Cosa ne pensate della Carta del Collettivo interfacoltà di Bologna?
Cari compagni,
vi chiedo un parere sulla Carta del Collettivo interfacoltà di Bologna che riporto qui di seguito. Grazie e saluti marxisti-leninisti. Coi maestri vinceremo!
Pietro

Negli ultimi mesi un nuovo movimento studentesco ha attraversato con le sue lotte gli atenei di tutta Italia, mobilitandosi contro quell'opera di smantellamento della scuola e dell'università pubblica che il ministro Moratti sta portando a termine. Un'opera, per la verità, cominciata molto prima, da quando i precedenti governi di centro-sinistra mettevano in campo l'autonomia didattica e finanziaria con Berlinguer e la riforma dell'università con Zecchino; una serie di vere e proprie "controriforme" orientate alla distruzione della scolarizzazione di massa, ma anche ad una ristrutturazione del sistema della formazione orientato al disciplinamento della forma-sapere. Da un lato si tenta di distruggere la scuola di massa, attraverso un meccanismo di sbarramenti successivi: prima quello che impone la scelta tra sistema dei licei e quello della formazione professionale, ideato dalla Moratti, che produce una prima separazione tra chi andrà ad occupare i gradini più bassi nella divisione sociale del lavoro e chi potrà continuare gli studi (la scelta è fatta a 13 anni, dunque in base alla condizione sociale della famiglia); poi vi è lo sbarramento del 3+2, nella misura in cui non tutti quelli che accedono all'università hanno poi la possibiltà di accedere anche al biennio specialistico, a causa dei numeri chiusi e dell'aumento delle tasse (si costruisce una specialistica che non è accessibile a tutti i laureati). Dall'altro lato assistiamo alla nascita del sistema dei crediti, all'idea che la forma-sapere possa essere in qualche modo misurata, quantificata, imbrigliata; e, di fatto, il tentativo è proprio quello di disciplinarla e piegarla alle esigenze del sistema produttivo. Schematicamente, ciò avviene almeno in una duplice direzione. Anzitutto, come produzione di lavoro-vivo; gli studenti sono "forza-lavoro potenziale", nel senso che acquisiscono tutte le competenze tecniche e conoscitive necessarie allo svolgimento del lavoro. Università come fabbrica di lavoro-vivo. In secondo luogo, il sistema dei crediti produce una proliferazione del numero degli esami a fronte di una offerta didattica sempre più scadente e dequalificata, ma anche frantumazione del sapere in micro-moduli: e questo produce disciplinamento nella misura in cui per un verso la compressione dei tempi e dei ritmi di vita, l'equazione "tempo di vita = tempo di studio (per gli esami)" azzera progressivamente gli spazi di vita collettiva, per l'altro verso la circolazione di un sapere frantumato ne ostacola la sua rielaborazione critica. In tal senso, il sapere viene piegato alle esigenze della macchina produttiva. Si tenta di destrutturarne la potenzialità costitutiva, che è la possibilità della sua ri-elaborazione critica: le forme di produzione esistenti sono già date, e non sono in discussione; il sapere non deve farsi critica dell'esistente. Si presenta il sapere solo come funzionale ad essere speso dentro una relazione già data: lavoro in cambio di salario. In tal senso l'università, e in generale il sistema della formazione, non è luogo neutrale, luogo di scambio e di circolazione di conoscenze astratte e svincolate dal piano dei rapporti sociali esistenti. È un anello fondamentale della produzione e della riproduzione capitalistica. Possiamo così vedere l'essere funzionale dell'università, e in generale del sistema della formazione, al sistema sociale dominante: sul piano oggettivo, fornendo le competenze necessarie alla produzione; sul piano soggettivo, attraverso dispositivi che producono soggetti normalizzati, portatori di un sapere spogliato delle sue potenzialità critiche, presentato come "neutrale", che assume come già date, una volta per tutte, le strutture sociali esistenti.
