Dialoghiamo nel movimento studentesco
Si possono "liberare i saperi" senza rompere la gabbia del capitalismo?

di Federico Picerni*
Come abbiamo già rilevato seguendo gli sviluppi del movimento studentesco esploso quest'autunno, le studentesse e gli studenti si stanno interrogando su questioni fondamentali tipo come cambiare il sistema economico attuale. Una domanda cruciale, se vogliamo uscire dalla crisi del capitalismo che si sta scaricando rovinosamente sulle spalle delle masse lavoratrici, popolari, giovanili e studentesche. Particolarmente sentito è il tema della "liberazione dei saperi dal mercato".
Nell'ambito delle mobilitazioni studentesche di ottobre, è stato elaborato un "Manifesto per la liberazione dei saperi", che ha tra l'altro proposto un dibattito sul tema, al quale partecipiamo ben volentieri, auspicando che si sviluppi soprattutto alla base, a livello di massa, in assemblee studentesche pubbliche, senza alcuna preclusione a sinistra.

SAPERI E LOTTA DI CLASSE
In apertura il Manifesto afferma che: "Viviamo scuole e università dove si tende ad insegnare un 'pensiero unico' economico, storico, giuridico". Un punto di partenza giusto, così come la denuncia della mercificazione della cultura, della distruzione della scuola e dell'università pubbliche, dell'inaccettabilità del precariato a vita per ricercatori, dottorandi e docenti, dell'asservimento della ricerca alle logiche di mercato. Però tutto l'impianto del Manifesto soffre del fatto che non ha inquadrato il tipo di società in cui viviamo, la classe che è al potere e che ha elaborato il "pensiero unico" e l'istruzione vigente e i governi che li gestiscono. In altri termini non denuncia con chiarezza, concretezza e su un piano di classe i responsabili dello scempio dell'istruzione pubblica, dell'esclusione dei figli del popolo dall'istruzione universitaria e del precariato della massa dei laureati.
Essenzialmente, il Manifesto tratta due questioni: la lotta contro la privatizzazione dell'istruzione e la "liberazione dei saperi". Ma secondo noi è sbagliato mettere sullo stesso piano la lotta per la scuola e l'università pubbliche, con la quale si possono strappare conquiste importanti anche nel capitalismo, e quella per la "liberazione dei saperi" che è una questione ideologica che interessa la sovrastruttura, ossia l'insieme di idee e concetti ideologici, del sistema capitalista. Sul primo aspetto (la lotta per la scuola e l'università pubbliche) siamo naturalmente d'accordo con le critiche mosse al processo di privatizzazione e aziendalizzazione messo in atto da Berlusconi e chi l'ha preceduto (nonché succeduto), solo che (a differenza del Manifesto, che vede in ciò il tentativo di tagliare fuori le "persone" dal sapere precedentemente goduto da tutti) esso è visto nella logica capitalista, secondo cui le masse popolari devono poter accedere solo ai gradi più bassi dell'istruzione, acquisendo quelle competenze tecnico-professionali utili a farne dei manovali del sistema, mentre i rampolli della borghesia dovranno diventarne i quadri dirigenti.
D'altra parte, se è vero come è vero, che le masse si erano guadagnate un accesso più o meno esteso alla "formazione", ciò non è la regola del capitalismo ma un'eccezione dovuta principalmente alle conquiste delle Grandi Rivolte del '68 e del '77, proprio quando la fiducia nel socialismo aiutava a mettere a fuoco il bersaglio principale: il sistema capitalista nella sua interezza, compresa la sua cultura. Conquiste che la classe dominante borghese, attraverso i suoi governi, sta progressivamente cancellando.
Per noi comunque la lotta affinché la scuola e l'università siano servizi goduti da tutto il popolo va inserita nella strategia anticapitalista. Invece questa concezione interclassista e idealista del Manifesto porta a credere che sia possibile "liberare" i saperi senza abbattere il capitalismo.
L'errore teorico di fondo del Manifesto è astrarre il sapere dalla lotta di classe, vedendolo in chiave interclassista e considerando il suo asservimento al mercato come un fatto nuovo e contingente, definito appunto "nuovo feudalesimo dei saperi". Palese l'influenza della teoria dei "beni comuni" che vede nella cultura un "bene comune" a sé stante, slegato dalla lotta di classe.
"Una data cultura (considerata come forma ideologica) - rilevano Marx ed Engels - è il riflesso della politica e dell'economia di una data società". Nella società capitalista la cultura dominante non può che essere quella della classe dominante, la borghesia, che tramite la scuola e l'università veicola alle masse la sua concezione del mondo, basata sul "concetto secondo il quale tutte le classi devono convivere pacificamente nel regime capitalistico, apportando il proprio contributo allo sviluppo della società borghese senza mettere in discussione la collocazione economica e sociale di ciascuna di esse" (G. Scuderi, La concezione di Mao del mondo e l'attuale lotta di classe, 9/9/1986), mentre è totalmente esclusa l'unica concezione del mondo diametralmente opposta e inconciliabile, quella proletaria, secondo cui "gli sfruttati e gli oppressi devono sviluppare fino in fondo la lotta di classe per liberarsi dal giogo della classe dominante sfruttatrice e oppressiva" (Scuderi, idem).
Basta analizzare finalità, metodi, indirizzi didattici e pedagogici di scuola e università per rendersi conto che esse sono veri e propri centri di educazione ideologica e politica. Addirittura ai privati capitalisti è consentito di partecipare in via diretta alla definizione dei programmi didattici. I saperi impartiti sono perciò funzionali a far girare gli ingranaggi della macchina del mercato e del profitto, da una parte, e, dall'altra, ad educare le masse all'intoccabilità del capitalismo e del suo modo di produzione.
Oggettivamente, l'idea di poter "liberare i saperi" senza eliminare il capitalismo, non esce dai limiti della cultura borghese. Quindi è a tutti gli effetti una proposta democratico-borghese, una nuova chimera che, distogliendo l'attenzione dalla questione fondamentale della presa del potere politico da parte del proletariato, depotenzia la carica anticapitalista montante fra le masse studentesche. Non eleva la coscienza politica delle studentesse e degli studenti e non intacca il dominio della cultura e dell'istruzione borghesi: al contrario, anziché esserne un vaccino, se ne introducono i bacilli, spargendo illusioni sulla possibilità di riformare il sistema capitalista e la sua cultura.
Considerando i saperi, cioè la cultura, come "elemento centrale di emancipazione, il combustibile stesso della libertà e dell'autonomia delle persone", il Manifesto imbroglia le carte e rilancia un'antica menzogna riformista. È tutta la storia universale a dimostrare che è impossibile emanciparsi, ossia essere completamente padroni del proprio destino, se non ci si libera dalla società divisa in classi e basata sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
Una persona più colta ha maggiori strumenti intellettuali per capire la realtà e per confrontarsi da pari a pari con coloro che hanno il suo stesso livello culturale, ma non per questo è oggettivamente libera e autonoma rispetto al capitalismo da cui dipende la sua esistenza.
Non è un caso che il Manifesto lasci senza risposta una domanda fondamentale: come può il "sapere libero" convivere in un sistema fondato sulla ricerca del massimo profitto che asserve la cultura e l'istruzione alle sue necessità economiche e politiche e che perciò impedisce che esse siano aperte e libere? E, ammesso e non concesso che ciò sia possibile, come potrebbe restare immune dall'influenza e dalle pressioni culturali della classe dominante?
La questione ora è, semmai, liberare le larghe masse lavoratrici e popolari dal giogo della cultura borghese fatta principalmente di individualismo, egoismo, caccia al successo, edonismo, sessismo, razzismo, facendo sì che possano riappropriarsi della concezione proletaria del mondo. È quest'ultima, non "il sapere" astratto e generico, ad essere incatenata e zittita. È possibile liberarla riaffermandone la validità contro le illazioni degli idolatri più o meno aperti del capitalismo, scardinando la sacralità del sistema capitalista e riproponendo l'alternativa del socialismo, ma questo "sapere di classe" non può essere insegnato nelle scuole e negli atenei, bensì nel fuoco della lotta di classe e della lotta di massa.
"Liberare i saperi", cioè renderli accessibili e gestibili dalle larghe masse popolari, sarà possibile quando saranno loro e non il mercato a governarli, a stabilirne gli indirizzi a favore di tutta la società e non di un pugno di affamatori e speculatori, cioè nel socialismo.

