il massimo teorico della socialdemocrazia e il più temibile opportunista della storia del movimento operaio internazionale.
Berlinguer come Kautsky parla di democrazia in generale e non di democrazia borghese, parla di libere istituzioni e non di Stato borghese, di valore storicamente universale e non di valore storicamente determinato. Ebbene, se c'è una costante che attraversa il lavoro teorico di Marx ed emerge dalle sue ricerche storiche e dagli studi di economia politica, dai suoi saggi politici e dalla polemica con gli opportunisti del tempo, se c’è una verità che lo distingue da ogn’altro precedente pensatore questa consiste appunto nella scoperta che non esistono al mondo una sola idea, un solo valore, una sola istituzione che siano universali e svincolati dalle condizioni della vita materiale della società e dalle classi.
Perché mai dovrebbero possedere la divina qualità dell'Assoluto proprio “la democrazia e le nostre libere istituzioni” ? Perché Berlinguer è un borghese marcio fino al midollo e come tale deve cantare le lodi della forma politica entro cui si manifesta il dominio di classe del capitale e che garantisce la perpetuazione della schiavitù salariata. Poco gli importa se il marxismo ha dimostrato che ogni Stato non è libero ma è macchina di dominio, che la democrazia borghese, pur rappresentando un progresso storico rispetto al passato presuppone e tutela l’oppressione della classe operaia e segue dappresso il destino della borghesia svuotandosi di ogni contenuto innovativo con la putrefazione dell'imperialismo; infatti Engels ha precisato: "lo stato rappresentativo moderno è lo strumento per lo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale” (22). Poco importa a Berlinguer se la democrazia borghese è la negazione del socialismo e si contrappone storicamente alla dittatura del proletariato in modo assai più incompatibile dello schiavismo col feudalesimo e di quest'ultimo col capitalismo. Poco gli importa se contraddice non un aspetto marginale e secondario del marxismo ma quell’essenza rivoluzionaria che Marx volle sottolineare in una celebre lettera del 1852: “Quel che io ho fatto di nuovo è stato di dimostrare: 1) che l'esistenza delle classi è soltanto legata a determinate fasi di sviluppo storico della produzione; 2) che la lotta di classe necessariamente conduce alla dittatura del proletariato; 3) che questa dittatura stessa costituisce soltanto il passaggio alla soppressione di tutte le classi e a una società senza classi (23).
In quale rapporto si pone la berlingueriana “alternativa democratica" col socialismo tratteggiato dalle inequivocabili tesi di Marx? Per non essere giocati e per scoprire il baro è necessario stare all’erta perché Berlinguer imbroglia le carte, confonde abilmente Stato, forme politiche dello Stato e metodi di governo. Allo Stato capitalistico, come d’altra parte analogamente agli Stati feudali e schiavisti, corrispondono diverse forme di organizzazione interna, di dominio politico (la monarchia costituzionale, la repubblica democratica, la dittatura militarista e fascista sono alcuni esempi) e ancor più svariati metodi di governo. L’“alternativa democratica" non tocca la sostanza dello Stato capitalistico, si addice alla repubblica parlamentare mentre prefigura un semplice mutamento del metodo di governo. Un mutamento che viene incontro alle esigenze stesse della borghesia italiana di stabilizzare, affinare e modernizzare l'attuale configurazione del sistema di governo, ipotecata da trentacinque anni dall’egemonia di un solo partito, la Democrazia Cristiana.
L’esperienza accumulata nell'esercizio del potere per tanti decenni e in tanti paesi ha convinto la borghesia occidentale a preferire, in determinate congiunture storiche e politiche, il modello di derivazione anglosassone come il più affidabile e durevole. La formazione di due schieramenti parlamentari di “destra” e di “sinistra” e la loro alternanza e intercambiabilità alle redini governative sembra garantirle il capovolgimento indolore, e insieme la sua sanzione “legale”, di politiche dominanti diverse fra loro (il neo-liberismo e quella keynesiana, tanto per citarne due di attualità). In poche parole la borghesia occidentale crede di aver scoperto il moto perpetuo con una diabolica pendola che ipnotizzi e inebetisca gli elettori nell’attesa di un cambiamento o meglio col miraggio di un cambiamento, che svanisce appena ci si avvicina per riapparire più in là. Ma un tale meccanismo presuppone la piena affidabilità dei due poli parlamentari: ecco perché, per risolvere l'”anomalia” italiana la nostra classe dominante pretende ampie e sicure garanzie dal vertice del PCI. Carter e Reagan, Schmidt e Khol, Callagan e Thatcher, Giscard e Mitterand e in futuro DC-PCI: a questa altalena di illusioni e delusioni si ispira l'“alternativa democratica" ideata da Berlinguer e nella sostanza politica analoga all'“alternanza” proposta da De Mita. Altro che socialismo!
