“Basta morti sul lavoro, schiavi mai”
Sciopero generale e due manifestazioni per la strage dei braccianti migranti nel foggiano

Il 4 agosto 4 morti, due giorni dopo altri 12 in due scontri tra furgoncini pieni di lavoratori e tir. Incidenti analoghi avvenuti a pochi km di distanza l'uno dall'altro dove hanno perso la vita 16 braccianti agricoli, tutti di origine africana e tutti molto giovani, tra i 20 e i 30 anni. Due episodi che non possono esser archiviati come semplici incidenti stradali, ma che devono interrogarci sul tanto decantato sistema agroalimentare italiano.
Un sistema dove caporalato, lavoro nero, supersfruttamento, degrado, connivenza tra grandi produttori e grande distribuzione con le cooperative e le aziende in odore di mafia sono all'ordine del giorno. Una situazione intollerabile contro le quali già da tempo si stanno organizzando i braccianti agricoli della provincia di Foggia, in stragrande maggioranza africani, seguiti da asiatici (Cingalesi, Indiani) e dell'est europeo.
Di fronte a questa ennesima mattanza è scattata immediatamente la protesta. Mercoledì 8 agosto le assolate strade della Capitanata hanno visto scendere in piazza migliaia di lavoratori che assieme alle organizzazioni sindacali hanno dato vita a due distinte manifestazioni. La mattina sono sfilati i braccianti che hanno aderito alla marcia organizzata dall'USB partita dall'ex ghetto di Rignano (nel comune di San Severo) e conclusasi sotto la prefettura di Foggia. Pieno successo e alta adesione allo sciopero indetto da USB: nei campi non c'era nessuno a lavorare.
“Lo sciopero è servito. Abbiamo camminato tanto... lo abbiamo fatto per i compagni morti ma anche perché non vogliamo più morire sul lavoro”. Lo ha detto il coordinatore dei lavoratori agricoli dell’Usb, Aboubakar Soumahoro. “Basta morti sul lavoro”, “schiavi mai”, sono alcuni degli slogan che accompagnavano l’avanzare della "marcia dei cappellini rossi”, gli stessi che vengono usati per proteggersi dal sole cocente mentre raccolgono i pomodori nei campi per la vergognosa paga di un euro al quintale.
“Schiavi mai” è diventata la parola d'ordine dei braccianti, che oramai da alcuni anni si battono per ottenere dignità, contratto di lavoro, una sistemazione abitativa dignitosa, il diritto all'assistenza sanitaria. In una provincia, quella di Foggia, dove sono migliaia i migranti impiegati in agricoltura, specie nella raccolta di pomodori, con paghe da fame, senza diritti e costretti a vivere in ghetti fatti di baracche.
Nel pomeriggio si è tenuta la manifestazione indetta da Cgil-Cisl-Uil, conclusasi in Piazza Cesare Battisti a Foggia. “Non è una pacchia (riferendosi a Salvini) lavorare tutto il giorno per una manciata di euro o pagare 5 euro per salire sui furgoni della morte” ha esordito dal palco un bracciante. I rappresentanti dei sindacati confederali hanno difeso poi la legge 199 contro il caporalato, la stessa che il fascioleghista Salvini ha accusato di “complicare” le cose agli imprenditori agricoli.
Del resto Salvini appena giunto in città, dopo aver speso qualche parola di circostanza contro il caporalato e quei “poveri ragazzi morti”, ha convocato immediatamente il Comitato per l’ordine e la sicurezza. Come se lo sfruttamento in agricoltura fosse una questione di ordine pubblico e la colpa dei migranti che vengono in Italia per guadagnare un pezzo di pane, sempre che non anneghino nel mediterraneo. Non si può nemmeno ridurre il tutto a una questione di legalità, e nemmeno ad alcune zone d'Italia. La provincia di Foggia per la sua vocazione agricola e una storica presenza mafiosa è un territorio coinvolto in pieno dallo sfruttamento schiavistico dei lavoratori ma numerose indagini, come quella della procura di Padova hanno evidenziato come questo sia un fenomeno esteso in tutta Italia. Migranti prelevati dai centri di accoglienza per essere sfruttati nei campi del Veneto, lo stesso è avviene in Toscana e Piemonte dove vengono usati quasi gratis come braccia per la vendemmia e la raccolta delle mele, nell'Agro Pontino a sud di Roma, dove nei campi troviamo quasi esclusivamente asiatici.
La politica degli ultimi governi ha aggravato la situazione: si è tagliato il numero di ispettori del lavoro mentre Di Maio con il Decreto “Dignità” ha reintrodotto ed esteso i voucher in agricoltura, uno dei principali mezzi usati per eludere diritti quali il salario contrattuale, l'orario di lavoro, la malattia, la maternità, le ferie, il tfr. Ma non basta intensificare i controlli e combattere il precariato come chiedono i sindacati confederali.
Occorre spezzare il grande potere che hanno la grande distribuzione organizzata (GDO), le industrie di trasformazione e le grandi aziende agricole. Il settore agroalimentare gode ottima salute nel nostro Paese e i profitti vanno a gonfie vele. Tutto il profitto però va ai grandi marchi e alle catene di supermercati mentre i piccoli produttori per conservare il loro guadagno non si fanno scrupoli di sfruttare in modo schiavistico la manodopera. Il caporale, figura si deplorevole, ma alla fine è solo una rotella di un ingranaggio più grande.
Lo stesso Antitrust , (il garante della concorrenza) ha rilevato come la GDO impone ai produttori non solo prezzi vessatori, ma vere e proprie tangenti per avere il diritto ad esporre i propri prodotti sugli scaffali, oppure attraverso aste al ribasso su internet riesce a spuntare prezzi anche inferiori a quelli di produzione. Alla fine ogni soggetto i rivale su quello sottostante perché nessuno è disposto a rinunciare alla propria fetta di profitto, sino a che la catena si ferma agli ultimi, i braccianti, una parte dei quali per la nostra legislazione risulta “irregolare”, e quindi facilmente ricattabile.
Le rivendicazioni dei sindacati, che sotto la spinta delle lotte dei braccianti migranti stanno iniziando finalmente a elaborare delle piattaforme rivendicative non si devono limitare a chiedere la pur necessaria lotta al caporalato e l'intensificazione dei controlli. Occorre chiedere la regolarizzazione di tutti i lavoratori stranieri in Italia con i relativi diritti, compresi quelli sindacali. Servono inevitabilmente anche delle leggi e degli interventi che spezzino il potere della grande distribuzione che fa il bello e il cattivo tempo sui prezzi impoverendo gli ultimi passaggi della filiera agricola e favorendo la schiavizzazione dei braccianti.
 
 

5 settembre 2018