Ma intanto, nella nuova università riformata del 3+2, a dispetto di quanto lor signori immaginavano, è stata costruita negli ultimi tre mesi una mobilitazione larga e partecipata, che ha portato all'occupazione di moltissime facoltà in tutta Italia e all'assedio alla camera del 25 ottobre, giorno dell'approvazione del DDL Moratti sullo statuto giuridico dei ricercatori. Anche a Bologna gli studenti si sono mobilitati, occupando le facoltà di lettere e filosofia, di scienze politiche e di giurisprudenza, portando avanti l'occupazione dell'A.U.L.A. di piazza Scaravilli, sgomberata dalle forze dell'ordine su richiesta del rettorato. Una mobilitazione che si è radicata nel cuore della città universitaria, producendo forme di lotta autorganizzata svincolate dalla logica delle associazioni studentesche istituzionali e moderate, quelle stesse che mai si sono opposte alla riforma Zecchino e che da sempre, nei luoghi della rappresentanza studentesca, hanno accettato i numeri chiusi e le altre vergogne dell'amministrazione Calzolari. Una mobilitazione che con le strutture di potere della "Bologna rossa" ha fatto da subito i conti, entrando in conflitto non solo con la gestione locale dell'università (basata su numeri chiusi e tasse esorbitanti, collegi d'eccellenza e fondazioni private a cui vanno i fondi destinati all'università pubblica, su una mensa privatizzata dall'arstud, su studentati inadeguati e borse di studio insufficienti), ma anche con chi questa città la amministra, con un sindaco impegnato a discutere ordini del giorno sulla legalità, assolutamente insensibile ai problemi sociali della città, ed anzi pronto a far manganellare gli studenti che sotto palazzo D'Accursio chiedevano di far sentire la propria voce in Consiglio Comunale. Una mobilitazione che subito si è posta su un terreno apertamente antagonista.
L'esperienza di questo movimento è bagaglio troppo ricco e troppo importante per essere disperso. Occorre oggi fare il punto della situazione e affrontare opportunamente la nuova fase. L'esperienza di questi mesi nasceva, in primis, dall'esigenza di bloccare l'approvazione del DDL Moratti sullo statuto giuridico dei ricercatori; l'occupazione delle facoltà ci ha dato la possibilità di sperimentare una socialità altra, di vivere e di sedimentare una prospettiva di vita collettiva e cooperante, lontana dal modello atomizzato e individualistico che l'università del 3+2 ci propina, di connettersi in un percorso politico con gli altri studenti degli altri atenei italiani, con i quali abbiamo costruito la manifestazione nazionale del 25 ottobre. Adesso occorre dare a quell'esperienza una prospettiva concreta, individuare gli spazi entro cui proseguire e gli obiettivi da perseguire. Si tratta, cioè, di declinare concretamente un percorso di lotta per costruire quell'altra università che desideriamo, un luogo veramente universale, per tutti, un luogo in cui la circolazione e la fruizione del sapere sia libera e liberata dalle logiche della mercificazione del capitale.
Il diritto allo studio rappresenta il primo elemento di scardinamento di un modello selettivo e classista. Già oggi, infatti, l'università è frequentata solo da quelle classi sociali che possono permettersene i costi. Inoltre, la selezione si fa sempre più stringente. La questione della gratuità dell'istruzione resta centrale: tutti e tutte devono poter accedere, indipendentemente dal reddito, all'istruzione universitaria. Non solo le tasse universitarie e i numeri chiusi si configurano come elementi che negano il diritto allo studio. Il costo della vita, inteso come costo dell'affitto, dei trasporti, l'assenza di strutture abitative (studentati) in grado di accogliere gli studenti, il costo della mensa universitaria: tutti fattori che, di fatto, impediscono agli studenti provenienti dalle classi sociali più deboli di poter avere accesso all'università.
Ma occorre investire e scardinare anche quella logica di disciplinamento della forma-sapere costruita dal sistema dei crediti. La proliferazione di micro-moduli e la frammentazione del sapere possono essere concretamente combattuti nella misura in cui si costruisce un percorso di mobilitazione che veda come sua istanza concreta la presa di parola sull'accorpamento dei crediti. Si tratta di immaginare e rivendicare un sistema di formazione all'interno dell'università che preveda meno esami annui, ma più corposi e caratterizzati da un adeguato livello di approfondimento, un'offerta didattica più ampia e complessa e da momenti di rielaborazione collettiva e di messa in discussione dei contenuti del corso. Restituire al sapere la sua complessità costitutiva, senza insignificanti esamini da 5 crediti: questo consentirebbe, al tempo stesso, di dare una risposta concreta alla questione del sapere frantumato (dunque meno passibile di essere rielaborato in senso critico) e dell'esasperazione dei tempi di studio.
Ma questo non basta. Se è vero che l'università è un territorio (anche se non l'unico) nel quale si costruisce immaginario, nel quale si sedimenta, in forme più o meno esplicite, più o meno velate, la santificazione del reale, nel quale si opera, in varie modalità, un disciplinamento del sapere e un suo asservimento ai bisogni del capitale e della sua riproduzione, allora ne segue che una forma di lotta antagonista e anticapitalista dentro l'università del 3+2 non può non passare per pratiche che mettano al centro dell'attenzione la circolazione di sapere altro, di sapere non mercificato e libero dalla logica della produzione. Costruire seminari autogestiti dentro i quali elaborare far circolare controsapere. Seminari radicalmente diversi rispetto ai corsi tradizionali non solo nel merito dei contenuti affrontati ma anche e soprattutto nel metodo: basati cioè su una concezione cooperativa dell'apprendimento e sulla costante necessità di una rielaborazione critica collettiva di quanto appreso.