 

Maestro del proletariato mondiale
Benché l'elaborazione della dottrina del socialismo scientifico comportasse una tanto sterminata, impegnativa e dispendiosa attività teorica, Marx dedica tutto se stesso, con passione e amore commoventi, all’educazione, organizzazione e direzione del movimento operaio. L'impareggiabile maestro del proletariato internazionale è animatore e fondatore nel 1864 della prima associazione internazionale degli operai, la I Internazionale, e gladiatore indomabile per unificare il movimento operaio liberandolo di ogni forma dì socialismo premarxista e capeggiando la prima di un'interminabile catena di lotte che esplode nel suo seno dacché è internazionalmente organizzato, quella contro i bakunisti.
La dialettica della vita vuole che non di rado una cosa cattiva si trasformi in una buona, così la spietata persecuzione della reazione che lo insegue ovunque gli permette di tuffarsi e di temprarsi nel clima teorico e politico dei paesi europei più avanzati, dov'erano sorte le correnti di pensiero d'avanguardia come il socialismo utopistico e l'economia politica classica e dove il proletariato dava magnifici esempi del suo eroismo rivoluzionario.
E così il proletariato mondiale e gli autentici progressisti cominciano a conoscerlo e ad amarlo. Amano il teorico non meno del combattente. A partire dall'esilio di Bruxelles, dov’era giunto dopo essere stato scacciato da Parigi, e dove tiene delle conferenze su “Lavoro salariato e Capitale" che successivamente saranno pubblicate dalla rivista di cui è direttore, la “Nuova Gazzetta Renana”, mentre aiuta anche economicamente l'imminente rivoluzione in armi del 1848, il che gli vale il brutale arresto suo e di sua moglie nonché l’immediata espulsione dal paese. Fino all’avvento della Comune di Parigi che egli saluta ed esalta come “l'araldo glorioso di una nuova società” (24) e da cui sa trarre insegnamenti preziosissimi, che trasmette immediatamente all’intero movimento operaio, quali la necessità di “demolire" e “spezzare" la vecchia macchina statale e di “esercitare la dittatura del proletariato" attraverso la violenza rivoluzionaria. E aggiunge: “Se la Comune fosse distrutta, la lotta sarebbe semplicemente rinviata. I princìpi della Comune sono eterni e indistruttibili, essi si ripresenteranno continuamente fino al momento In cui la classe operaia avrà conquistato la sua emancipazione” (25).
Dopo la sua sconfitta, quando a Londra giungono i profughi sfuggiti alla sanguinosa repressione scatenata dalla reazione, la casa di Marx, solitamente visitata da un gran numero di operai, rivoluzionari e comunisti provenienti dal mondo intero, diventa per loro rifugio e mèta obbligata per il doveroso bilancio critico e autocritico che doveva ancora una volta dimostrare la straordinaria superiorità del marxismo sulle correnti opportuniste, sul blanquismo e il proudhonismo, che ricevono il colpo di grazia.
Marx appartiene anche in senso letterale al proletariato internazionale: la storia ne ha prima incrociato le esistenze, quindi ha fuso i destini storici del marxismo e del movimento operaio. Da questa tribuna il nostro Partito lancia un appello ai Partiti marxisti-leninisti dei vari paesi perché la tomba di Marx torni a essere patrimonio comune del proletariato internazionale, con la creazione intorno a essa di un centro di unità, incontro, documentazione, di studio e di dibattito del movimento marxista-leninista internazionale.
Dall'insultar de' nembi e dal profano piede " è tempo di liberare questa tomba rinnegata da “umane belve ", affinché desti nei vivi nuove imprese il monumento all'eroe che impugnando la spada contro la civiltà moderna, “Gli allor ne sfronda, ed alle genti svela / Di che lagrime grondi e di che sangue ". E chi potrà mai assolvere questo doveroso compito se non il movimento marxista-leninista odierno? Il quale saprà ricavare dalla linfa succhiata dalle sue radici forza, vitalità, chiarezza d'obiettivi e far conoscere nuove primavere alla dottrina marxista.
