Discorso di Emanuele Sala, a nome del CC del PMLI, per il 36 Anniversario della scomparsa di Mao
Mao e il ruolo della classe operaia nella lotta di classe

Pubblichiamo qui di seguito il discorso integrale pronunciato dal compagno Emanuele Sala, a nome del CC del PMLI, compresi quei numerosi passaggi non letti per rimanere entro il tempo programmato.
 
Compagne, compagni, amiche, amici,
benvenuti e grazie per la presenza a questa solenne commemorazione di Mao organizzata dal Comitato centrale del PMLI, a nome del quale ho l'onore di parlare.
Grazie per i vostri interventi, necessariamente concisi ma densi di contenuti e di sentimenti proletari rivoluzionari e marxisti-leninisti, che rafforzano l'unità del Partito e la missione che si è dato.
Da quando è scomparso Mao, il 9 Settembre 1976, lo sapete, ogni anno in questa data o attorno ad essa, il PMLI sotto la direzione del Segretario generale, compagno Giovanni Scuderi, organizza a Firenze una commemorazione nazionale pubblica per mettere in risalto la vita e l'azione di questo Gigante rivoluzionario marxista-leninista del secolo scorso, per rendergli onore in base all'enorme e insostituibile contributo che egli ha dato alla causa del proletariato e del popolo cinesi e del proletariato e dei popoli oppressi del mondo, alla causa del socialismo e del comunismo, per imparare da lui, dal suo esempio, per abbeverarci ai mille e mille insegnamenti che ci ha lasciato. Quest'anno il tema che abbiamo scelto è: Mao e il ruolo della classe operaia nella lotta di classe.
Mao ci manca moltissimo, ci manca la sua presenza fisica, la sua guida autorevole nella scena internazionale. Però, per il PMLI, Mao vive, eccome se vive, nelle sue opere, nel suo pensiero, per lo straordinario contributo che egli ha dato alla teoria marxista-leninista nei vari campi della filosofia e della concezione del mondo materialista e e dialettica, della politica e dell'economia, della cultura proletaria; per il contributo dato alla rivoluzione e all'edificazione del socialismo in un paese sterminato e complesso come la Cina, alla lotta contro il revisionismo moderno e alla continuazione della rivoluzione sotto la dittatura del proletariato.

UN MODELLO DI MARXISTA-LENINISTA

Per noi Mao è un modello di marxista-leninista. Egli ha dedicato tutta la sua vita, sin da giovanissimo, alla causa dell'emancipazione del popolo cinese, alla rivoluzione e al socialismo senza mai badare a sacrifici e rinunce personali, vivendo sempre in modo proletario anche quando si è trovato al vertice del Partito e dello Stato. "Servire il popolo con tutto il cuore"(1), è il principio a cui si è attenuto per tutta la vita.
Mao, prima di diventare a tutti gli effetti un grande Maestro del proletariato internazionale e del popoli oppressi della stessa statura di Marx, Engels, Lenin e Stalin è stato un loro diligente allievo, non ha mai smesso di studiare e di imparare, di trasformare e rivoluzionarizzare la propria concezione del mondo in senso proletario rivoluzionario, specie quando a 27 anni scopre e legge il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels. "Fu grazie ai russi - dice Mao - che i cinesi scoprirono il marxismo-leninismo. Prima della Rivoluzione d'Ottobre i cinesi non solo ignoravano Lenin e Stalin, ma non conoscevano neppure Marx e Engels. Le cannonate della Rivoluzione d'Ottobre aiutarono i progressisti cinesi e quelli di tutti i paesi ad adottare la concezione proletaria del mondo come strumento per studiare il destino della propria nazione e per esaminare daccapo tutti i loro problemi. Seguire la strada dei russi fu questa la loro conclusione".(2)
È studiando e assimilando ai massimi livelli e senza soluzione di continuità il marxismo-leninismo come verità rivoluzionaria universalmente valida in tutti i paesi e continenti, e applicandolo in modo non dogmatico, non libresco, ma dialettico in base alla realtà specifica cinese, storica, politica, sociale e geografica, che Mao è riuscito a risolvere felicemente i problemi di strategia e tattica della rivoluzione cinese, a battere tutte le deviazioni di destra e di "sinistra" apparse all'interno del Partito comunista cinese del quale dal 1935 ne diverrà leader indiscusso, e a guidare l'eroico popolo cinese prima nella rivoluzione di Nuova democrazia e poi in quella socialista. Passando per quell'avvenimento epico senza uguali nella storia che è la Lunga marcia di 12.000 chilometri, compiuta dall'Esercito rosso per sfuggire alle campagne di accerchiamento e annientamento dell'esercito reazionario e anticomunista del Guomintang, e per la guerra di liberazione nazionale per cacciare gli invasori imperialisti giapponesi.

