Bilancio della storia del PCI
E' finito un inganno durato 70 anni
La storia del proletariato italiano non finisce con la liquidazione del PCI ma continua col PMLI

Studiare la lotta del PMLI contro il revisionismo italiano
A vent'anni dalla liquidazione del PCI revisionista, avvenuta al XX Congresso celebrato al Palacongressi di Rimini dal 31 gennaio al 3 febbraio 1991, i media ritornano a parlare delle vicende di quel partito. Prendendo spunto dalla mostra sui 70 anni del PCI, allestita a Roma dall'Istituto Gramsci in occasione dell'anniversario della sua fondazione avvenuta il 21 gennaio 1921 a Livorno.
Scopo di questa mostra è di dimostrare che il PCI era un partito riformista, almeno dalla cosiddetta svolta di Salerno effettuata da Togliatti nel 1944. In ogni caso, i promotori e i rinnegati del comunismo come d'Alema, ci tengono a specificare che il "comunismo" del PCI non aveva nulla a che fare con quello di Lenin e Stalin.
Perché la sua bandiera è sempre stata quella dello Stato di diritto borghese e della Costituzione del '48.
Una Costituzione borghese, tra l'altro ormai carta straccia per il federalismo in via di totale completamento, per il presidenzialismo imperante in tutti i livelli governativi e istituzionali e per le relazioni industriali neocorporative mussoliniane restaurate da Marchionne, che è considerata l'Alfa e l'Omega anche dai partiti falsi comunisti derivati dal PCI.
Finché erano vivi Lenin, Stalin e Mao invece i dirigenti del PCI e i loro media sostenevano che esso era un vero partito comunista e che lottava per il socialismo.
Sulla base degli insegnamenti di Mao e spinti dall'esempio della Grande Rivoluzione Culturale proletaria cinese, in Italia i primi a denunciare la natura revisionista, riformista, borghese, controrivoluzionaria e anticomunista del PCI sono stati, nel '67, i primi quattro pionieri del PMLI e via via le compagne e i compagni che si sono uniti a loro per fondare nel dicembre '69 l'OCBI m-l e il 9 Aprile 1977 il PMLI. Un'accanita lotta ideologica e politica di smascheramento, che è terminata con la fine del PCI che si è autodissolto.
Il documento del Comitato centrale del PMLI, che porta la data del 21 gennaio 1991, dal titolo "È finito un inganno durato 70 anni", che ripubblichiamo qui di seguito, traccia un bilancio di classe e marxista-leninista della storia del PCI.
Chi ama il socialismo e il comunismo e la verità storica non può non leggerlo attentamente e trarne i dovuti insegnamenti.
Il documento fu diffuso a migliaia di copie all'apertura del XX Congresso del PCI davanti al Palacongressi da una folta delegazione del PMLI guidata dal compagno Dario Granito e composta da dirigenti nazionali e militanti di ambo i sessi e di diversa età, da fondatori e da nuovi militanti del Partito provenienti da città diverse del Nord, del Centro e del Sud. Tra essi c'erano le compagne Monica Martenghi, Nerina "Lucia" Paoletti, Claudia Del Decennale, Antonella Casalini e Cinzia Giaccherini e i compagni Ferruccio Panico, Alessandro Casalini, Franco Panzarella, Franco Dreoni e Simone Malesci, allora Responsabile della Commissione giovanile del CC del PMLI. Quest'ultimo venne intervistato da Rai 3, ma il servizio non fu mandato in onda. Queste alcune delle sue parole: "La storia del proletariato italiano non finisce qui, ma continua col PMLI. Ciò significa che il PMLI, che è nato 14 anni fa e non 6 mesi fa in opposizione alla Quercia, si propone come alternativa di classe e intende guidare la classe operaia e i lavoratori verso il socialismo".
