Per bloccare la rivolta del '68
La mattanza di Città del Messico
250 morti ufficiali e centinaia di feriti. Fu il governo a ordinare a più di 360 tiratori scelti di aprire il fuoco sui manifestanti
Gli assassini protetti da Fox
In occasione del 35 anniversario del massacro compiuto in piazza delle Tre Culture nel quartiere di Tlatelolco a Città del Messico dal dittatore Gustavo Diaz Ordaz e dall'allora ministro degli Interni Luis Echeverría per soffocare nel sangue la coraggiosa rivolta studentesca dell'estate 1968 contro il regime dei militari, il 2 ottobre 2003 le masse popolari e studentesche messicane hanno ricordato e reso omaggio alle centinaia di vittime di quell'efferato eccidio. Una grandiosa manifestazione si è svolta a Città del Messico per tenere viva la memoria storica ma soprattutto per chiedere all'attuale governo del presidente Vicente Fox e al Pan (Partito di azione nazionale), che ha spodestato il Pri (Partito rivoluzionario istituzionale) dopo 71 anni, di processare e punire tutti i responsabili, a cominciare dai suoi predecessori Ordaz ed Echeverria.
Le nuove generazioni devono sapere quello che è stato effettivamente il Sessantotto e conoscere gli avvenimenti e le lotte che lo hanno caratterizzato in tutto il mondo. Bisogna imparare da quella grande esperienza, recuperare la memoria storica, lo spirito e la combattività per non ripetere gli errori e proseguire nella lotta incessante contro il capitalismo e l'imperialismo.
Alla fine degli anni '60 la lotta rivoluzionaria contro il capitalismo e l'imperialismo era in ascesa in tutto il mondo. Sull'onda della Grande rivoluzione culturale proletaria cinese ideata e diretta da Mao per combattere il revisionismo moderno e per difendere e sviluppare il socialismo, le guerre di liberazione nazionale contro gli oppressori imperialisti e i regimi reazionari avanzavano dappertutto nei cinque continenti.
In Messico il Pri aveva instaurato una feroce dittatura militare agli ordini dei boia Gustavo Diaz Ordaz, presidente della Repubblica, e del ministro degli interni Luis Echeverría.
Negli anni immediatamente precedenti le rivolte del Sessantotto i militari avevano risposto con una violenta campagna repressiva all'ondata di agitazioni promosse dai movimenti indipendenti di varie categorie produttive (dagli insegnanti, agli operai elettrici, ai lavoratori delle ferrovie). Erano state varate leggi speciali che negavano il diritto di sciopero, di riunione, di espressione del dissenso. Omicidi, detenzioni arbitrarie, torture e vessazioni di ogni tipo avevano colpito i lavoratori. Molti esponenti sindacali, dirigenti comunisti e centinaia di militanti e oppositori, vennero arrestati e lasciati marcire in carcere per molti anni senza processo.
Nel 1968 anche a Città del Messico, come a Parigi, ad Ankara, Berkeley, Berlino, Belgrado, Roma, Madrid, Praga, Rio de Janeiro, Tokyo e Varsavia, ebbero inizio grandi mobilitazioni studentesche. Le rivendicazioni non erano solo limitate al mondo della scuola ma soprattutto politiche.
Nell'estate del 1968 gli studenti decisero di scendere in piazza al fianco dei lavoratori. I centri propulsori della protesta furono la Unam (Universidad Nacional Autónoma de Mexico) e l'Ipn (Istituto Politecnico Nacional). Le scuole e le facoltà furono occupate per chiedere la liberazione di tutti i prigionieri politici, la fine della repressione e il ritiro delle leggi speciali repressive e liberticide. In 146 giorni di lotta il movimento studentesco seppe esprimere una grande maturità politica e organizzativa sfidando quotidiamente nelle piazze il regime fino a chiedere un confronto pubblico televisivo sulla democratizzazione del sistema politico.
