2013 - 5 marzo - 1943. 70 Anniversario della ribellione operaia che segnò l'inizio della fine della dittatura mussoliniana
Viva gli scioperi del marzo 1943, atto di nascita della Resistenza in Italia

La mattina di venerdì 5 marzo 1943, contrariamente al solito, allo stabilimento Fiat di Mirafiori la sirena di prova allarme aereo non viene azionata dalla direzione aziendale. La polizia fascista era venuta infatti a sapere di uno sciopero che avrebbe dovuto scoccare quel giorno proprio al segnale della sirena, ma il pur tempestivo provvedimento si rivelerà ingenuo come tentare di tappare con un dito la falla in una diga: alle 10 in punto, anche senza sentire la sirena, come un sol uomo gli operai dell'officina 19 fermano le macchine, organizzano un corteo interno e in men che non si dica trascinano in sciopero l'intero stabilimento. Rivendicano il pagamento per tutti dell'indennità di sfollamento (192 ore di straordinario) e quella per il carovita, ma invocano anche la fine della guerra, gridando in faccia ai sorveglianti e alla milizia fascista che tentano di farli tornare al lavoro con le minacce: "Vogliamo vivere in pace".
Questo episodio è la miccia che darà fuoco alla grande ribellione operaia in tutte le fabbriche del Nord, passato alla storia come gli scioperi del marzo 1943, che segnarono l'inizio della fine per la dittatura fascista di Mussolini e rappresentarono il primo, vero, eroico episodio della gloriosa Resistenza. Poche ore dopo gli operai di Mirafiori incrociano le braccia anche quelli della Rasetti e della Microtecnica, poi nel corso della giornata seguono la Fiat Grandi Motori, la Westinghouse, le Ferriere Piemontesi, la Fiat Lingotto.
Colte di sorpresa, direzioni aziendali e autorità fasciste tentano di reagire con l'abituale tattica del bastone e della carota: fioccano subito i primi arresti, insieme alle promesse padronali di aumenti salariali, ma non riescono ad arginare il divampare dell'incendio. Il lunedì successivo, anziché rientrare, gli scioperi contagiano nuove fabbriche, estendendosi ad Aeronautica, Fiat materiale ferroviario, Fiat ricambi, Fispa, Guinzio e Rossi, Tubi Metallici, Challier. Il martedì entrano in sciopero anche gli operai della Fimet, dell'Ambra, della Ceat, della Michelin, delle Concerie Fiorio, della Fast di Rivoli; e nel corso della settimana seguono via via Capiamianto, Frigt, Concerie Riunite, Fatis di Collegno, Lancia, Savigliano, Riv e altre.
Sono circa 100 mila gli operai torinesi scesi in lotta sfidando la repressione poliziesca fascista, i tribunali militari e i tribunali speciali fascisti. Per le leggi di guerra scioperare equivaleva infatti a tradimento. Nella sola prima settimana di sciopero sono ben 164 gli operai arrestati e processati, di cui tre fucilati subito dopo la sentenza.