Come ha detto il compagno Giovanni Scuderi, nel suo importante editoriale del n. 47/10 de "Il Bolscevico" dal titolo "La falsa autocritica del rinnegato revisionista Deng Xiaoping, colui che ha restaurato il capitalismo in Cina", "l'elaborazione antirevisionista del PMLI è andata alle radici del revisionismo italiano che stanno nel pensiero di Gramsci e costituisce un prezioso patrimonio storico del Partito. Tale elaborazione devono studiare attentamente i nuovi militanti e simpatizzanti per armarsi di un'arma potente antirevisionista, per 'vaccinarsi' contro il revisionismo e anche per ripulirsi dell'influenza revisionista precedente all'adesione al PMLI.
Al momento il revisionismo alla Gramsci, Togliatti e Berlinguer, a parte quello alla Trotzki e il neorevisionismo, sembra scomparso. Ma non può non rifarsi vivo quando il PMLI sarà molto più forte numericamente e più influente nella lotta di classe. Inevitabilmente non mancheranno gli agenti della borghesia infiltrati nel Partito che, distorcendo il marxismo-leninismo-pensiero di Mao, cercheranno di impadronirsi del PMLI per fargli cambiare colore politico e impantanarlo nel capitalismo e nel parlamentarismo.
Dobbiamo prepararci culturalmente per impedirglielo, consapevoli, come dice Mao, che
'Tutte le idee errate, tutte le erbe velenose, tutti i mostri devono essere criticati, e non bisogna mai lasciare loro campo libero'.
Dobbiamo tenere ferma la nostra missione, che è quella di conquistare il socialismo e assicurare il potere politico al proletariato, attenendoci sempre e in ogni circostanza al marxismo-leninismo-pensiero di Mao, praticando correttamente la critica e l'autocritica, coscienti che la lotta tra le due linee è sempre presente nel Partito anche se in forma latente, perseverando con intelligenza tattica nel lavoro di radicamento nei propri ambienti di lavoro, di studio e di vita, concentrandosi sul fronte operaio e sindacale e su quello studentesco, salvo eccezioni temporanee e locali, mettendo scrupolosamente in pratica la parola d'ordine 'Studiare, concentrarsi sulle priorità, radicarsi; radicarsi, concentrarsi sulle priorità, studiare', migliorando il lavoro giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza sulla base della linea, delle indicazioni e delle misure del 5 Congresso nazionale del PMLI".

26 gennaio 2011

Riproduciamo l'importante Documento del Comitato centrale del PMLI del 21 Gennaio 1991 sul bilancio della storia del PCI.

Nel momento in cui col XX congresso Occhetto sta per celebrare il funerale del PCI e tenere a battesimo quel mostriciattolo del PDS, noi auspichiamo che i militanti di questo partito che credono ancora nel socialismo e vogliono restare comunisti come lo intendeva Lenin sappiano trarre un serio e approfondito bilancio della storia del PCI, per capire perché e come si è arrivati alla sua liquidazione, per evitare che nel futuro si ripeta una simile amara esperienza, per stabilire che cosa devono fare per proseguire nella lotta di classe per la conquista del potere politico da parte del proletariato.
Per aiutarli in questo fondamentale bilancio che investe l'avvenire del proletariato italiano e delle masse popolari, quindi anche lo stesso avvenire del nostro Partito, offriamo loro questo documento e il numero speciale de Il Bolscevico sul PCI che lo riporta.
Noi marxisti-leninisti italiani non siamo sorpresi dalla liquidazione del PCI, sapevamo da sempre che prima o poi sarebbe crollato. Solo che pensavamo che sarebbe stato abbattuto da sinistra sotto i nostri colpi e di quelli delle compagne e dei compagni di base del PCI una volta che avessero preso coscienza del tradimento del gruppo dirigente. Fino all'89 infatti era impensabile che il PCI arrivasse all'autoscioglimento, all'ammissione di fatto del suo fallimento storico, al rinnegamento persino del suo simbolo.
Per 23 anni, ricordiamo in particolare il numero monografico de Il Bolscevico dedicato al 50 anniversario del PCI, ci siamo seccati la gola per spiegare che tale partito era un partito revisionista e che i suoi dirigenti non avevano alcun interesse a guidare il proletariato ad abbattere il capitalismo, conquistare il potere politico e realizzare il socialismo. Ora, paradossalmente, è il liquidatore di origine trotzkista Occhetto, proprio colui che nel Sessantotto ci disputava il terreno rivoluzionario, che ci dà ragione.