IL PENSIERO DI MAO

Mao non solo ha ereditato il marxismo-leninismo ma lo ha sviluppato nella pratica della rivoluzione e dell'edificazione socialiste in Cina. Nella fase della presa del potere politico, elaborando una strategia per una lotta rivoluzionaria di lunga durata che partisse dalle campagne per stringere progressivamente verso le città, attraverso l'unità dei contadini con gli operai assegnando a quest'ultimi la direzione politica nonostante rappresentassero, al tempo, una ristretta minoranza, l'Esercito rosso sotto la guida del Partito comunista, la creazione delle basi rosse. Nella fase della instaurazione ed edificazione del socialismo; un'opera titanica questa considerando le condizioni di arretratezza esistenti, prevalentemente agricole, un analfabetismo diffuso, un paese da ricostruire di sana pianta. Anche qui Mao si adoperò per applicare gli insegnamenti marxisti-leninisti alla realtà cinese. Seguendo la parola d'ordine: fare la rivoluzione e promuovere la produzione. Fare la rivoluzione contro chi? La borghesia che rappresentava la contraddizione principale nella costruzione del socialismo. La lotta di classe contro la borghesia, in qualunque parte della società, dello Stato e persino del Partito essa si annidasse, doveva essere l'asse attorno a cui far ruotare il resto.
Soprattutto dopo il XX Congresso del PCUS, dopo il colpo di Stato portato a compimento dal rinnegato revisionista Kruscev attraverso un attacco vigliacco, infame e menzognero a Stalin, appoggiato in Italia dal voltagabbana Togliatti, si sviluppano i presupposti per una controffensiva guidata da Mao contro il revisionismo moderno a livello internazionale e per lanciare, negli anni a seguire, la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria cinese per impedire ai revisionisti alla Liu Shaoqi (il Kruscev cinese) e alla Deng Xiaoping di prendere il potere e, a nome e per conto della borghesia spodestata, abbattere le conquiste del socialismo e restaurare il capitalismo. La Rivoluzione Culturale è la concretizzazione più alta della teoria della continuazione della rivoluzione socialista sotto la dittatura del proletariato. Giacché nel socialismo, l'epoca di transizione verso il comunismo, continuano ad esistere le classi e la lotta di classe tra borghesia e proletariato, tra la via socialista e via capitalista, permane il pericolo che la borghesia spodestata riesca a riprendere il potere politico e e a restaurare il capitalismo. Si tratta indubbiamente del contributo teorico, politico e di esperienza pratica più importante apportato da Mao al marxismo-leninismo. Uno sviluppo che nessun autentico marxista-leninista non può non riconoscere e fare suo. Al patrimonio ideologico del marxismo-leninismo si è così aggiunto il pensiero di Mao come un tutt'uno inscindibile. Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao uniti come le dita di una mano: è un'immagine efficace che abbiamo usato in passato per spiegare questa conclusione.
I detrattori di Mao, con in testa i revisionisti e soprattutto i trotzkisti, hanno sempre sostenuto la tesi, infondata e ingannatoria, che il suo pensiero fosse un prodotto esclusivamente cinese, adatto a quel paese asiatico tanto diverso dai paesi occidentali. Per loro Mao era da considerare tuttalpiù un semplice capo contadino alla testa di una rivoluzione contadina. Perciò, è la loro conclusione, non può essere preso ad esempio per la classe operaia dei paesi industrializzati, non si può parlare di lui come di un grande Maestro del proletariato internazionale. È una totale falsificazione della vita e dell'opera di Mao e della rivoluzione cinese in ambedue le sue fasi quella di nuova democrazia e quella socialista che portano l'impronta della guida di Mao e del suo pensiero teorico, strategico e tattico.
La sua grandiosa statura di dirigente rivoluzionario emerge proprio nell'aver capito che la teoria di Marx, Engels, Lenin e Stalin è una teoria applicabile universalmente non però in modo dogmatico, ma come guida per l'azione. "Non bisogna limitarsi a imparare i termini e le espressioni del marxismo-leninismo, bisogna invece studiarlo come scienza della rivoluzione". (3) Ed è ciò che Mao farà in modo magistrale e vincente per definire la strategia e la tattica della rivoluzione cinese; che avrà caratteristiche proprie, originali, per certi versi diverse da quelle della Rivoluzione d'Ottobre pur basandosi sugli stessi principi marxisti-leninisti, essendo le condizioni della Cina diverse da quelle della Russia prerivoluzionaria. Sapendo coniugare in questo ambito unità e ruoli tra la massa sterminata delle masse contadine povere e la giovane e ristretta numericamente classe operaia presente nella debole industria delle città: alle prime il ruolo di forza d'urto, alla seconda quello di avanguardia rivoluzionaria.

LA MISSIONE STORICA DEL PROLETARIATO

Dal Manifesto del Partito Comunista Mao aveva appreso che: "Di tutte le classi che oggi stanno di fronte alla borghesia, solo il proletariato è una classe veramente rivoluzionaria".(4) Un insegnamento questo che applicherà in tutte le fasi della rivoluzione cinese. Questo perché, afferma: "la classe operaia è la classe più lungimirante e più disinteressata, la classe dallo spirito rivoluzionario più coerente. Tutta la storia della rivoluzione dimostra che, senza la direzione della classe operaia, la rivoluzione fallisce, mentre con la direzione della classe operaia trionfa. Nell'epoca dell'imperialismo nessun'altra classe in nessun paese può condurre una vera rivoluzione alla vittoria".(5)
In base all'esperienza e ai risultati ottenuti Mao insisterà su questo punto affermando: "Il proletariato è la classe più prestigiosa della storia dell'umanità, la classe rivoluzionaria più potente dal punto di vista ideologico, politico e dal punto di vista della forza".(6) Ciò anche in una realtà come quella cinese del tempo dove il rapporto numerico del proletariato rispetto all'insieme della popolazione era particolarmente sfavorevole, dove la sua esperienza politica era agli inizi: "Benché abbia alcune inevitabili debolezze - ad esempio, il suo numero non rilevante (paragonato a quello dei contadini), la sua giovinezza (se paragonato al proletariato dei paesi capitalistici) e il suo basso livello culturale (se paragonato al livello culturale della borghesia) il proletariato cinese è nondimeno divenuto - la forza motrice fondamentale della rivoluzione cinese. Senza la direzione del proletariato, la rivoluzione non può sicuramente trionfare".(7)
Mao apprende anche, in particolare da Lenin e da Stalin, che la direzione della classe operaia nella lotta di classe, nella rivoluzione, nell'edificazione del socialismo non avviene in modo spontaneo ma organizzato, attraverso la sua avanguardia organizzata nel suo partito rivoluzionario. Una lezione che tradurrà così: "Se si vuol fare la rivoluzione, ci deve essere un partito rivoluzionario. Senza un partito rivoluzionario, senza un partito che si basi sulla teoria rivoluzionaria marxista-leninista e sullo stile rivoluzionario marxista-leninista, è impossibile guidare la classe operaia e le larghe masse popolari a sconfiggere l'imperialismo e i suoi lacchè".(8) Aggiungendo: "Il nucleo dirigente della nostra causa è il Partito Comunista cinese. La base teorica che guida il nostro pensiero è il marxismo-leninismo".(9)
Insomma, per Mao, come del resto per Marx, Engels, Lenin e Stalin, nella società moderna capitalistica il proletariato ha un ruolo centrale. Ha una missione storica da portare avanti: la sua emancipazione sociale e, contestualmente, l'emancipazione dell'intera società. Che può realizzare vittoriosamente solo se si arma del marxismo-leninismo-pensiero di Mao, se si organizza nel suo Partito marxista-leninista, se si dota di una strategia rivoluzionaria per rovesciare la borghesia, distruggere il capitalismo ed edificare di sana pianta la nuova società socialista. Lo dice bene Marx quando afferma: "Quel che ho fatto di nuovo è stato di dimostrare: 1) che l'esistenza delle classi è soltanto legata a determinate fasi di sviluppo storico della produzione; 2) che la lotta di classe necessariamente conduce alla dittatura del proletariato; 3) che questa dittatura stessa costituisce soltanto il passaggio alla soppressione di tutte le classi e a una società senza classi".(10)
Gli fa eco Engels, il quale sostiene che gli interessi del proletariato contro la borghesia si realizzano con la soppressione della proprietà privata capitalista e la sua sostituzione con la proprietà comune dei beni. Riconoscendo che non vi è "nessun altro mezzo per l'attuazione di questi propositi che la rivoluzione democratica".(11) C'è da domandarsi se gli ultimi neofiti del marxismo rivisto in chiave liberale, cioè depurato da ogni aspetto rivoluzionario e comunista, sanno di cosa parlano. Ma più probabilmente si tratta di imbroglioni di bassa lega e basta.