Incalzati dalla montante protesta di massa, Ordaz e Echeverría, sostenuti dall'imperialismo americano e dalla Cia, scatenarono una feroce campagna repressiva contro il movimento per riportare l'ordine prima che nel Paese si accendessero i riflettori di tutto il mondo in occasione delle Olimpiadi che sarebbero iniziate di lì a pochi giorni. E così si ebbero assassinii, infiltrazioni e occupazioni militari delle università.
Alla fine di settembre, a pochi giorni dell'inzio dei giochi olimpici, il Consejo Nacional de Huelga (Cnh), il Consiglio nazionale degli studenti in lotta, indisse una grande manifestazione per il 2 ottobre in Piazza delle Tre Culture, nel quartiere Tlatelolco.
Secondo quanto appurato nel 1993 da un'inchiesta condotta da una commissione indipendente presieduta dallo scrittore Paco Ignacio Taibo II e, secondo quanto risulta dagli archivi della Cia (declassificati nel 1998 e non ancora resi pubblici dall'attuale governo), il massacro era stato previsto e pianificato fin dal 30 settembre.
Il 2 ottobre la Piazza delle Tre Culture si trovava in stato d'assedio, con 8.000 effettivi dell'esercito, della polizia e dei servizi segreti che presidiavano Tlatelolco. Gli agenti in borghese avevano avuto ordine di non portare documenti e di indossare, come segno di riconoscimento, un guanto bianco. Alle 18.10, quando ormai la grandiosa manifestazione volgeva al termine, un bengala rosso e uno verde, in rapida successione, diedero il segnale convenuto per dare inizio alla mattanza.
Seguirono "62 minuti di fuoco nutrito, fino a che i soldati non sopportano più il calore delle armi arroventate...'', secondo la notizia di agenzia trasmessa dal giornalista Leonardo Femat. Si è calcolato che più di 15.000 proiettili furono sparati sulla folla di manifestanti inermi dalle armi automatiche e dai blindati. Molti manifestanti furono uccisi a colpi di baionetta. Alcuni feriti, ricoverati in ospedale, furono prelevati in camera operatoria e fatti sparire. Alcuni testimoni oculari e giornalisti sopravvissuti al massacro parlarono subito di 300, forse 500 morti; il quotidiano inglese "The Guardian'' riferì di 325 morti accertati; un rapporto dell'ambasciata statunitense - pur premettendo significativamente che in Messico non è possibile avere cifre sicure sul numero di vittime - stimò i morti tra i 150 e i 200; nel 1969 i dirigenti del movimento studentesco parlarono di una cifra intorno ai 150 assassinati.
Sicuramente non furono "qualche decina'', come continuano a sostenere i vertici militari ma molti di più.
Come ha scritto Eduardo Galeano, il 2 ottobre 1968 a Tlatelolco "le scarpe lasciavano impronte di sangue sul suolo''.
Fin da subito fu chiaro a tutti chi fossero gli esecutori materiali ed i mandanti politici della mattanza di Tlatelolco. Su ordine del governo, l'esercito era stato mandato a sparare sulla folla e il pretesto per dare inizio alla "guerra sucia'' (la guerra sporca) era stato provocato da agenti del governo infiltrati nel movimento studentesco e mescolati alla folla dei dimostranti proprio con l'obiettivo di decapitare il movimento, arrestare tutti i dirigenti e, al tempo stesso, delegittimarlo agli occhi dell'opinione pubblica facendo ricadere sui manifestanti la responsabilità dei disordini.
In seguito si saprà infatti che gli uomini col guanto bianco erano agenti di un reparto speciale, il "Batallón Olimpia'', alle dirette dipendenze dello stato maggiore del presidente Ordaz e di Echeverría. Anche i rapporti dell'intelligence statunitense, nei giorni immediatamente successivi agli eventi, parlano di uno shock group, un gruppo di fuoco, identificato come "Olympia Brigade'', responsabile di aver dato inizio alla sparatoria nella piazza delle Tre Culture.