Meglio così, una fatica in meno per sgombrare il campo di un partito che ostruiva la strada verso il socialismo. Bisogna essere contenti, visto che è finito un inganno durato 70 anni. Se si capisce questo non c'è alcun motivo per disperarsi, per ritenersi scippati di un nome, quello comunista, che non ha mai avuto nel PCI la sostanza ideologica e politica sperate e per cui i nostri padri hanno dato anche la vita. Il punto vero perciò non è il cambio del nome, quanto il bilancio della storia del PCI. Solo così si potranno scoprire le fondamenta revisioniste di questo partito, e quindi capire perché è finito nelle grinfie della borghesia, della socialdemocrazia e del neoduce Craxi.
La liquidazione del PCI, nonché la capitolazione dei regimi revisionisti dell'Est, sull'esempio e l'impulso dell'Urss del neoliberale Gorbaciov, all'imperialismo e al capitalismo, dimostrano il fallimento totale a livello storico, ideologico, strategico, economico e pratico del revisionismo moderno, la sua inconsistenza, la sua incapacità di durare nel tempo, finanche rispetto alla stessa socialdemocrazia, che invece continua ancora ad esistere.
Per lungo tempo il revisionismo moderno ha ingannato il proletariato e i popoli dei vari paesi ma alla fine ha fatto bancarotta, e ha dovuto rinnegare se stesso, autoliquidandosi e ritornando al liberalismo borghese dal quale era provenuto. Non c'è da stupirsi quindi se la socialdemocrazia gli è sopravvissuta, visto che essa fin dall'inizio della sua storia, da quando cioè Lenin la denunciò, si era già saldamente attestata sul liberalismo borghese e capitalistico a cui oggi tutti i partiti revisionisti si stanno omologando.

1- L'elemento fondamentale del bilancio della storia del PCI è l'inganno politico
L'elemento fondamentale che caratterizza la storia del PCI è l'inganno politico.
Infatti il PCI si è costituito nel '21 per abbattere il capitalismo e realizzare il socialismo, tramite la lotta di classe e la rivoluzione socialista, mentre in realtà in tutto il corso della sua storia ha lavorato per sabotare la lotta di classe, per difendere il sistema capitalistico e la democrazia borghese e integrare in essi la classe operaia.
Per tutti questi anni il PCI non ha fatto che spargere nella classe operaia revisionismo, riformismo, liberalismo, elettoralismo, parlamentarismo, pacifismo, legalitarismo, al posto del marxismo-leninismo e della strategia e della tattica proletarie e rivoluzionarie.
Questo inganno è stato possibile grazie a un lento, graduale e pilotato processo di deideologizzazione, decomunistizzazione e socialdemocratizzazione dei militanti, del proletariato e dei lavoratori, delle masse femminili, giovanili e popolari.
Attraverso mille sotterfugi, mille piccoli e grandi cambiamenti sempre diretti a spostare a destra l'asse del partito, il PCI ha finito col depotenziare sul piano ideologico, politico e organizzativo la carica rivoluzionaria del proletariato, col decomunistizzare le nuove generazioni, col sradicare la concezione marxista-leninista dell'emancipazione della donna dalla coscienza delle masse femminili.
Il PMLI ha fatto quanto ha potuto per evitare questo mostruoso crimine, ma purtroppo non ci è riuscito, poiché ci sono mancati la forza organizzativa e i mezzi economici per far giungere la nostra voce alla grande massa dei militanti del PCI, del proletariato e dei giovani, e poiché nessun dirigente di quel partito, che oggi si riempie la bocca di comunismo, sia pure "moderno'' e "rifondato'', ha mai mosso un solo capello per tenere il proletariato sulla via dell'Ottobre.