DIRIGENTE ED EDUCATORE DEGLI OPERAI

Mao ha svolto verso gli operai e i lavoratori un'opera incessante di educazione politica e di sindacalizzazione, di organizzazione e di proselitismo. Fece in modo perché si battessero per realizzare i loro diritti e perché costituissero il nucleo avanzato e dirigente della rivoluzione. In questo contesto non va dimenticato che Mao fu tra quei pochissimi intrepidi rivoluzionari che si assunsero l'onere di diffondere i primi elementi del marxismo in Cina e di fondare in condizioni proibitive, il Partito comunista cinese (PCC) che è in primo luogo l'organizzazione politica della classe operaia. Visitava fabbriche e miniere dove discuteva con gli operai di marxismo-leninismo, creava dappertutto associazioni popolari di studio, fucine di formazione politica. Ne nacque un vero e proprio movimento di istruzione e di formazione politica che coinvolse diverse decine di migliaia di operai e piccoli artigiani.
Mao fu un capo operaio. Rivoluzionario e non riformista alla Chen Duxiu, primo segretario del PCC, che considerava la classe operaia cinese arretrata e incapace di battersi per una nuova società. Alcuni esempi. Dal 1921 al 1925 fu protagonista di un'ampia attività di organizzazione e di agitazione tra gli operai come dirigente politico e sindacale. In particolare nelle province dello Hunan, Changsha, Guangzhou, Hankou, Liping e PinJiang dove creerà una rete di cellule e di organizzazioni sindacali in tutte le industrie chiave, in particolare tra i minatori e i ferrovieri. La prima cellula la organizzò proprio tra i minatori dell'Anyuan, i quali daranno lungo tutta la rivoluzione cinese un contributo di primo piano. Mao scendeva nelle miniere di carbone, si calava nei pozzi, camminava nelle gallerie sotto terra per sperimentare fisicamente qual era la vita in quei luoghi e quale duro sfruttamento si praticasse sui minatori.
È di quegli anni un avvenimento di lotta operaia e sindacale di ampio rilievo che merita di essere citato. Nello Hunan il governatore locale sciolse il sindacato dei minatori di Anyuan e mise al bando quello dei ferrovieri. In risposta a questo atto repressivo Mao formulò una piattaforma con 13 rivendicazioni e incitò gli operai allo sciopero generale in tutta la provincia per solidarizzare con i minatori e i ferrovieri. Sul posto giunse però Liu Shaoqi inviato dalla direzione generale di Shanghai della Federazione del lavoro, il quale estromise il delegato nominato da Mao e capovolse la linea stabilita: chiese ai lavoratori di rinunciare alle richieste avanzate in quanto "troppo drastiche" dando allo sciopero un "carattere pacifico". Così apri la strada a un compromesso effimero e del tutto temporaneo. La repressione degli operai e dei comunisti continuò, le piccole concessioni furono revocate e i dirigenti dello sciopero espulsi. Nel frattempo, più di venti sindacati si erano fusi in un'associazione sindacale dei lavoratori di cui Mao era il presidente.
Mao aveva a cuore il soddisfacimento degli interessi materiali e del benessere degli operai e dei lavoratori. Ma aveva una concezione di classe, marxista-leninista della lotta sindacale. Sapeva che tra gli interessi immediati economici, sindacali e sociali delle masse e quelli politici più generali e a lungo termine per la rivoluzione, l'edificazione e il consolidamento del socialismo esiste una stretta relazione e che in ultima analisi i primi dipendono dai secondi. Perciò i sindacati dovevano, da un lato operare per il benessere delle masse e dall'altro, stimolare ed educare gli operai e gli impiegati a non trascurare gli interessi generali di classe, gli interessi della rivoluzione. "Dobbiamo educare i compagni dei sindacati e le masse operaie - affermava a questo proposito - a capire che essi non devono guardare semplicemente agli interessi immediati e parziali della classe operaia e dimenticare gli interessi generali e a lungo termine".(12)
Mao tenne fede al principio marxista-leninista secondo cui agli operai spetta, nella lotta di classe, un ruolo dirigente: ne fa dei quadri, degli istruttori assegnò loro posti di responsabilità in tutti i settori politico, economico. militare, amministrativo, negli organi del Partito. Così sarebbe riuscito ad assicurare in tutte le fasi della rivoluzione la direzione del proletariato.

