Per combattere il disegno di Ciampi di coinvolgere il popolo italiano nel nazionalismo e nel patriottismo imperialisti (Sulla storia del tricolore)
UNA BANDIERA ROSSA NON TRICOLORE IN OGNI FAMIGLIA PROLETARIA
RAFFORZARE L'UNITA', LA COMBATTIVITA' E LO SPIRITO DI CLASSE ANTICAPITALISTI E INTERNAZIONALISTI PROLETARI
Ormai non si contano più gli interventi di Ciampi dedicati alla rivitalizzazione del nazionalismo e del patriottismo, in particolar modo attraverso l'esaltazione dei simboli che li rappresentano, il tricolore e l'inno di Mameli. Si erano appena spente le telecamere sull'orgia patriottarda della sera di Capodanno davanti al Quirinale, che subito sono tornate ad accendersi (quelle di Rai 3) per il suo discorso del 7 gennaio in occasione della cosiddetta "giornata nazionale della bandiera" istituita nel 1997, sotto l'egida del governo di "centro-sinistra" Prodi, per celebrare il bicentenario del primo tricolore, adottato il 7 gennaio 1797 dal parlamento della Repubblica Cispadana riunito a Reggio Emilia.
Contemporaneamente, nella città emiliana, si è tenuta una cerimonia celebrativa del 206 anniversario del tricolore, alla presenza del sindaco diessino Antonella Spaggiari e del suo collega di Roma, Walter Veltroni, come anticipazione della cerimonia che si terrà tra un anno con la partecipazione dello stesso Ciampi, che inaugurerà il nuovo museo reggiano del tricolore.
Richiamandosi come al solito al Risorgimento per nobilitare i suoi ossessivi appelli a riscoprire i valori del nazionalismo e del patriottismo, il capo dello Stato, ha così arringato nel suo messaggio il popolo italiano: "Duecentosei anni fa il Congresso della Repubblica Cispadana scelse il primo Tricolore verde, bianco e rosso quale simbolo delle libertà civili e della speranza di indipendenza, di fratellanza tra cittadini dalle storie e vicissitudini diverse (...) L'Italia, nazione dal cuore antico, nel Tricolore si riconosce e da esso attinge entusiasmo e vigore giovanile. Essere stretti da una sola bandiera - ce lo dice Goffredo Mameli - vuol dire condividere `una speme', la stessa speranza. è con speranza e con fiducia che guardiamo all'anno appena iniziato. Operiamo con impegno in tutti i campi della vita civile, dall'economia alla cultura. L'Italia può fare di più e meglio nell'accrescere il proprio sviluppo e nel diffonderlo nelle varie parti del mondo".
In altre parole, secondo Ciampi, lo spirito unitario risorgimentale dovrebbe rivivere oggi nel popolo italiano, unito sotto l'insegna del tricolore al di là di ogni divisione di classe, per portare avanti gli interessi dell'imperialismo italiano in Europa e nel mondo. Questo è il significato reale malcelato tra le righe del suo appello demagogico. Infatti, che senso può avere oggi riproporre lo spirito risorgimentale quale cemento interclassista per rilanciare un'unità del Paese in chiave nazionalista e patriottica?