Rimangono comunque agli atti i nostri sforzi tesi a smascherare, quantomeno a livello ideologico, teorico, storico e strategico, il più forte partito revisionista non al potere e uno dei più grossi partiti revisionisti in assoluto in Europa e nel mondo, nonché Gramsci e Togliatti, tra i maggiori capofila storici del revisionismo mondiale, paragonabili per statura e influenza rispettivamente a un Kautsky e a un Krusciov: Gramsci, il cui pensiero liberal-riformista è stato preso a modello da molti partiti revisionisti e trotzkisti di tutto il mondo, e tuttora gode di una vasta pubblicistica a livello nazionale, europeo e internazionale, e Togliatti, uno dei capi revisionisti unanimemente riconosciuto tra i più abili e manovrieri, capace di coprirsi per anni dietro Stalin e la III Internazionale, mentre portava avanti subdolamente la sua strategia revisionista di destra.
è a questa posizione e a questa analisi che bisognerà rifarsi e da cui occorrerà ripartire per continuare d'ora in avanti la lotta contro il revisionismo trasformatosi in neorevisionismo. Infatti, anche se attualmente il revisionismo non ha ancora un'unica centrale organizzativa a livello mondiale, la battaglia contro di esso non è finita, sia perché il revisionismo continuerà ad esistere sotto forma di riformismo, di parlamentarismo, di costituzionalismo, ecc., sia perché anche se esso non arrivasse a ricostituirsi organizzativamente attraverso un partito neorevisionista promosso da Cossutta, Garavini, Libertini, Russo Spena, Salvato, Vinci ecc., tenderebbe comunque a riversarsi all'interno del nostro Partito, via via che nuove forze vi entreranno ed esso si espanderà a livello nazionale.
La nostra lotta contro il revisionismo è stata una lotta teorica e politica, ma anche sindacale all'interno delle fabbriche e della CGIL, pratica (nelle piazze, nei quartieri, nelle scuole e nelle università), e finanche fisica, dal momento che spesso abbiamo dovuto affrontare anche duri scontri fisici perché le masse, ingannate dai dirigenti revisionisti, non comprendevano né accettavano le nostre denunce del revisionismo del PCI e dell'Urss di Breznev ritenendoli comunisti. In questa lotta non ci siamo fatti condizionare, al contrario dei falsi marxisti-leninisti e degli opportunisti-trotzkisti di ogni specie, dal rapporto di forza schiacciante a nostro sfavore; non abbiamo avuto paura di affrontare a viso aperto, come ci hanno insegnato Lenin e Mao, chi apparentemente era infinitamente più forte, più autorevole e più seguito dalle masse di noi, perché eravamo coscienti che si trattava di un gigante dai piedi d'argilla; perché eravamo nel giusto, dalla parte del marxismo-leninismo-pensiero di Mao, sicuri che la verità alla fine avrebbe trionfato, e che se anche fossimo stati distrutti, il fuoco ormai era stato acceso, quel che era scritto era scritto, e niente sarebbe più stato come prima.
Quel che conta è che l'inganno è comunque finito, e che in Italia c'è stato un Partito che ha avuto il coraggio di combatterlo e smascherarlo: ciò è stato possibile, proprio perché il nostro è un proletariato di grande forza, prestigio ed esperienza, ed ha saputo esprimere dal suo seno, pur avendo subito 70 anni di inganni e menzogne, la sua parte più cosciente e organizzata che ha rotto col revisionismo e gli ha dato battaglia fino in fondo. Il nostro proletariato esce dunque a testa alta dalla vergognosa disfatta del revisionismo italiano, poiché ha avuto chi lo ha degnamente rappresentato nello scontro storico a livello interno e internazionale tra il marxismo-leninismo-pensiero di Mao e il revisionismo moderno.

2- Le fasi del grande inganno
Storicamente il grande inganno del PCI ai danni del proletariato ha avuto tre grandi fasi: la fase sotto il controllo di Lenin, Stalin e della III Internazionale (dalla fondazione del PCI all'VIII congresso: 21/1/1921 - 8/12/1956); la fase della "via italiana al socialismo'' (dall'VIII al XVII congresso, alle dimissioni di Natta: 14/12/1956 - 21/6/1988); la fase del "nuovo corso'' neoliberale (dall'elezione di Occhetto a segretario generale al XX congresso: 21/6/1988 - 29/1/1991). Anche se, va detto, queste fasi non sono da considerare rigidamente demarcate ma, come vedremo, concatenate e conseguenziali tra di loro.