MAO E L'ALLIEVO SCUDERI

Mao è stato e rimarrà per sempre nella storia un Gigante del pensiero e dell'azione rivoluzionari. Egli ha segnato di rosso in modo indelebile il XX secolo. Il suo apporto al marxismo-leninismo, alla rivoluzione mondiale, al socialismo e al comunismo è imperituro. Questa verità non viene scalfita né dalla restaurazione del capitalismo in Cina ad opera del rinnegato Deng Xiaoping e dei suoi compari che gli sono succeduti fino a Hu Jintao, Wen Jiabao, e quelli che sono candidati a prendere il loro posto: Xi Jinping e Li; né dai borghesi, anticomunisti, revisionisti e trotzkisti di ogni dove che, specie dopo la sua morte, hanno messo in scena una martellante campagna denigratoria, piena di menzogne grossolane e offensive al fine di impedire alle operaie, agli operai, ai lavoratori, alle masse sfruttate e oppresse di armarsi del suo pensiero per affrontare e vincere le battaglie di classe. Si tratta dello stesso trattamento controrivoluzionario e reazionario riservato in passato a Stalin, a Lenin, perfino a Marx anche se qualche furbetto liberale ora tenta di strumentalizzarlo per indagare sui motivi della terribile crisi finanziaria e del capitalismo. Non si scappa di qui: chi vuole essere un rivoluzionario conseguente, chi si vuole battere perché sulle ceneri del capitalismo si affermi il socialismo non può non studiare, assimilare e applicare il pensiero di Mao.
Anche noi del PMLI, nel nostro piccolo e fatte le debite differenze, abbiamo il nostro Segretario generale, compagno Giovanni Scuderi, che con i suoi scritti e discorsi ci ha aiutato e ci aiuta a comprendere con più immediatezza e fino in fondo il valore di Mao, a evidenziare, approfondire i suoi insegnamenti; mai in modo libresco, schematico e puramente celebrativo ma vivo, dinamico, su temi strategici, in relazione alla situazione italiana e ai problemi rivoluzionari da risolvere. Ne citiamo i principali: I marxisti-leninisti saranno sempre fedeli a Mao (1976); Mao e la rivoluzione in Italia (1980); La concezione di Mao del mondo e l'attuale lotta di classe (1986); Mao e il socialismo (1991); Seguiamo l'esempio e gli insegnamenti di Mao (1993); Mao e le due culture (2001); Applichiamo gli insegnamenti di Mao sulle classi e il Fronte unito (2006): Applichiamo gli insegnamenti di Mao sul Partito del proletariato (2011). Ricordiamo anche i suoi due interventi, letti dal compagno Dario Granito, al seminario internazionale sul pensiero di Mao, svoltosi in Germania nel novembre 1993, in occasione del centenario della nascita di Mao. Questi i titoli: Mao: un grande Maestro del proletariato internazionale e dei popoli e delle nazioni oppressi e Mao sull'internazionalismo proletario.
Ecco perché, anche in sede congressuale, giustamente abbiamo definito il compagno Scuderi il migliore allievo di Mao, sicuramente in Italia, ma non solo, per quel che ci risulta.
In connessione al tema che stiamo trattando oggi in questa sede è particolarmente preziosa l'analisi che Scuderi svolge in modo magistrale nel discorso appena citato sulle classi e il fronte unito. Incominciando a riaffermare un dato di fatto inconfutabile, anche se dissimulato quando non negato totalmente dai teorici della borghesia di destra e di "sinistra", e cioè che la società è divisa tra classe sfruttatrici e classi sfruttate, tra classe dominanti e classi dominate, inevitabilmente in lotta tra loro. Aggiungendo che la trasformazione e lo sviluppo della società passa proprio dalla lotta di classe. E cita in modo del tutto appropriato le parole illuminanti di Mao: "La lotta di classe - alcune classi trionfano altre vengono eliminate. Questa è la storia, questa da millenni è la storia della civiltà".(13)
Negare l'esistenza delle classi vuol dire negare il proletariato e il suo antagonismo inconciliabile con la borghesia. Utilizzando in modo strumentale e mistificatorio le innegabile modifiche nell'organizzazione del lavoro: dal fordismo al toyotismo, dalle catene di montaggio alle isole di montaggio, alle catene globali di produzione distribuite su spazi grandissimi, e poi l'immissione nelle fabbriche e nelle aziende dell'informatica, della telematica, della robotizzazione e altro ancora. Nonostante questo, "il vecchio metodo di produzione capitalistico - chiarisce Scuderi - è rimasto sostanzialmente lo stesso, le classi continuano a determinarsi in riferimento al loro rapporto con essi, e soprattutto la collocazione degli operai".(14)

IL RUOLO DELLA CLASSE OPERAIA

"Per noi - aggiunge Scuderi - il proletariato è l'attore principale della lotta di classe, della rivoluzione socialista e dell'edificazione del socialismo. Le rivoluzioni tecnologiche non ne hanno cambiato la natura di classe, la composizione, il carattere, le funzioni, il ruolo e i compiti.
Per la sua collocazione nella produzione e nella società, per la sua ideologia, per la sua esperienza produttiva e di lotta, per le sue capacità organizzative e mobilitatrici, che non hanno uguali nelle altre classi anticapitaliste, il proletariato è la classe più progredita, più avanzata e più rivoluzionaria della storia, i cui compiti fondamentali rimangono immutati nel tempo e in ogni paese del mondo, la sola classe che ha la forza e la capacità di dirigere la rivoluzione socialista e l'edificazione del socialismo".(15)
Tutte le teorizzazioni, dalle più banali alle più sofisticate, in un modo o nell'altro ispirate dalla borghesia, tendenti a negare la centralità della classe operaia nella lotta di classe per la trasformazione rivoluzionaria della società sono infondate, false. Giacché la forza-lavoro operaia è la fonte di ogni profitto capitalistico e quelle stesse perfezionatissime macchine che il capitale introduce per sostituirla, ridimensionarla, svalutarla e renderla marginale finiscono paradossalmente per conferirle una forza produttiva incomparabilmente superiore al passato e dunque un ruolo ancor più insostituibile e centrale nel sistema economico capitalistico. La classe operaia è collocata al cuore del sistema economico capitalistico in virtù della sua peculiare capacità di produrre e di valorizzare il capitale, quantunque le funzioni che essa svolge nel processo lavorativo abbiano subito nel tempo incredibili modificazioni.
Se il proletariato italiano, storicamente tra i più forti e combattivi dell'occidente capitalistico, non ha finora potuto compiere la sua missione, ciò è dovuto soprattutto all'influenza perniciosa che su di esso ha avuto l'ex partito comunista italiano (PCI), in realtà revisionista, all'inizio settario e dogmatico diretto da Bordiga, successivamente riformista diretto via via da Gramsci, Togliatti, Longo, Natta e Berlinguer, poi ulteriormente degenerato nell'attuale PD, un partito borghese e liberale a tutti gli effetti, passando per le gestioni di Occhetto, D'Alema, Veltroni, Fassino e Bersani. Per molti anni il proletariato è stato ingannato con la cosiddetta "via italiana al socialismo" riformista, parlamentarista e pacifista, fondata sulle "riforme di struttura" tendenti a realizzare la Costituzione del '48 democratico-borghese e non certo socialista. Dopo la caduta del muro di Berlino nell'89, lo scioglimento dell'URSS per mano dell'allora segretario generale del PCUS, il rinnegato anticomunista Gorbaciov, e la caduta di schianto dei regimi revisionisti nei paesi dell'Est, i dirigenti revisionisti dell'ex PCI si sono trasformati in rinnegati del comunismo, hanno tagliato ogni legame anche formale col marxismo-leninismo, la Rivoluzione d'Ottobre e il socialismo, hanno persino buttato a mare la loro storia legata in qualche modo alla Terza Internazionale e fino al 1956 anche a Stalin, e hanno messo in atto tra le masse operaie e lavoratrici del nostro Paese un devastante processo di deideologizzazione, decomunistizzazione, di socialdemocratizzazione e di integrazione nel capitalismo. Facendo così scomparire dalle coscienze del proletariato il socialismo come orizzonte di sviluppo storico della società.
"L'opportunismo nei ranghi superiori del movimento operaio - diceva Lenin - non è socialismo proletario ma socialismo borghese. La pratica ha dimostrato che coloro i quali sono attivi nel movimento operaio e aderiscono alla corrente opportunista difendono la borghesia meglio della borghesia stessa".(16) "I revisionisti - affermerà Mao - cancellano la differenza tra socialismo e capitalismo, tra dittatura del proletariato e quella della borghesia. Ciò che sostengono di fatto non è la linea socialista, ma quella capitalista".(17)
I danni provocati dai revisionisti moderni e dai trotzkisti Cossutta, Diliberto, Bertinotti, Vendola, Ferrero, Ferrando e Rizzo sono stati enormi e sono visibili e operanti tuttora. Per loro responsabilità, la classe operaia è precipitata, da un punto di vista ideologico e politico, in una situazione pre-marxista, cioè senza coscienza di essere una classe per sé con una missione storica precisa da portare avanti: buttare giù il capitalismo e conquistare ed edificare il socialismo. Privata dalla sua cultura rivoluzionaria e diretta da partiti borghesi riformisti e da sindacati riformisti, cogestionari e neocorporativi, non ha potuto fronteggiare adeguatamente il dilagare, in politica, della destra neofascista, presidenzialista, federalista e interventista; e in economia, gli assalti neoliberisti, con Confindustria in testa.
Non ha potuto evitare che gli effetti della gravissima crisi finanziaria, economica, produttiva, sociale ancora in atto fossero scaricati quasi completamente sulle spalle dei lavoratori e dei pensionati provocando un complessivo peggioramento delle loro condizioni di vita.