IL PROLETARIATO E IL TRICOLORE
Per il proletariato, i contadini poveri e tutte le masse sfruttate e oppresse del Nord, del Centro e del Sud d'Italia il Risorgimento non è mai stato in discussione, in quanto fattore storico rivoluzionario di indipendenza dal dominio straniero e di riunificazione del Paese, quantunque a beneficiarne siano state soprattutto gli aristocratici e la borghesia. Ma è stata la storia dall'unità d'Italia in poi che ha separato profondamente i destini e i valori degli sfruttati e degli sfruttatori temporaneamente unificati dalle lotte risorgimentali.
E' indubbio che per il proletariato, i contadini poveri, il Sud e tutte le masse sfruttate e oppresse il tricolore ha rappresentato un simbolo di libertà e di progresso solo fino all'unità d'Italia. Dopo l'unità d'Italia, con il consolidarsi della monarchia sabauda e i primi governi liberali borghesi, le cose sono radicalmente cambiate. Il tricolore, da simbolo di indipendenza e di progresso, è diventato agli occhi degli sfruttati e degli oppressi il simbolo dello sfruttamento forzato del Meridione, con la selvaggia repressione militare del ribellismo contadino, il simbolo della repressione sanguinosa delle prime lotte operaie, con stragi efferate come quella del generale Bava Beccaris a Milano, e il simbolo del colonialismo italiano in Africa. Il tricolore, insomma, è diventato nell'ultimo quarto del 19 secolo sempre più la bandiera della borghesia e dello stato nazionale capitalista, poliziesco, oppressore all'interno e colonialista fuori dai confini nazionali; mentre viceversa, a livello popolare, con il diffondersi delle idee socialiste, si affermavano sempre più i simboli e i valori storici del proletariato, come la bandiera rossa e l'internazionalismo proletario.
Con l'inizio del nuovo secolo il tricolore diventa anche il simbolo dell'imperialismo italiano che manda al macello gli operai e i contadini nella carneficina della prima guerra mondiale, che soffoca nel sangue il tentativo insurrezionale del proletariato ispirato da Lenin e dalla Rivoluzione d'Ottobre nel "biennio rosso" e che spalanca le porte al fascismo. Durante il ventennio mussoliniano il tricolore si identifica col fascismo, con le aggressioni colonialiste e i genocidi in Libia ed Etiopia, con l'intervento in guerra a fianco dei boia nazisti, con i massacri dell'esercito regio fascista in Albania, Grecia, Jugoslavia, Russia, e con la criminale "repubblica di Salò".
Neanche la Resistenza è riuscita a far amare il tricolore alle masse popolari, dal momento che fin dal primo dopoguerra, con la "guerra fredda", è diventata la bandiera della destra democristiana, liberale, missina, militarista, atlantica e golpista. Per poi diventare la bandiera della seconda repubblica capitalista, neofascista, presidenzialista, federalista e imperialista oggi dominante.

IL TRICOLORE OGGI
Se questa è la vera storia del tricolore, è logico che il proletariato, i giovani, le masse popolari ne abbiano sempre istintivamente diffidato. Il ruolo che Ciampi si è assunto fin dall'inizio del suo mandato è proprio quello di vincere questa storica diffidenza e riavvicinare, con la demagogia e l'inganno, il popolo italiano al nazionalismo e al patriottismo borghesi, attraverso il culto dei suoi simboli, di cui sta letteralmente impestando il Paese, per coinvolgerlo nel sostegno all'imperialismo italiano in Europa e nel mondo. Aiutato in questo - va detto - dai rinnegati e dai traditori del comunismo, che hanno da tempo rigettato la bandiera rossa per sposare il tricolore con tutto quello che rappresenta, tanto che essi non si vergognano di unirsi ai fascisti di AN nel plaudire alla proposta di Ciampi di trasformare la "giornata nazionale della Bandiera" in una vera e propria "festa del Tricolore". Lo dimostra anche l'iniziativa diessina di celebrare il tricolore a Reggio Emilia, città medaglia d'oro della Resistenza e dei martiri della rivolta contro il governo clerico-fascista Tambroni.
Siamo arrivati al punto che si può essere incriminati per preferire gli inni proletari a quelli imperialisti, come è successo ai giovani che il 9 dicembre scorso a Pomezia, in occasione di una visita del presidente della Camera Casini, con la presenza di una delegazione di parlamentari Usa, avevano issato cartelli contro la guerra all'Iraq mentre veniva eseguito l'inno americano e cantato "Bandiera Rossa" durante l'esecuzione dell'inno di Mameli.
Contro questo nero disegno di Ciampi e della destra neofascista, coperto e avallato anche dalla "sinistra" del regime, occorre reagire risolutamente, rilanciando i simboli e i valori storici del proletariato, come la bandiera rossa e l'internazionalismo proletario. Anziché un tricolore in ogni famiglia italiana, come pretende Ciampi, vogliamo che in ogni famiglia proletaria ci sia una bandiera rossa da portare in piazza nelle lotte sindacali, sociali, politiche e antimperialiste che stanno sempre più montando nel Paese.
Anziché il nazionalismo e il patriottismo borghesi rafforziamo l'unità, la combattività e lo spirito di classe anticapitalisti e internazionalisti proletari, per buttare giù il neoduce Berlusconi, per combattere la seconda repubblica capitalista, neofascista, presidenzialista, federalista e imperialista e per aprire la strada all'Italia unita, rossa e socialista.

16 gennaio 2003