La caratteristica peculiare del PCI è che fin dall'indomani della sua giusta e necessaria fondazione, avvenuta su impulso di Lenin e della III Internazionale, questo partito è caduto nelle mani della borghesia, dapprima tramite la direzione opportunista di "sinistra'' di Bordiga, e poi, dopo la sconfitta definitiva di quest'ultima nel '26, tramite la direzione revisionista di destra di Gramsci e successivamente di Togliatti.
Gramsci, con le sue teorie liberal-riformiste che sostituivano la costruzione dei consigli a quella del partito, il concetto di "blocco storico'' a quello di lotta di classe, il concetto di "egemonia'' a quello della dittatura del proletariato, e il concetto di "guerra di posizione'' a quello di insurrezione rivoluzionaria per il socialismo, pose per primo le fondamenta revisioniste del PCI. Togliatti riprese, sviluppò e applicò quelle teorie con la "via italiana al socialismo'', che sta a sua volta all'origine dell'ulteriore passaggio revisionista del partito negli anni '70 e '80, fino all'attuale liquidazione all'insegna del neoliberalismo.
Finché c'erano Lenin e poi Stalin e la III Internazionale, quest'anima revisionista della direzione del PCI veniva combattuta ed era costretta a camuffarsi e restare al coperto. Il revisionismo di destra di Gramsci fu capito e isolato di fatto dalla direzione marxista-leninista dell'allora movimento comunista internazionale guidato da Stalin. Lo stesso Togliatti dovette a lungo rimanere coperto all'ombra di Stalin, preferendo portare avanti le sue trame dietro le quinte.
Ma dopo lo scioglimento della III Internazionale Togliatti rompe gli indugi, e con la "svolta di Salerno'' esce allo scoperto rivelando in maniera più marcata la sua antica vocazione revisionista, riformista e borghese. E con l'VIII congresso del '56 - non a caso tenuto dopo il XX congresso del PCUS in cui Krusciov attuò il colpo di Stato che pose fine alla dittatura del proletariato in Urss e attaccò frontalmente la gigantesca opera di Stalin - Togliatti sviluppò e sistematizzò compiutamente tale svolta lanciando la "via italiana al socialismo'', fondata sul rinnegamento della dittatura del proletariato e della rivoluzione socialista, l'accettazione della democrazia parlamentare borghese, l'accettazione piena della Costituzione borghese come confine all'azione del partito del proletariato.
Successivamente questa linea di socialdemocratizzazione e di omologazione al sistema capitalistico del PCI è stata ulteriormente portata avanti da Longo e ancora più da Berlinguer, col "compromesso storico'' e la "solidarietà nazionale'' e completata dalla segreteria Natta - sia pure dopo una lunga fase di incertezze seguita al declino elettorale del PCI - col XVII congresso dell'aprile '86, in cui il PCI celebra la sua Bad-Godesberg, si rifonda come "moderno partito riformatore'' e approda alla socialdemocrazia europea, con la complicità dei sedicenti e ridicoli "comunisti democratici'' Ingrao, Cossutta, Garavini, Libertini, Salvato, Serri.
Da questo momento, accentuatosi il declino elettorale del PCI, intensificatisi i diktat del neoduce Craxi per inglobarlo nell'"unità socialista'' sotto la sua egemonia, abbandonata definitivamente la classe operaia e sposati completamente la democrazia borghese e l'economia di mercato, è il neoliberalismo l'ideologia guida di Botteghe Oscure. A tappe forzate Occhetto e la sua combriccola di tecnocrati borghesi lanciano prima il "nuovo corso'' neoliberale al XVIII congresso del PCI (marzo '89) che chiude definitivamente i conti con l'esperienza storica del movimento operaio e dello stesso PCI, poi (novembre '89) avanzano la proposta di cambiare nome e simbolo del PCI, proposta formalizzata il 10 ottobre '90 col nuovo nome, Partito democratico della sinistra (PDS), e col nuovo simbolo del partito, infine arrivano alla liquidazione vera e propria del PCI al XX congresso.
