Giugno 1953
La rivolta fascista di Berlino
In occasione del 50 anniversario della cosiddetta "rivolta operaia" di Berlino Est del 16, 17 e 18 giugno 1953, sulla stampa e i mass media borghesi si è scatenata una canea reazionaria di anticomunisti, revisionisti e "storici" fascisti come Arrigo Petacco che hanno celebrato e ricostruito l'avvenimento mistificando completamente la verità e riscrivendo a loro uso e consumo la storia di quei giorni.
A costoro si è unita anche la "sinistra" del regime neofascista con alla testa i rinnegati DS, che a distanza di 50 anni ribaltano completamente il loro giudizio su quei fatti, sposano in pieno le odiose teorizzazioni e le falsità storiche della destra borghese e imperialista e non si distinguono in nulla dai fascisti e dai peggiori nemici della classe operaia e del comunismo.
In primo luogo va chiarito che la cosiddetta "prima rivolta operaia e popolare di Berlino Est contro il regime comunista" altro non fu che l'inizio di una lunga serie di criminali provocazioni e tentativi di putsch fascisti orditi e attuati dal governo e dai servizi segreti americani in combutta coi circoli imperialistici e guerrafondai dei Paesi occidentali con alla testa la Germania Ovest del cancelliere clerico fascista Konrad Adenauer contro i Paesi socialisti dell'Europa dell'Est con l'obiettivo di rovesciare il governo della Repubblica popolare tedesca, arrestare la costruzione del socialismo, riportare il Paese nel blocco imperialista e farne una testa di ponte anticomunista per scardinare il campo socialista.
In secondo luogo bisogna considerare il contesto storico in cui avvennero i fatti di Berlino Est del giugno '53, dominato dalla contrapposizione fra imperialismo e socialismo, fra proletariato e borghesia.
Grazie alla spinta propulsiva dell'Unione Sovietica di Stalin e della Cina di Mao, il socialismo era in grande ascesa in tutto il mondo e i Paesi del blocco occidentale imperialista con alla testa gli Stati Uniti erano quotidianamente costretti a ricorrere alla repressione, alla calunnia e alle provocazioni per arginare la forte attrazione esercitata dal socialismo sulle masse operaie e contadine che in tutto il mondo lottavano strenuamente contro lo sfruttamento capitalista e volevano seguire l'esempio dell'Unione Sovietica.
Il "pericolo rosso" rappresentava per le classi dominanti dei Paesi occidentali il nemico principale da battere. La sua avanzata andava fermata a tutti i costi e con ogni mezzo ivi compreso il ricorso alla guerra, alla provocazione, ai colpi di Stato e all'attività eversiva di organizzazioni anticomuniste come Gladio in Italia.
L'occasione propizia per mettere in pratica i loro piani e tentare un primo assalto contro i "nemici bolscevichi" si presenta proprio a Berlino nel giugno del '53. La città, situata nel settore della Repubblica Democratica Tedesca, risultava suddivisa in 4 zone come il resto della Germania: statunitense, inglese e francese, da una parte, e sovietica dall'altra. Il passaggio da una zona all'altra avveniva liberamente, tant'è che moltissimi lavoratori del settore occidentale si recavano ogni mattina a lavorare nelle fabbriche della RDT e migliaia di famiglie facevano la spesa nei negozi di Berlino Ovest.
Poco più di due mesi prima, il 5 marzo 1953, era morto Stalin e a Mosca i dirigenti revisionisti kruscioviani venivano allo scoperto.
Nelle settimane immediatamente precedenti ai fatti di Berlino il segretario del Partito di Unità Socialista, Walter Ulbricht, la direzione della SED e il governo del primo ministro, Otto Grotewhol, invece di edificare il socialismo con la partecipazione e il concorso del proletariato e delle masse popolari, imposero per legge l'intensificazione degli investimenti nell'industria pesante, la riduzione delle quote devolute alla produzione di beni di consumo e l'aumento del 10% dei carichi di lavoro con un decreto governativo datato 28 maggio 1953.
In risposta a questi errori del governo e della direzione revisionista della SED, il 16 giugno si svolse a Berlino una pubblica e pacifica manifestazione degli operai edili che chiedevano una riduzione delle suddette norme di lavoro. Nel corteo di protesta riuscirono però ad infiltrarsi numerosi provocatori venuti dalla Berlino occidentale, al soldo dei servizi segreti americani, con lo scopo di provocare disordini e incitare le masse alla rivolta.