In ciò la forma-sapere ci mostra la sua ambiguità ontologica: per un verso sussunta e piegata al pensiero unico, per l'altro estremamente aperta, mai chiusa, sempre eccedente, passibile di molteplici e vitali rielaborazioni orientate alla trasformazione dell'esistente.
Occorre dare alle lotte una nuova linfa vitale e una nuova possibilità. Per farlo occorre, nuovamente, affrontare la questione degli spazi dentro l'università. Una prospettiva strategica di trasformazione non può darsi senza radicamento delle lotte, che è soprattutto un radicamento fisico, territoriale nell'università. Non è possibile eludere la questione degli spazi in cui praticare autorganizzazione, diffondere controsapere, sedimentare idee e pratiche di lotta antagonista; in cui vivere un'università altra da quella della produzione di un sapere utile solo ad essere mercificato.
Tutto questo è possibile solo se oggi, dopo le mobilitazioni che abbiamo costruito, saremo in grado di portare conflitto nel cuore stesso dell'università: in ogni singola facoltà. Dopo una fase di movimento che si collegava alle lotte nazionali, che costruiva i suoi riferimenti politici, che affrontava i nodi della gestione dell'università a Bologna, diventa ora indispensabile, partendo da questi presupposti, andare a costruire prassi politica nel cuore pulsante delle facoltà, veri anelli di quel meccanismo università-azienda che vogliamo scardinare. I luoghi in cui le riforme vengono concretamente applicate, in cui gli studenti vivono quotidianamente la selezione e il numero chiuso, la didattica dequalificata, i corsi frontali di trenta ore e i micro-moduli didattici, la proliferazione insostenibile degli esami. Sono però al tempo stesso i luoghi dentro i quali vivere concretamente l'occupazione di spazi, la circolazione di sapere critico, la creazione di seminari autogestiti. In tal senso, crediamo fondamentale proseguire quella mobilitazione contro la Zecchino-Moratti e contro la gestione Calzolari che ci ha visto protagonisti in questi mesi dando una prospettiva a quelle lotte attraverso la costruzione dei collettivi di facoltà. In tutte le facoltà vanno costruiti percorsi di vera autorganizzazione, alternativi e contrapposti a quelli delle strutture studentesche istituzionali, da cui partire per produrre momenti di conflitto forte e costruire rapporti di forza tali da permettere di raggiungere risultati concreti.
Come collettivi autorganizzati di facoltà, rivendichiamo la continuità con i contenuti e le pratiche che il movimento studentesco bolognese ha messo in campo in questi mesi. Contenuti e pratiche che vogliamo rilanciare facoltà per facoltà.
Ci muoviamo sul piano dell'autorganizzazione sociale, dentro e contro l'università del dominio.
Il nostro tempo è qui, e continua adesso!
 

 
La Carta del Collettivo interfacoltà di Bologna ci sembra un documento utile alle studentesse e agli studenti per fare il punto sulle controriforme scolastiche e universitarie che sono state varate in questi anni dal "centro-sinistra" e dalla Casa del fascio, perché sono ben spiegate, soprattutto in riferimento alle conseguenze concrete che hanno avuto ed hanno sulle condizioni di vita e di studio (anche se qualcosa in più andava detto sulla controriforma ad Y della Moratti). Importante è anche l'incoraggiante appello a rilanciare in tutto il Paese la mobilitazione nei prossimi mesi facendo un bilancio delle importanti esperienze fatte dal movimento studentesco nello scorso anno, come la grandiosa manifestazione del 25 ottobre sotto la Camera e le tante occupazioni e autogestioni che l'hanno accompagnata e che hanno visto le studentesse e gli studenti universitari romani e bolognesi in prima fila, questi ultimi impegnati anche nel denunciare la politica razzista del neosceriffo Cofferati. Importante è anche la ricerca di un fronte unito di lotta con i coraggiosi e, spesso giovanissimi, studenti medi e con i lavoratori dell'università.
Nel documento ci sono però delle lacune e delle affermazioni da discutere.
La lacuna più grande è che si inquadrano le controriforme universitarie e scolastiche targate Berlinguer-Zecchino-Moratti soltanto nel contesto economico e si dimentica che esse sono generate e funzionali anche al contesto politico, e il contesto politico oggi si chiama regime neofascista, restaurazione del fascismo sotto nuove forme, nuovi metodi e nuovi vessilli. Crediamo che senza la percezione di questo fatto sia impossibile per gli studenti lottare con piena cognizione dei propri compiti storici.