Questa, a grandissime linee, la storia delle tre fasi del grande inganno del PCI durato 70 anni, dalla quale emerge, nonostante la complessità dei vari momenti storico-politici attraversati, che c'è un unico filo nero, un'unica strategia revisionista che le attraversa. In particolare dalla "svolta di Salerno'' alla "solidarietà nazionale'' (e con arretramenti e giravolte anche dopo) la linea revisionista è sempre la stessa: quella dell'"unità nazionale'', cioè l'incontro governativo tra PCI, DC e PSI: si tratta della linea classica socialdemocratica e riformista della collaborazione del proletariato al governo della borghesia. Attualmente, tale linea ha assunto la forma della "alternativa'', vale a dire dell'alleanza PDS-PSI e altri partiti per escludere la DC dal governo; ma non è detto che l'alleanza con lo scudocrociato non rientri dalla finestra in un prossimo futuro, come è già successo altre volte nel corso degli anni '80 (per es. con la "rivoluzione copernicana'' di Occhetto). Tutto sommato anche l'"alternativa'' persegue lo stesso obiettivo di fondo della "via italiana al socialismo'', del "compromesso storico'' e della "solidarietà nazionale'', che è quello della partecipazione subalterna della classe operaia al governo borghese.
Una partecipazione che significa rinuncia per sempre da parte del proletariato al potere politico e al socialismo per servire gli interessi del capitalismo. Anche perché, come l'affare "Gladio'' dimostra, nell'Italia capitalistica la via parlamentare e pacifica al potere effettivo è sbarrata con le armi e col sangue davanti al proletariato; solo quando la classe dominante ha in pugno il partito che lo rappresenta e lo controlla, l'ha addomesticato, lo ha reso inoffensivo e fedele appieno allo Stato borghese, allora si mostra disposta a schiudergli le porte del governo. Così si è comportata col PSI di Nenni e Lombardi (che pure, nonostante avesse dato ampia prova nella storia di aver tradito la classe operaia, quando arrivò al governo con la DC provocò un tentativo di colpo di Stato ordito da Segni-De Lorenzo), e così probabilmente si comporterà anche col PDS del voltagabbana Occhetto.
Quello che è più grave è che la linea dell'inserimento governativo del PDS - linea su cui fra l'altro concordano guarda caso tutte e tre le mozioni al XX congresso - è quella della "rifondazione democratica dello Stato'': una parola d'ordine fuorviante e reazionaria, perché con essa l'intero gruppo dirigente dell'ex PCI rigetta implicitamente la stessa Repubblica nata dalla Resistenza su cui fino a ieri si era invece appiattito e di conseguenza si sposta armi e bagagli sul terreno della repubblica presidenziale, della P2, di Craxi e della vecchia e nuova destra, tant'è vero che anche il MSI invoca ora la "rifondazione dello Stato''.

3- Gli insegnamenti da trarre dal bilancio della storia del PCI
Dal bilancio della storia del PCI si possono dunque trarre i seguenti cinque insegnamenti:
1- Che per non essere ingannati, occorre conoscere a fondo il marxismo-leninismo-pensiero di Mao e applicarlo nella pratica, anche dentro il partito.
Ciò significa che per prevenire nuovi, tragici inganni nel futuro occorre che tutti i militanti del Partito assimilino a fondo il marxismo-leninismo-pensiero di Mao e educhino la classe operaia e le nuove generazioni a questa scienza proletaria rivoluzionaria, alla sua conoscenza e alla sua applicazione pratica nella lotta di classe, trasmettendogli il marxismo-leninismo-pensiero di Mao nella sua interezza e genuinità.
In Italia il marxismo-leninismo è sempre stato gestito, mediato e trasmesso in maniera opportunistica, revisionistica, ad uso e consumo della borghesia, e questo sia nel 1892, quando si è formato il PSI, sia nel 1921, quando è stato fondato il PCI. Solo con la nascita del PMLI il proletariato ha avuto per la prima volta una corretta e fedele trasmissione del marxismo-leninismo-pensiero di Mao.
