Le vittime del capitalismo non si devono immolare

Ormai non passa quasi giorno senza che la notizia di uno o più suicidi per cause economiche non vada ad allungare la tragica catena di morti legate alla crisi che devasta il Paese. Si tratta come sempre e il più delle volte di disoccupati, cassintegrati, persone che hanno appena perso il lavoro, soprattutto lavoratori mediamente anziani, ma anche giovani che non riescono a trovare lavoro. Ultimamente questa triste piaga ha cominciato a colpire duramente anche tra i piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti, e perfino tra i manager.
Anche se non manca tra gli addetti alle statistiche chi minimizza o nega addirittura l'aumento dei suicidi e la sua connessione con la crisi economica, sono troppe e troppo evidenti le analogie con l'ondata di suicidi provocata dalla grande depressione degli anni '30 del secolo scorso per liquidare semplicisticamente questo fenomeno come puro caso mediatico, che a sua volta alimenterebbe la catena attraverso un effetto imitativo. Lo ha confermato dolorosamente anche la manifestazione delle vedove e dei parenti degli imprenditori suicidi che si è svolta a Bologna il 4 maggio scorso, e del resto lo conferma anche l'istituto europeo di ricerche economiche e sociali, Eures, in un recente rapporto sui suicidi per motivi economici in Italia, che stima in 362, più di uno al giorno, i suicidi tra i disoccupati nel 2010.
Erano 357 nel 2009 e una media di 270 nel triennio precedente. Dunque il fenomeno era già in aumento, con un +40% tra il 2008 e il 2010, quando la crisi era ancora agli inizi. Un aumento che l'Eures non esita a definire "esponenziale" per gli anni tra il 2006 e il 2010, ed è ipotizzabile che lo sia ancor di più per questi ultimi due anni che la crisi è esplosa in tutta la sua violenza. Ma anche artigiani e commercianti, secondo l'Eures, sono da considerare ormai una categoria ad alto rischio come i disoccupati, tanto che nel 2010 si contano ben 336 suicidi tra queste categorie, di cui 192 tra i lavoratori in proprio e 144 tra gli imprenditori e i liberi professionisti, nel 90% dei casi uomini.
Anche il costante aumento delle procedure fallimentari che va avanti ininterrottamente dall'inizio della crisi nel 2008, soprattutto nell'edilizia e nel terziario, con un +4,2% nei primi tre mesi del 2012 rispetto allo stesso periodo del 2011, corrispondente ad altre 3.000 imprese che hanno chiuso i battenti, testimonia dello stato di estrema sofferenza attraversato da artigiani, commercianti e piccoli imprenditori che spiega a sufficienza l'impennata di suicidi che ultimamente si sta registrando in queste categorie sociali. Dunque, complessivamente, due persone al giorno in Italia si tolgono la vita perché hanno perso il lavoro o in conseguenza di fallimenti e di debiti provocati dalla crisi. Il triste primato va alle regioni del Nord e del Centro, in particolare alla Lombardia, seguita da Veneto ed Emilia-Romagna. Ma è soprattutto il Centro, con in testa il Lazio, a registrare l'aumento più rapido di suicidi per motivi economici.
 