LE TRE PROPOSTE DEL PMLI ALLA CLASSE OPERAIA

Il PMLI non ha mai mollato le posizioni proletarie rivoluzionarie, non ha indietreggiato di un centimetro sui principi marxisti-leninisti, non si è piegato alla bufera anticomunista che ha soffiato forte dagli anni '90 in poi. Non abbiamo messo in soffitta nulla. Abbiamo continuato a nutrire una fiducia incrollabile, nonostante le condizioni avverse, quasi insormontabili, sul proletariato e le masse sfruttate e oppresse, sui giovani, sul marxismo-leninismo-pensiero di Mao, sulla rivoluzione e il socialismo. Abbiamo continuato a lavorare alacremente, giorno dopo giorno, senza badare a sacrifici, per creare gradualmente e nel tempo tutte le condizioni oggettive e soggettive per dare la scalata al cielo. Che passano, in larghissima parte dalla conquista della maggioranza della classe operaia alla causa della rivoluzione e del socialismo, dall'organizzazione della sua parte più avanzata e combattiva nel partito rivoluzionario , che in Italia è, senza alcun dubbio, il PMLI.
Per sottrarla alla influenza nefasta dei revisionisti e degli imbroglioni politici comunque camuffati, alla classe operaia abbiamo proposto di fare tre scelte fondamentali: tra liberalismo e marxismo-leninismo-pensiero di Mao, tra capitalismo e socialismo, tra partiti riformisti e partiti rivoluzionari.
Il nostro invito forte e caloroso è che le operaie e gli operai rifiutino il liberalismo in tutte le sue manifestazioni giacché esso rappresenta la quintessenza dell'ideologia della borghesia e abbraccino il marxismo-leninismo-pensiero di Mao che viceversa rappresenta la concezione del mondo e la scienza rivoluzionaria del proletariato per conquistare l'emancipazione sociale. Il nostro invito è che la classe operaia rifiuti, di più, combatta senza tregua il capitalismo, fino al suo abbattimento, perché questa è la società costruita a immagine e somiglianza di una minoranza capitalistica che detiene tutto il potere politico, statale, economico e culturale, gode di odiosi privilegi ed è la fonte dello sfruttamento e della miseria della maggioranza della popolazione, di intollerabili diseguaglianze sociali e di sesso, di disparità territoriali, di crisi economiche e di guerre imperialiste; viceversa scelga la causa del socialismo, di lottare per la conquista del socialismo e per la sua edificazione, poiché solo nel socialismo può avere il potere politico e diventare classe dominate, può costruire una società senza sfruttamento dell'uomo sull'uomo e un'economia fondata non più sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, dove i benefici non siano preda di un pugno di pescecani capitalisti, ma vengano distribuiti al popolo lavoratore e la disoccupazione venga debellata una volta per tutte.
Infine invitiamo le operaie e gli operai ad abbandonare e comunque a negare la loro fiducia ai partiti della "sinistra" borghese, dal PD di Bersani, D'Alema, Veltroni e Renzi, a SEL di Vendola e Fava, all'IDV di Di Pietro e Orlando, al movimento 5 stelle di Grillo, ai partiti trotzkisti PRC, PDCI, PCL, PDAC, Sinistra popolare-Partito comunista e anche alle nuove formazioni movimento arancione di De Magistris e Alba, almeno per due ragioni fondamentali: perché essi si muovono su un terreno riformista, elettoralista e parlamentarista all'interno del sistema capitalistico (il partito di Bersani ne è diventato addirittura, insieme al PDL di Berlusconi una colonna portante) e nessuno di loro propone come obiettivo strategico la conquista da parte del proletariato del potere politico e del socialismo.
È nel PMLI che il proletariato dovrebbe trovare il suo luogo naturale per organizzarsi politicamente. Perché il PMLI nasce per essere e diventare nella pratica il partito dell'avanguardia della classe operaia, e del socialismo. È questa la sua missione specifica, ben marcata nel suo Programma generale e nel suo Statuto, senza la quale non avrebbe alcuna ragione di esistere. Una missione portata avanti con costanza, senza tentennamenti sin dalla sua fondazione (9 Aprile 1977). Da 35 anni, ci ha ricordato il nostro Segretario generale, nel suo editoriale per ricordare l'Anniversario del PMLI, battiamo e ribattiamo sullo stesso chiodo rosso, quello della lotta contro il capitalismo e per il socialismo. Non vi è dubbio che l'incontro organizzativo in dimensioni significative e nazionali tra PMLI e la classe operaia rappresenta una questione cruciale, determinante per lo sviluppo rivoluzionario della lotta di classe. Il PMLI è pronto a questo incontro, lo ricerca e lo persegue con tenacia da sempre. E lo abbiamo preparato nei dieci anni precedenti la fondazione del PMLI. Noi infatti vogliamo ardentemente questo incontro con la classe operaia, e lavoriamo per questo, affinché il PMLI sia un Gigante Rosso non solo nella testa ma anche nel corpo, per essere in grado di assolvere tutti i suoi compiti rivoluzionari.
Sappiamo che per raggiungere questo obiettivo dobbiamo lavorare ancora tanto, bene e a lungo. I cinque grossi ostacoli che sin qui hanno rallentato la crescita organizzativa del PMLI non sono certo scomparsi. Andremo comunque sempre avanti, armati dello spirito indomito di You Kung supereremo tutte le difficoltà. "Le montagne sono alte - affermava Mao nel raccontare questo aneddoto - ma non possono diventare ancora più alte; ad ogni colpo di zappa, esse diventeranno più basse. Perché non potremmo spianarle?".(18)
E il PMLI ce la farà se applicherà con determinazione le indicazioni del 5 Congresso nazionale del Partito, della 1 Riunione plenaria del 5 Ufficio politico del PMLI e del compagno Scuderi sul centralismo democratico.