Occorre quindi che i combattenti per il socialismo ritornino ad assimilare il marxismo-leninismo sfrondato e ripulito da tutte le velenose incrostazioni revisioniste, riformiste, socialdemocratiche, trotzkiste e liberali che in Italia lo hanno ricoperto per quasi 100 anni; per far questo devono attingere alle fonti limpide e pure dei grandi maestri del proletariato internazionale, Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao, e dei documenti del PMLI.
2- Che il revisionismo è la causa principale del cambiamento di colore del partito e della deviazione e dell'abbandono della via della Rivoluzione d'Ottobre.
Tutta la storia del PCI è un'amara conferma di questa verità, cosiccome la storia della gloriosa Urss di Lenin e Stalin, che a causa delle cricche revisioniste di Krusciov e Breznev prima, e adesso del neoliberale Gorbaciov, ha finito per rinnegare totalmente il socialismo e la via dell'Ottobre per sposare il capitalismo e inginocchiarsi all'imperialismo occidentale; e così pure la grande Cina di Mao, dopo la sua morte e il colpo di Stato dell'omuncolo arcirevisionista e fascista Deng, ha finito per precipitare nel capitalismo più spregevole e in una nera e sanguinaria dittatura fascista.
3- Che occorre lottare affinché il Partito sia sempre marxista-leninista.
Poiché il revisionismo continuerà ad esistere finché esisteranno la borghesia e l'imperialismo, ed esisterà sempre in forma latente o palese la lotta tra le due linee in seno al Partito, poiché la borghesia non rinuncerà mai a far cambiare di colore al Partito e fargli abbandonare la via rivoluzionaria, occorre non cessare mai la lotta per salvaguardare il carattere marxista-leninista del Partito esercitando una ferrea vigilanza e una forte e tempestiva critica e autocritica contro gli elementi di revisionismo e i loro portatori che nello sviluppo della vita del Partito certamente si manifesteranno.
Questa consegna vale in particolare per i nuovi giovani militanti che entreranno nel PMLI dai quali, come successori della causa rivoluzionaria, dipende se il Partito continuerà sulla via dell'Ottobre e se il proletariato potrà conquistare il socialismo.
4- Che non bisogna mai allontanarsi dalla via del marxismo-leninismo-pensiero di Mao, del socialismo e della Rivoluzione d'Ottobre.
Questo insegnamento è strettamente complementare ai due precedenti. Il marxismo-leninismo-pensiero di Mao, il socialismo e la Rivoluzione d'Ottobre rappresentano i punti cardinali dell'orizzonte strategico universale del proletariato internazionale. Se si revisiona o si rigetta uno dei tre, inevitabilmente si rigettano tutti e tre e si cade in braccio alla borghesia e all'imperialismo.
Diverso è il discorso degli aggiustamenti tattici da apportare necessariamente alla linea del Partito nel corso della lotta per il socialismo, in base alle caratteristiche specifiche paese per paese, momento per momento, ma in nessun caso ciò deve comportare revisione o anche soltanto una parziale rinuncia ai suddetti principi fondamentali. A tal fine occorre vigilare attentamente affinché, come l'esperienza storica insegna, dietro certe proposte di aggiustamenti tattici della linea del Partito non si nascondano in realtà attacchi e snaturamenti dei principi che possono portare passo dopo passo al loro completo ribaltamento.
5- Che quando la direzione del partito tradisce la causa del socialismo e non è più possibile rovesciarla e prendere il potere, occorre rompere con essa e ricostruire il partito.
Nel '21 i rivoluzionari si separarono dai riformisti seguendo il grande insegnamento di Lenin che dice: "Quando la classe dirigente di un partito operaio viene meno alla propria funzione e tradisce, tocca alla classe operaia costruire il proprio partito capace di guidarla in modo rivoluzionario, nella lotta contro il proprio nemico di classe, per il socialismo'' (citato da Stalin in "Principi del leninismo'').
Oggi che i revisionisti, divenuti neoliberali, si smascherano da se stessi e si ricongiungono con i vecchi riformisti ricomponendo di fatto la scissione del '21, occorre rifarsi a quella lontana esperienza, che è ancora viva nel cuore del proletariato e conserva ancora oggi tutta la sua validità, occorre scindersi di nuovo dai riformisti e dai neoliberali e dare tutta la forza al PMLI, il Partito che rappresenta nelle condizioni attuali la continuità della centenaria lotta per il socialismo del proletariato italiano.