Dagli atti della commissione indipendente guidata da Paco Ignacio Taibo II risulta che gli agenti governativi spararono non solo contro i manifestanti ma anche contro i soldati, per provocarne la reazione, e che il "Batallón Olimpia'' non è stato il solo gruppo di fuoco ad agire. I documenti raccolti dalla commissione dimostrano inoltre che: la polizia aveva fatto "sparire'' molti manifestanti; il movimento studentesco era stato pesantemente infiltrato e che alcuni portavoce "radicali'' non erano altro che provocatori governativi; il rinvenimento del presunto arsenale del "Consejo Nacional de Huelga'' (Cnh) era solo una montatura.
Per decenni la versione ufficiale del massacro furono le menzogne, il depistaggio e la reticenza propinati alla stampa internazionale dal governo messicano. Tutte "prove'' puntualmente smentite da centinaia di testimonianze e dai pochi documenti video-fotografici miracolosamente salvati durante gli scontri.
Recentemente alcuni documenti governativi resi pubblici dall'Associated press dimostrano che furono i 360 tiratori scelti appostati sui tetti di piazza delle Tre Culture ad aprire il fuoco e che lo fecero su ordine dell'esecutivo. Negli archivi segreti di Città del Messico ci sarebbero quasi tutti i nomi del gruppo di governo che ordinò la strage. Non si sa se compare anche quello dell'allora presidente Dìaz cui fu assegnato nel 1977 il prestigioso incarico di ambasciatore in Spagna e contro cui, per protesta, lo scrittore Carlos Fuentes, allora ambasciatore del Messico in Francia, si dimise dall'incarico per "non dover condividere la carica con un assassino''.
Certamente c'è quello di Luis Echeverría promosso sul campo presidente della Repubblica nel 1970.
Alcuni tiratori scelti si sarebbero appostati proprio in un appartamento di proprietà di sua cognata. Echeverría, che di fronte al procuratore speciale Ignazio Carrillo Prieto incaricato dalla Corte suprema di indagare sulla strage, negò qualsiasi implicazione nei fatti di quella notte, si rifiuta ora di rispondere alle domande dell'Associated press. Stesso silenzio, stesso rifiuto, è opposto anche da tutti i suoi assistenti di allora.
I documenti, in compenso, parlano chiaro: la verità su quella notte è quella raccontata fin da subito dai manifestanti. Fu un massacro preparato a freddo, ordinato per reprimere l'ondata di contestazioni popolari e studentesche che rischiavano di avere una risonanza mondiale grazie alla stampa internazionale arrivata fin lassù a raccontare le Olimpiadi del '68.
Dunque ci sarebbe già abbastanza per mandare in galera mandanti politici e esecutori materiali di quella efferata strage. Ma nonostante le promesse, Fox che aveva annunciato fra le priorità del suo mandato presidenziale proprio l'opportunità di fare piena luce sulle responsabilità del massacro di Tlatelolco e di due decenni di guerra sporca, in realtà sta facendo di tutto per rallentare le indagini e proteggere i boia di piazza delle Tre Culture.
La declassificazione degli archivi governativi ha interessato principalmente il ministero della difesa (Sedena) ed il Centro di Informazione e Sicurezza Nazionale (Cisen) ma non i segreti custoditi nei sotterranei del ministero degli interni. Il tentativo del "centro sinistra'' di creare una Comisión de la Verdad parlamentare si è infranto contro lo scontato rifiuto del Pri che l'ha spuntata proprio grazie all'appoggio del partito di Fox al governo. La stessa costituzione di una Procura speciale incaricata di investigare su Tlatelolco e i crimini perpetrati per decenni dai militari non è stato un atto spontaneo del governo ma un provvedimento impostogli dalla suprema corte di giustizia e dalle decine di procedimenti giudiziari che negli ultimi anni sono stati intentati da molti sopravvissuti e familiari delle vittime della "guerra sucia''.
Insomma, come ha affermato in una recente intervista a "La Repubblica'' del 2 ottobre Paco Ignacio Taibo II pare proprio che "Il governo di Fox ha accettato un'amnistia implicita sui crimini del Pri. Questo è parte del patto segreto che ha permesso a Fox di arrivare al potere. Un patto segreto con cui si è deciso di perdonare gli assassini e i ladri che hanno governato il Paese per 70 anni''.