LA CRISI GENERALE DEL CAPITALISMO

I tempi stanno cambiando a favore della lotta di classe e della rivoluzione. Il lungo inverno politico che ha caratterizzato l'ultimo trentennio, dominato dal capitalismo e dall'imperialismo e dal potere assoluto della borghesia sul proletariato e le masse popolari, sembra avviarsi alla fine.
La crisi finanziaria, economica, sociale e morale che dal 2007 imperversa in modo devastante a livello planetario, in particolare nel capitalismo occidentale (USA e Europa), la più grave degli ultimi 80 anni, ha dato una forte rimescolata alle carte: in particolare ha sbugiardato le menzogne sparse dai teorici borghesi e revisionisti sul presunto fallimento storico del socialismo e messo in discussione le false certezze secondo le quali il capitalismo rappresenta il miglior sistema sociale che la storia abbia prodotto.
La situazione presente pone, o se vogliamo, ripropone, domande fondamentali e richiede risposte vere, fondate, convincenti. Chi ha provocato la crisi? Quali sono le cause di fondo? Come se ne può uscire in modo soddisfacente e duraturo? L'avidità insaziabile del capitale finanziario cresciuto in modo abnorme, la sua ricerca del massimo profitto attraverso gigantesche criminali operazioni speculative, l'indebitamento indotto di persone, banche e persino Stati oltre ogni misura, anche a causa degli interessi strozzini, fino all'insolvenza, al fallimento. L'esistenza del capitalismo stesso, le sue contraddizioni interne insolubili, tra le quali l'illimitata capacità di produrre merci e la limitata capacità dei lavoratori e delle masse popolari di comprare queste merci con conseguente inevitabile crisi di sovrapproduzione, blocco del ciclo economico, chiusure di aziende, distruzione di posti di lavoro, disoccupazione dilagante e povertà di massa. Le politiche neoliberiste perorate dalle istituzioni monetarie internazionali e messe in pratica dai governi che si sono succeduti negli Usa e nei paesi europei fondata su deregulation, privatizzazioni, soldi alle imprese e sgravi sui redditi alti, riduzione drastica del welfare e dei diritti dei lavoratori, in un contesto di progressiva evasione fiscale e di corruzione della pubblica amministrazione, ne sono una componente non secondaria.
Solo qualche dato per misurare il terribile prezzo fatto pagare dalla crisi capitalistica mondiale alle masse popolari: oltre 2 miliardi di persone sono costrette a vivere con meno di due dollari al giorno; per milioni di persone sono peggiorate le condizioni per la difesa della salute con una forte incidenza sulla mortalità infantile; negli ultimi 4 anni nei 30 paesi più sviluppati la disoccupazione è aumentata di ben 14 milioni di unità facendo salire il totale dei senza lavoro a 48 milioni; nel nostro Paese è cresciuta a vista d'occhio la miseria, sono 13 milioni i poveri che vivono sotto la soglia dell'indigenza o poco sopra questa soglia, in prevalenza nelle regioni meridionali e tra i giovani con un tasso di disoccupazione e di precarietà attorno al 50%. Presso il ministero di Economia e Sviluppo sono aperti uffcilamente 141 tavoli relativi ad aziende, molte delle quali assai note e importanti, come Fiat di Termini Imerese, Vinys, Indesit, Fincantieri, Ansaldo Breda, Alcatel, Richard Ginori e via elencando con 168 mila lavoratori a rischio ai quali, secondo la CGIL, ne vanno aggiunti altri 150-200 mila impiegati in aziende avviate in zona crisi. Ciò a fronte di una ristretta cerchia di possessori di grandi patrimoni che continua ad arricchirsi in modo vergognoso e ad allargare la forbice delle diseguaglianze sociali.
Solo il socialismo può mettere fine alle crisi economiche e finanziarie sempre più ravvicinate l'una all'altra, con annesse devastazioni economiche e sociali. Solo un'economia socialista, fondata sulla proprietà pubblica dei mezzi di produzione e sulla programmazione collettiva della produzione non in base al profitto di una minoranza di capitalisti ma ai bisogni delle larghe masse lavoratrici e popolari e finalizzata all'equa distribuzione della ricchezza prodotta può metter fine al dominio del mercato capitalistico, all'anarchia della produzione e alle sue conseguenze.
Ovviamente non è questa la diagnosi che fanno i tecnocrati liberisti borghesi di Bruxelles della Bce. I quali, in ossequio ai diktat della cancelliera della Germania, Angela Merkel, per abbattere i cosiddetti debiti sovrani, hanno imposto una linea ferocemente neoliberista fondata su una cinica e umiliante politica di austerità e su tagli draconiani che sta mettendo in grossissime difficoltà anzitutto la Grecia e a seguire la Spagna, il Portogallo, l'Irlanda e la stessa Italia, tutt'ora sotto scacco della rovinosa speculazione finanziaria che brucia miliardi di euro come fossero foglie secche, che sta sconvolgendo l'intera Eurozona e mettendo a serio rischio la sopravvivenza dell'euro. Tale politica che, tra l'altro, moltiplica i fattori recessivi e i guasti in campo produttivo e occupazionale, è accompagnata da un attacco ai diritti dei lavoratori, contrattuali, sindacali, salariali, previdenziali, più in generale allo "Stato sociale" e alle libertà democratico-borghesi assolutamente intollerabile e senza precedenti dal dopoguerra.