Per quanto riguarda le cose da discutere le studentesse e gli studenti che hanno scritto il documento dovrebbero chiarire, o chiarirsi, cosa intendono quando denunciano l'attacco devastante alla "scolarizzazione di massa", poiché è vero che la scuola con le "riforme" degli anni '60 sia stata più accessibile che in passato alla masse popolari e che viceversa con le controriforme degli ultimi 20 anni si è inasprita enormemente la selezione di classe ma è vero anche che la scolarizzazione di massa non si è mai raggiunta in Italia, come è testimoniato dal tasso di abbandono degli studi, che è sempre, anche nei periodi "migliori" stato alto, per non dire altissimo, soprattutto nel Sud, nelle zone interne, nelle periferie e nei quartieri popolari delle grandi città. Ciò è a maggior ragione vero per l'università con un tasso di laureati in lenta crescita negli ultimi decenni ma che raggiunge appena il 7% della popolazione.
In questo tipo di analisi vediamo un certo idealismo e una certa nostalgia nei confronti dell'istruzione della prima Repubblica democratico-borghese come quando si afferma che "in generale il sistema della formazione, non è più luogo neutrale, luogo di scambio e di circolazione di conoscenze astratte e svincolate dal piano dei rapporti sociali esistenti". Esso sarebbe diventato - si legge nel documento - "un anello fondamentale della produzione e della riproduzione capitalistica". In realtà è sempre stato così anche se in certi periodi storici, come quando venne conquistato il cosiddetto "stato sociale" è potuto sembrare davvero che certe istituzioni statali fossero neutrali rispetto alle classi ed al sistema economico dominante.
Il fatto è che oggi, in piena seconda repubblica neofascista, presidenzialista e federalista lo "Stato sociale" è stato demolito e i servizi pubblici smantellati e privatizzati e quindi l'asservimento dell'istruzione alle esigenze competitive e di profitto della imprese diviene un'evidente, lampante, stridente contraddizione con le esigenze conoscitive dei giovani. Ciò non toglie che l'illusione che possa esistere una neutralità dei luoghi di istruzione, cosi come della scienza in generale, sia sempre stato un elemento che ha frenato la mobilitazione anticapitalistica degli intellettuali progressisti. E questo limite emerge anche quando le avanguardie studentesche bolognesi abbozzano una piattaforma programmatica a lungo termine che rimane abbastanza carente, poiché è certo importante che si affermi che "la questione della gratuità dell'istruzione resta centrale" poiché "tutti e tutte devono poter accedere, indipendentemente dal reddito, all'istruzione universitaria", ma è pur vero che non si cita l'unica possibilità concreta perché ciò avvenga: ossia battersi insieme alla classe operaia per una scuola ed un università non solo pubbliche, non solo gratuite, ma anche intese come servizi sociali e quindi governate dalle studentesse e dagli studenti stessi nell'interesse del popolo. Il che significa distruggere fin dalle fondamenta gli attuali organi di governo e collegiali e istituire nuovi organi di governo in cui le studentesse e gli studenti, eletti dall'Assemblea generale e revocabili in qualsiasi momento, siano la maggioranza e dispongano di poteri vincolanti. Senza mettere al centro della nuova scuola ed università per cui si lotta il potere dell'assemblea generale sovrana, basata sulla democrazia diretta, il concetto stesso di "antagonismo" ed "autorganizzazione" rimangono parole d'ordine spontaneiste e anarchiche, prive di fine, così come priva di oggetto e di fine rimane il contenuto dello slogan di chiusura: "il nostro tempo è qui e comincia adesso" che evidenzia sì il ritorno sulla scena politica del movimento studentesco ma senza dare alcuna informazione su quali posizioni?
Lottare per raggiungere il traguardo dell'università pubblica, gratuita e governata dalle studentesse e dagli studenti ci aiuterà senz'altro a far capire alle studentesse e agli studenti qual è il passo successivo, il passo decisivo: la conquista dell'Italia unita, rossa e socialista, che prendendo ad esempio l'Urss di Lenin e Stalin e la Cina di Mao farà della scolarizzazione di massa e del lavoro non sfruttato un diritto reale e pieno per tutto il popolo.
Ma questo sarà un discorso che porremo al movimento studentesco quando matureranno le condizioni, in primo luogo la maturazione della coscienza anticapitalsita, antiparlamentarista e antiregime delle nuove generazioni. Adesso è importante che l'abbiano ben chiaro in mente le studentesse e gli studenti militanti e simpatizzanti del PMLI.

22 febbraio 2006