Il giorno successivo si svolsero altre manifestazioni alle quali molti lavoratori si associarono in buona fede, ma capeggiate in realtà dai loro peggiori nemici. Fra i dimostranti infatti si videro addirittura ufficiali americani in divisa impartire ordini ai provocatori fascisti occidentali, mentre un aereo statunitense sorvolava l'area lanciando volantini che chiamavano alla sovversione contro il governo. Gruppi di teppisti saccheggiarono i negozi, incendiarono i chioschi, abbatterono e distrussero cartelli, insegne e bandiere. Gli americani arrivarono perfino a paracadutare i loro provocatori dotati di armi e apparecchi ricetrasmittenti a Berlino Est e alcuni di loro furono infatti catturati e confessarono i loro crimini. Inoltre lungo la linea di demarcazione che divideva il settore occidentale da quello orientale e dove si sono verificati la maggior parte degli incidenti, gli americani avevano piazzato due grandi altoparlanti da cui incitavano la popolazione a insorgere contro il governo. Mentre autocarri militari americani carichi di bottiglie incendiarie percorrevano la linea di confine rifornendo i provocatori fascisti e incitandoli ad appiccare il fuoco agli edifici pubblici.
Insomma una provocazione in grande stile e soprattutto premeditata come testimonia tra l'altro il fatto che fin dal primo mattino del 17 giugno lungo la linea di confine dei settori occidentali erano state piazzate decine di autoambulanze e mezzi dei vigili del fuoco per prestare assistenza ai provocatori fascisti feriti che venivano immediatamente trasportati a Berlino Ovest proprio per impedire che potessero essere riconosciuti. I sedicenti "operai edili insorti contro il comunismo" erano in realtà dei teppisti nazisti ben noti al soldo dei servizi di spionaggio e dei centri di provocazione del cancelliere clerico fascista di Bonn e degli Stati Uniti.
La maggior parte degli operai berlinesi non si rivoltarono contro il governo ma reagirono spontaneamente contro i provocatori. In molte fabbriche i lavoratori organizzarono picchettaggi per difenderle dalle devastazioni; in molte città organizzarono vibrate manifestazioni di protesta e in molti casi riuscirono da soli a spazzare via la teppaglia fascista e far fallire i loro piani ancor prima che il comandante sovietico di Berlino fosse costretto a intervenire e proclamare lo stato di emergenza.
La sovversione fascista fallì miseramente anche perché l'ufficio politico della SED riconobbe, già nella serata del 17 giugno, che era stato un errore emanare quel provvedimento e propose al governo di rivederlo di accordo con i sindacati. Analogamente il consiglio dei ministri decise l'abrogazione del decreto venendo così incontro alle richieste dei lavoratori.
Il fatto che le manifestazioni dei lavoratori dei giorni precedenti non furono né represse né ostacolate in alcun modo dalle autorità della RDT, che al contrario riconobbe immediatamente e pubblicamente i propri errori, confermava l'impegno della RDT a favore della pace, della distensione e della riunificazione della Germania e allo stesso tempo svelava al mondo che nei Paesi socialisti, al contrario di quanto propagandato dagli imperialisti, esiste la più ampia libertà di espressione e la vera democrazia per il proletariato e le masse popolari.
Tutto ciò per i circoli guerrafondai e imperialisti occidentali e in particolare per gli Stati Uniti rappresentava un autentico smacco. Di qui la decisione di intervenire mobilitando tutti i nazisti e tutti gli agenti provocatori al loro servizio con l'ordine di trasformare ogni pacifica manifestazione operaia sindacale in sciopero politico e in insurrezione contro il governo. Durante i disordini del 17 giugno i servizi segreti americani rapirono a Berlino Est il vice presidente del consiglio della RDT Otto Nuschke, trattenuto arbitrariamente a Berlino Ovest per due giorni, interrogato a lungo e poi rilasciato solo in seguito alle sdegnate proteste moltiplicatesi in tutta la Germania.
Le prove che i gravi fatti del 17 e 18 giugno furono opera di questi mercenari fascisti le offre la stessa stampa occidentale dell'epoca. Il periodico britannico News Statesman and Nation (filo americano e anticomunista) titola: "milioni di dollari spesi per provocare i fatti di Berlino".
Il quotidiano tedesco della Germania Ovest il Frankfürter Allgemeine Zeitung (anch'esso anticomunista) scriveva "Il 17 giugno è stata l'opera di molti ingannati i quali avevano ottenuto l'appoggio da Berlino occidentale. In molti luoghi si sentivano provocatori cantare inni nazisti; in altre località si sono sentite gridare parole d'ordine di questo genere `La Germania rinasce; vogliamo Hitler'. Questa - conclude il giornale di Francoforte - è opera di autentici fascisti e non opera di un cosiddetto popolo oppresso alla ricerca della libertà".
In cambio della loro criminale attività i mercenari fascisti furono ricompensati con 50 marchi occidentali a testa, tre mesi di ferie e a chi era senza lavoro era stata promessa un'assunzione nella polizia di Berlino Ovest e un buon salario. Si pensi che ad Halle i fascisti, dopo aver assassinato un membro della polizia popolare, diedero l'assalto al carcere e liberarono i criminali nazisti e la 42enne Erna Dorn, condannata a 15 anni per i crimini compiuti nel campo di concentramento di Ravensbruck dove aveva ricoperto la carica di comandante delle SS.