Le responsabilità dei governi borghesi e quelle del capitalismo
Del resto anche i politicanti borghesi sono costretti ad ammettere la gravità del fenomeno, come testimonia lo squallido battibecco a distanza tra il presidente del Consiglio Monti e il suo predecessore Berlusconi, che si sono rinfacciati a vicenda la responsabilità dei suicidi, con un vergognoso scaricabarile troncato subito da una retromarcia del tecnocrate liberista borghese, che ha smentito di volersi riferire ai suicidi e tanto meno al governo Berlusconi, con la sua frase "le conseguenze umane della crisi dovrebbero far riflettere chi ha portato l'economia in questo stato e non chi da quello stato sta cercando di farla uscire", pronunciata a un convegno a Palazzo Chigi sulla crisi economica e la governance europea, alla presenza del commissario europeo Olli Rehn.
Certamente la responsabilità della tragica catena di suicidi è da attribuirsi nell'immediato sia alla politica di "rigore" senza "equità" e nemmeno "crescita", ossia di puro massacro sociale che sta facendo il governo della grande finanza e della Ue Monti, sia al governo del neoduce Berlusconi, che ha precipitato l'Italia sull'orlo del baratro nascondendo per anni la gravità della crisi, salvo poi scaricarla sui lavoratori e le masse popolari con una serie di micidiali stangate antipopolari che hanno ridotto allo stremo il Paese prima ancora che giungesse a completare l'opera Monti. Così come sono da considerarsi responsabili tutti i governi borghesi che li hanno preceduti, e che a detta degli stessi economisti borghesi, hanno accumulato l'enorme debito che strozza il Paese e lasciato andare in rovina l'economia industriale in favore della speculazione finanziaria e della rendita parassitaria.
Ma nel cercare le cause dell'attuale ecatombe di vittime della crisi occorre allargare il quadro all'intero sistema economico e sociale del capitalismo, altrimenti non si capirebbe la ricorsività, almeno a partire dal 1929, delle micidiali crisi economiche e finanziarie che flagellano il mondo capitalistico, con la rovina di intere generazioni di individui delle classi sociali meno abbienti e lo strascico di suicidi che tutto ciò si porta ineluttabilmente dietro. Un fenomeno già ampiamente studiato e spiegato da Marx ed Engels all'epoca del primo grande sviluppo del capitalismo, e poi approfondito e confermato da Lenin, Stalin e Mao nell'epoca dell'imperialismo, alla luce dell'esperienza delle due guerre mondiali, della crisi del 1929 e della costruzione del socialismo in Unione Sovietica e in Cina.
Già Marx aveva chiarito l'inevitabilità delle crisi di sovrapproduzione del capitalismo e i meccanismi economici che ciclicamente le provocano, individuandole principalmente nella contraddizione insanabile tra il carattere sempre più sociale della produzione e il carattere invece privato dell'appropriazione della ricchezza prodotta. Così come avevano spiegato perché lo sviluppo del capitalismo, nella sua incessante corsa verso la massima espansione e il massimo profitto, tende a schiacciare e rovinare sempre più ampi strati della popolazione che stanno tra il proletariato e la borghesia, sospingendo la piccola borghesia verso condizioni sempre più simili a quelle del proletariato.
Analizzando l'imperialismo, fase suprema del capitalismo, Lenin ebbe a denunciare che esso si accompagna alla formazione di un'oligarchia finanziaria che spadroneggia e condiziona l'intera economia: "Da ciò segue, inevitabilmente, l'aumentare della classe o meglio del ceto dei rentiers, cioè di persone che vivono del 'taglio di cedole', non partecipano ad alcuna impresa ed hanno per professione l'ozio. L'esportazione di capitale, uno degli essenziali fondamenti economici dell'imperialismo, intensifica questo completo distacco del ceto dei rentiers dalla produzione e dà un'impronta di parassitismo a tutto il paese". (Lenin, L'imperialismo, fase suprema del capitalismo. Op. complete, vol. 22, pag. 276)
 
Il crollo del mito capitalistico della "crescita illimitata"
L'attuale devastante crisi economica e finanziaria mondiale, che dura ormai da almeno cinque anni e non accenna ancora ad arretrare conferma in pieno le teorie di Marx, e ciò sono costretti a riconoscerlo oggi anche diversi economisti borghesi di fama internazionale. In ogni caso, se fino a ieri il capitalismo poteva nascondere questa realtà dietro il mito dello sviluppo incessante e senza limiti, della sparizione della classe operaia, del progressivo allargamento della cosiddetta "classe media" e della conseguente sparizione dei conflitti sociali, in contrapposizione al socialismo demonizzato e deriso come modello perdente di "socializzazione della miseria", oggi tutto questo è svanito come neve al sole di fronte alla dura realtà di una crisi che mette a nudo tutte le disumane storture intrinseche del capitalismo. Tra cui, prima fra tutte, quella di un aumento smisurato della produttività legato alla "globalizzazione" imperialista che invece di portare maggior benessere alle popolazioni va di pari passo con la loro crescente miseria e disperazione, nonché col depauperamento delle risorse e la distruzione dell'ambiente; mentre la ricchezza, soprattutto quella finanziaria, che è arrivata a rappresentare centinaia di volte quella reale, si concentra sempre più in pochissime rapaci mani.
Invece di immolarsi a questo Moloch insaziabile, perciò, le vittime si devono ribellare all'inumano sistema capitalistico e lottare per distruggerlo e conquistare un nuovo sistema economico e una nuova società non più basati sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e sul profitto. E questa società non può che essere il socialismo, l'unica società in cui l'economia non è governata dalle leggi del mercato e del profitto a beneficio di un pugno di sfruttatori, ma è pianificata per essere al servizio della collettività e nel rispetto delle risorse e dell'ambiente.
Altrimenti esse sarebbero vittime due volte, del capitalismo e di se stesse, togliendosi la vita con le proprie mani dopo che la spietata legge della giungla capitalista gli ha tolto il lavoro, la dignità e la speranza.

16 maggio 2012