IL GOVERNO MONTI È UN GOLPE BIANCO

In Italia, fedele esecutore di questa politica di pura macelleria sociale, è il governo del tecnocrate liberista borghese Mario Monti voluto dalla grande finanza e dalla Ue con la connivenza del nuovo Vittorio Emanuele III, Giorgio Napolitano, e approvato vergognosamente in sede parlamentare dai partiti della destra e della "sinistra" borghese, PDL, PD e Terzo polo.
Sin dalla sua costituzione, avvenuta peraltro con un golpe bianco in violazione delle stesse regole parlamentari e costituzionali, ha perseguito con ferocia inusitata una politica economica e sociale finalizzata a far pagare i costi della crisi ai lavoratori ai pensionati e alla masse popolari. Composta da tagli e stangate di dimensioni gigantesche che colpiscono anzitutto i servizi sociali e pubblici, oltre al potere d'acquisto dei redditi medio-bassi, che vanno a incidere negativamente sulle condizioni di vita e di lavoro, delle masse popolari, come l'IMU sulla prima casa. Tra le manovre varate dal governo Monti e quelle dell'ex governo Berlusconi si raggiunge una cifra di 210 miliardi di "aggiustamento" dei conti dello Stato che costeranno 2.700 euro a famiglia solo nel 2012. Ma anche e soprattutto da inaudite controriforme sociali e del lavoro con in testa quelle della Marchionne in gonnella del governo Monti, il ministro Elsa Fornero, sulle pensioni che ha elevato l'età pensionabile a 70 anni e creato il grave problema degli "esodati" (oltre 300 mila lavoratori rimasti senza lavoro e senza pensione) ancora in larga parte irrisolto; e sul "mercato del lavoro" che non solo riconferma tutti i contratti precari ma smantella l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per liberalizzare i licenziamenti. Contestualmente all'instaurazione di relazioni sindacali di stampo mussoliniano, analoghe e quelle del modello del nuovo Valletta, Sergio Marchionne, imposte col ricatto occupazionale prima a Pomigliano e poi in tutti gli stabilimenti Fiat che cancellano il contratto nazionale, derogano dalle leggi sul lavoro e attuano una intollerabile discriminazione nei confronti della FIOM e dei suoi iscritti.
Nell'azione devastante del governo Monti e della sua maggioranza parlamentare non solo controriforme liberiste, golpe bianchi, tagli in campo economico e sociale. Anche controriforma costituzionali come nel caso dell'introduzione del pareggio in bilancio nella Costituzione del '48 che equivale ad assumere il liberismo come legge suprema dello Stato e che si tradurrà, sempre di più, in un ritiro dello stesso dal sociale e dal pubblico, a tutto vantaggio delle privatizzazioni e dei profitti capitalistici. Come nel caso dell'articolo 41 della Costituzione che dà più poteri all'iniziativa economica privata. Mentre sono in discussione e in via di approvazione altre controriforme istituzionali non meno gravi, non meno pericolose come quella elettorale che rischia di essere peggiore addirittura di quella attuale conosciuta col nome di Porcellum, quella sul presidenzialismo e quella sulla giustizia per limitare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura e metterla sotto il controllo diretto dell'esecutivo. In questo ambito è tornata precipitosamente all'ordine del giorno la legge bavaglio sulle intercettazioni a seguito delle telefonate di Mancino a Napolitano, intercettate dalla procura di Palermo in relazione alle indagini sulla trattativa Stato-mafia al tempo delle stragi del '92-'93, e alla stizzita reazione del presidente della Repubblica (cosa ha da nascondere?) concretizzatasi nella richiesta alla Corte costituzionale di riconoscere il conflitto di attribuzione.
Particolarmente grave è il fiscal compact, approvato dal parlamento nero nel silenzio quasi totale dei media, che obbliga l'Italia a tagliare 45 miliardi all'anno per venti anni.
Questi ora sinteticamente descritti, ai quali si potrebbe aggiungere il nuovo modello di difesa con chiari caratteri interventisti imperialisti, sono tutti tasselli di una "riforma" più generale, ormai praticamente completata di seconda repubblica che ha totalmente stravolto la prima repubblica in senso neofascista in cui spiccano il presidenzialismo e il liberismo, nel solco del piano golpista della P2 di Gelli e Berlusconi.
Il combinato crisi economica, politiche liberiste inique e stangatrici, cancellazione di diritti acquisiti, peggioramento delle condizioni di vita, di lavoro e di studio, riarmo per la politica estera interventista, mancanza di prospettive nel futuro non poteva non accrescere il malessere sociale, scuotere le coscienze, alimentare la voglia di scendere in piazza e invocare il cambiamento. Ne è testimonianza evidente il crollo della fiducia delle masse verso le istituzioni e, in particolare, verso i principali partiti borghesi dal PDL di Berlusconi e Alfano alla Lega Nord di Maroni, dal Terzo polo di Casini, Fini e Rutelli allo stesso PD di Bersani.
La prova tangibile di questa sfiducia crescente la si è avuta nelle elezioni comunali parziali del 6-7 maggio scorsi: nell'occasione, l'astensionismo, sostenuto in modo militante dal nostro Partito, ha conseguito una vittoria schiacciante. Un elettore su tre ha disertato le urne delegittimando così, di fatto, i vecchi partiti parlamentari e le istituzioni rappresentative borghesi.
Dobbiamo continuare a sostenere e a propagandare l'astensionismo tattico concepito come un voto dato al PMLI e al socialismo, anche per le prossime elezioni politiche e per quelle siciliane.
La lotta sindacale ha ripreso vigore. Gli operai hanno fatto scioperi, cortei, blocchi stradali, occupazioni di ferrovie e aeroporti. Hanno anche attuato forme di lotta più "spettacolari" per attirare l'attenzione dei media e raccogliere la solidarietà, come montare sui tetti o su gru, permanendoci giorni e giorni. Ciò, è bene dirlo, senza il sostegno e a volte nonostante il sabotaggio dei vertici sindacali di CISL e UIL. Nemmeno la CGIL della Camusso ha fatto tutto quello che poteva e doveva fare per dare forza alla piazza e invece di indire lo sciopero generale, come sarebbe stato necessario fare prima che "scappassero i buoi", è finita ad accettare la modifica dell'art.18 che, in buona sostanza, cancella il diritto dei reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamenti illegittimi. Solo la FIOM, oltre ai "sindacati di base", è stata vicina ai lavoratori e ai precari in lotta. Per questo noi l'abbiamo sempre incoraggiata e appoggiata, senza tacere le nostre riserve critiche quando ci è parso necessario farlo.
È facile prevedere che questo sarà un autunno caldo! La lotta dura e determinata intrapresa dai lavoratori dell'Ilva di Taranto per impedire la chiusura del complesso siderurgico pugliese, rivendicare la sua messa in sicurezza e il risanamento ambientale del territorio circostante; la protesta scatenata di nuovo dagli operai dell'Alcoa, l'azienda sarda di Portovesme che produce alluminio, contro la chiusura della fabbrica e i conseguenti licenziamenti, la clamorosa occupazione della miniera alla profondità di 370 metri messa in atto dai minatori di Carbonsulcis per ottenere dal governo il rilancio e la riqualificazione del settore sono segnali forti del clima sociale che si sta determinando.
I mesi prossimi saranno caratterizzati dunque da forti tensioni sociali e da un ulteriore sviluppo delle lotte dei lavoratori, degli studenti e delle masse popolari. La ragione è semplice: la crisi continua a mordere e a far male, specie per i ceti meno abbienti; le condizioni di vita e di lavoro già precarie e in molti casi sotto la sopravvivenza continueranno a peggiorare: il governo Monti, è prevedibile se non certo, varerà altre manovre economiche, altre stangate che andranno a incidere in primo luogo nella carne viva del proletariato. Cercherà ancora di colpire i diritti sindacali e contrattuali, specie dei dipendenti pubblici, e il welfare. Non ci faremo trovare impreparati a questa nuova ondata di lotte. Come nel passato, ma con rinnovata energia ed entusiasmo, staremo a fianco degli operai, dei lavoratori, dei disoccupati, delle masse popolari e studentesche contro il governo e il grande padronato, sosterremo la loro lotta e le loro rivendicazioni, portando il nostro contributo di idee e di proposte, continueremo a lanciare le nostre parole d'ordine a partire da quella che recita: "Monti vattene"! Chiediamo con forza a tutti i sindacati dei lavoratori di indire subito uno sciopero unitario di 8 ore e una manifestazione nazionale a Roma sotto Palazzo Chigi per cacciarlo.
Uniamoci contro il capitalismo e per il socialismo! Operaie e operai, lavoratrici e lavoratori avanzati e coscienti, disoccupati, pensionati, ragazze e ragazzi rivoluzionari, intellettuali del popolo fautori del socialismo prendete posto nel PMLI per farlo grande, forte e radicato in tutto il territorio nazionale, per dare tutta la vostra forza e la vostra intelligenza per la conquista dell'Italia unita, rossa e socialista.
Con Mao per sempre contro il capitalismo, per il socialismo!
Viva la classe operaia italiana, che si armi al più presto del marxismo-leninismo-pensiero di Mao e dia battaglia al capitalismo, per il socialismo!
Lavoriamo uniti per il trionfo del socialismo in Italia!
Avanti con forza e fiducia verso l'Italia unita, rossa e socialista!
Coi Maestri e il PMLI vinceremo!