Sarebbe una grave iattura se questa forza venisse ancora una volta ingabbiata, neutralizzata e mantenuta nell'area riformista, il che potrebbe succedere se i combattenti per il socialismo, magari nell'illusione di ripetere un nuovo '21, dessero credito alle proposte demagogiche della "rifondazione comunista'' e della costituzione di un partito neorevisionista "federato'' o meno col PDS, avanzata da un coacervo di opportunisti, trotzkisti e operaisti come Cossutta, Garavini, Libertini, Salvato e DP.

4- La storia del proletariato italiano non finisce con la liquidazione del PCIma continua col PMLI
Con la liquidazione del PCI finisce la storia di un partito ma non la storia della classe operaia. Noi neghiamo decisamente l'identificazione fatta ad arte dalla borghesia e dai revisionisti tra la storia del PCI e quella del proletariato italiano.
Infatti il proletariato italiano è sempre stato convinto di lottare per il socialismo, e solo perché ingannato dai dirigenti revisionisti ha potuto dare fiducia al PCI e considerarlo il proprio partito. Ma in realtà il proletariato e il PCI sono andati per due strade opposte, perché il primo è stato di fatto una classe antagonista alla borghesia, il secondo invece ne ha sempre difeso occultamente gli interessi strategici.
La storia del proletariato continua, prima di tutto perché esso continua ad esistere, e finché esso esisterà esisterà insopprimibilmente la sua lotta per l'emancipazione dalla schiavitù salariata e per il socialismo. In secondo luogo perché c'è il suo Partito, il PMLI, che lo rappresenta, che ne sintetizza l'esperienza e gli ideali, che lo guida e che perciò ne continua la gloriosa storia.
Come ha chiarito il Segretario generale del nostro Partito, compagno Giovanni Scuderi, nel suo Rapporto al 2 Congresso nazionale del PMLI (6-8 novembre 1982), "La fondazione del PMLI ha aperto storicamente la terza fase della storia del movimento operaio italiano organizzato, quella del trionfo del marxismo-leninismo-pensiero di Mao nella classe operaia. La prima fase, che va dal 1892 al 1920, è stata dominata dalla socialdemocrazia predicata dal PSI; la seconda fase, che è iniziata il 21 gennaio 1921, è stata ed è dominata dal revisionismo predicato dal PCI. Il rafforzamento e lo sviluppo del nostro Partito consentirà che la terza fase si realizzi concretamente nella pratica, ponendo così fine al predominio dell'ideologia borghese e socialdemocratica del revisionismo''.
Nell'aprile del '77, con la fondazione del PMLI, si è dunque aperta storicamente e idealmente la 3 fase della storia del proletariato italiano. Si tratta adesso di realizzarla anche sul piano politico, organizzativo e pratico, e qui sta l'importanza del ruolo storico che hanno da giocare i sinceri combattenti per il socialismo, donne e uomini, già del PCI: sta a loro, dopo aver compiuto quel serio bilancio critico e autocritico della storia del PCI che auspicavamo all'inizio, scegliere di continuare la storia della classe operaia e della lotta per il socialismo in Italia, abbandonando al suo destino il PDS di Occhetto - ma anche tutti coloro che si propongono di coprirlo a "sinistra'' - e cominciando, ora e non domani, a prendere contatto con il PMLI, a dialogare e collaborare con esso, meglio ancora ad entrare nelle sue file e a militarvi attivamente per renderlo forte e per svilupparlo in tutta Italia. Le nostre speranze le riponiamo soprattutto nelle ragazze e nei ragazzi rivoluzionari che aspirano a un nuovo mondo.
Oggi non è possibile restare comunisti senza diventare marxisti-leninisti e militanti del PMLI.
è questo il solo modo per aprire sul piano soggettivo, quello decisivo, la terza fase della storia del proletariato italiano, che è quella della lotta per il socialismo.


Il Comitato centrale del PMLI

Firenze, 21 Gennaio 1991