Marx aveva così a cuore le sorti del movimento operaio mondiale che s'interessava vivamente delle situazioni politiche e della storia di molti paesi dell'Europa e persino dell'Asia e delle Americhe.
In particolare leggeva perfettamente l'italiano e seguiva con partecipazione le vicende e la rivoluzione in Italia. “Sempre tenni le parti dell'Italia rivoluzionaria" (26), ebbe a scrivere nel 1872 a una rivista italiana, ammirava insieme a Engels la “fioritura " dell'Italia all'epoca del Rinascimento, e citava frequentemente Dante. Non è un caso se la prefazione all'edizione italiana del Manifesto si conclude con queste parole d'augurio di Engels: “Oggi come nel 1300, una nuova èra storica si affaccia. L'Italia ci darà essa il nuovo Dante, che segni l’ora della nascita di questa èra proletaria?” (27).
Ebbene noi siamo qui a testimoniare che non un uomo solo ma un collettivo di uomini, il PMLI, è nato a questo scopo. Nel Rapporto politico al II Congresso del PMLI “Avanti sulla via dell'Ottobre ", il nostro Segretario generale compagno Giovanni Scuderi afferma: “L'Italia è un paese di pionieri in tutti i campi, dalla politica alla filosofia, alla scienza, alla cultura, alle arti. Ed oggi può vantarsi di essere anche la fucina di noi marxisti-leninisti. Noi siamo in Italia i pionieri della rivoluzione socialista come Marx lo fu per la rivoluzione mondiale ”.
Siamo solo all'inizio di una strada lunga, tortuosa, complessa, ma siamo sulla strada giusta; se non subissimo fin da ora Io stesso trattamento riservato dalla classe dominante a Marx quand'era in vita, allora sì che dovremmo preoccuparci. Mentre i revisionisti italiani ricevono potere, onori e riconoscimenti come prezzo della loro capitolazione, noi autentici comunisti ripetiamo qui come ovunque il grido che chiudeva l’intramontabile Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels: “I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Essi dichiarano apertamente che i loro scopi non possono essere raggiunti che con l'abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente. I proletari non hanno nulla da perdere in essa fuorché le loro catene. E hanno un mondo da guadagnare.
Proletari di tutti i paesi unitevi!"
 
BIBLIOGRAFIA
 
1) F. Engels: Dialettica delia natura
2) V.I. Lenin: “Friedrich Engels", autunno 1895
3) F. Engels: “Sulla tomba di Marx”
4) Lettera di Marx a S. Meyer, 30 aprile 1867
5) F. Engels: "L’evoluzione del socialismo dall’utopìa alla scienza"
6) K. Marx: Lettera dei Deutsch-Französische Jahrbücher, Settembre 1843
7) K. Marx: Tesi su Fuerbach, primavera 1845
8) K. Marx: "Per la critica della filosofia del diritto di Hegel”, Introduzione 1843-44
9) V.I. Lenin: "Marxismo e revisionismo”, aprile 1908
10) V.I. Lenin: “Karl Marx", giugno-novembre 1914
11) F. Engels: “Kart Marx”, 1878
12) K. Marx: Tesi su Fuerbach, primavera 1845
13) F. Engels: "Antidüring”. 1876-78
14) K. Marx: Prefazione a "Per la critica dell'economia politica”, gennaio Ì859
15) K. Marx: Seduta del C.C. della Lega dei comunisti del 15 settembre 1850
16) V.I. Lenin: "Marxismo e revisionismo”, aprile 1908
17) K. Marx: "Il Capitale” vol. I
18) K. Marx: "Il Capitale” vol. I
19) K. Marx: "Il Capitale” vol. III
20) K. Marx: Teorie sul plusvalore II, 1862-63
21) V.I. Lenin: "Marxismo e revisionismo”, aprile 1908
22) F. Engels: "L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato” 1884
23) K. Marx: Lettera a Weydemeyer. 5 marzo 1852
24) K. Marx: "La guerra civile in Francia”. 1871
25) K. Marx: Verbale di un discorso sulla Comune di Parigi
26) K. Marx: Lettera al "Gazzettino rosa", 23 maggio 1872
27) F. Engels: "Al lettore italiano" (Prefazione all'edizione italiana del Manifesto), 1893
 

2 maggio 2018