CONTRO IL CAPITALISMO, PER IL SOCIALISMO
Le nostre critiche non escludono affatto che noi da sempre vogliamo che i luoghi della istruzione e della cultura siano aperti alle masse, innanzitutto per strapparle all'ignoranza e dar loro gli strumenti intellettuali necessari per combattere i nemici di classe anche sul piano culturale. Solo non ci illudiamo che questo possa cambiare i caratteri fondamentali dell'istruzione e della cultura finché perdura il regime neofascista borghese.
In ogni caso, si tratta di una questione strategica che sarà approfondita e risolta via via che, nel fuoco della lotta di classe e di massa, il movimento studentesco maturerà la sua coscienza politica, grazie anche al contributo attivo delle studentesse e degli studenti marxisti-leninisti, e che non pregiudica il più saldo fronte unito sulle questioni immediate di interesse comune.
Il movimento studentesco otterrà forza e risultati se riuscirà a mettere in campo una mobilitazione nazionale forte, continuativa, approfondendo e generalizzando i metodi di lotta messi in atto nel mese scorso e compattandosi su rivendicazioni comuni elaborate dal basso in base alla democrazia diretta. Rivendicazioni che, secondo noi, devono avere al centro quella per la scuola e l'università pubbliche, gratuite e governate dalle studentesse e dagli studenti.
Al contempo, dovrà legarsi alla classe operaia e alle masse lavoratrici e popolari in lotta, come è avvenuto il 20 e il 27 ottobre e come avverrà il 14 novembre. Ma la crescente coscienza anticapitalista ha ancora bisogno di maturare fino a capire che bisogna lottare per il socialismo. Intanto cacciamo via il governo Monti, che cura specialmente gli interessi del capitalismo finanziario, e rompiamo la gabbia del capitalismo per "liberare i saperi".

* Responsabile per il lavoro giovanile del CC del PMLI
 
14 novembre 2012