NOTE
1) Mao, Perseveriamo in una vita semplice e in una lotta ardua e teniamo rapporti con le masse, marzo 1957, in Rivoluzione e costruzione, Einaudi editore, pag. 603
2) Edgar Snow, Stella Rossa sulla Cina, Einaudi editore, pag.168
3) Mao, Il ruolo del Partito comunista cinese nella guerra nazionale, Ottobre 1938, Opere scelte, vol. II, pag. 217
4) Marx ed Engels, Manifesto del Partito Comunista, Piccola biblioteca marxista-leninista, vol. 4, pag. 38
5) Mao, Sulla dittatura democratica popolare, 30 giugno 1949, Opere scelte, vol. IV
6) Direttiva del presidente Mao
7) Mao, La rivoluzione cinese e il Partito comunista cinese, dicembre 1939, Opere scelte, vol. II
8) Mao, Forze rivoluzionarie di tutto il mondo unitevi, per combattere l'aggressione imperialista, novembre 1948, Opere scelte, Casa editrice in lingue estere - Pechino, vol. IV, pag. 292
9) Mao, Discorso di apertura alla I Assemblea popolare nazionale della Repubblica popolare cinese - 15 settembre 1954
10) Lettera di K. Marx a Giuseppe Weydemeyer, 5 marzo 1852
11) Lettera di Engels a Marx, 23 ottobre 1846
12) Mao, in Mao e la lotta del PMLI per il socialismo, pag. 168
13) Mao, Abbandonate le illusioni, preparatevi alla lotta, 14 agosto 1949, Opere scelte, vol. IV
14) Scuderi, Applichiamo gli insegnamenti di Mao sulle classi e il fronte unito, opuscolo n.13, pag. 11
15) Ibidem, pag. 18
16) Lenin, II Congresso dell'Internazionale Comunista, Rapporto sulla situazione internazionale e i compiti fondamentale dell'Internazionale comunista, 9 luglio 1920
17) Mao, Discorso alla Conferenza nazionale del Partito comunista sul lavoro di propaganda, 12 marzo 1957
18) Mao, Come Yu Kung rimosse le montagne, Opere scelte, vol. III, Casa editrice del popolo, Pechino, Maggio 1935
 

12 settembre 2012