Scioperi anche e soprattutto politici
Nonostante ciò gli scioperi non si placano, e acquistano anzi un carattere politico sempre più marcato: alla protesta contro i razionamenti e il carovita e per l'aumento dei salari, si unisce sempre più forte quella contro la guerra e contro il regime mussoliniano. Ancora una volta, come in precedenza nel 1919-20 con l'occupazione delle fabbriche, e successivamente con la Resistenza, i moti del luglio '60, l'"autunno caldo" del '69, la lotta degli 80 giorni alla Fiat, le grandi lotte in difesa della scala mobile, contro il patto sociale, contro la controriforma pensionistica ecc, fino alle attuali grandi mobilitazioni di piazza in difesa dell'art. 18, contro i licenziamenti alla Fiat e contro la guerra imperialista all'Iraq, è la classe operaia la prima a scendere in campo quando il nostro Paese attraversa dei passaggi politici e storici importanti e significativi.
Ecco il clima che si respira in questi giorni di lotta, come emerge da un rapporto dei carabinieri sullo sciopero alla Riv di Villar Perosa: "Alle ore 10 le maestranze incrociano le braccia. Alcuni operai sono uditi reclamare la pace separata e la fine della guerra. Altri, come già avevano fatto nella notte, cantano Bandiera Rossa, mentre c'è chi si incarica di usare violenza ai colleghi che vogliono persuadere alla ripresa del lavoro. Energica l'azione delle donne, che dopo aver incitato i compagni alla sospensione del lavoro, passano furiosamente a vie di fatto contro i pochi elementi contrari che tentano di far fallire lo sciopero (...) Un altro operaio, Secondo Annibale, arringa le maestranze e scagliando invettive contro il regime e il suo duce spiega come lo sciopero 'comprometta e abbrevi la guerra determinando la rottura con la Germania"'.
Verso la fine di marzo da Torino e dal Piemonte gli scioperi si estendono anche alla cintura industriale di Milano: il 23 scendono in sciopero gli operai della Falck. Una squadraccia fascista tenta di penetrare nella fabbrica ma viene respinta da un fitto lancio di bulloni e materiale vario. Il 24 sciopera la Pirelli. Il 25 incrociano le braccia gli operai della Ercole Marelli e le operaie della Borletti, che con una grande manifestazione sfidano la polizia guidata dal gerarca fascista Malusardi. Gli scioperi si estendono poi a Face Bovisa, dove le operaie malmenano un milite fascista che aveva ferito una loro compagna e inneggiano alla libertà cantando Bandiera Rossa, alla Caproni, Bianchi, Cinemeccanica, Metameccanica, Breda, Brown Boveri, Alfa Romeo, Innocenti e altre.
Da Torino e Milano la protesta si estende ancora, in altre zone del Nord e del Centro, come a Porto Marghera, come in Emilia (Ducati di Bologna) e in Toscana (Galileo e Nuovo Pignone di Firenze). Si calcola che negli scioperi di marzo siano scesi in lotta circa 200 mila lavoratori, la più grande lotta di massa a livello europeo in tutta la seconda guerra mondiale. Un fiume in piena che il regime non riesce ad arginare, come emerge anche dalla lettera sconsolata che il gerarca Farinacci invia al duce in data 1 aprile, dalla quale traspare il sinistro presagio del crollo del fascismo che avverrà solo quattro mesi più tardi: "Il partito è assente e impotente...Ora avviene l'inverosimile. Dovunque nei tram, nei caffè, nei teatri, nei cinematografi, nei rifugi, nei treni, si critica, si inveisce contro il regime e si denigra non più questo o quel gerarca, ma addirittura il Duce. E la cosa gravissima è che nessuno insorge. Anche le Questure rimangono assenti, come se l'opera loro fosse ormai inutile. Andiamo incontro a giorni che gli avvenimenti militari potrebbero far diventare più angosciosi. Difendiamo la nostra rivoluzione con tutte le nostre forze...".
Di fronte alla determinazione delle operaie e degli operai, all'impotenza dell'apparato repressivo, al disfacimento dei sindacati fascisti, Mussolini, schiumante di rabbia per non aver potuto emulare il suo alleato Hitler, che aveva soffocato nel sangue i primi accenni di protesta nelle fabbriche tedesche, dovrà cedere almeno alle richieste economiche, per non dover fare i conti anche con quelle politiche. Ma lo scossone ricevuto dal suo odiato regime è stato forte e irreversibile, e il crollo è solo rimandato al 25 luglio di quello stesso anno.

Le cause della ribellione
Quali furono le cause degli scioperi del marzo 1943? Certamente la fame, i razionamenti, i salari decurtati, l'insopportabile militarizzazione del lavoro, con il supersfruttamento e la repressione delle minime ribellioni, ebbero la loro parte importante. Ma le cause principali furono politiche: in primo luogo l'insofferenza per l'opprimente regime fascista mussoliniano in vigore ormai da vent'anni, e l'ormai insopprimibile aspirazione della classe operaia a farla finita con la guerra e a ottenere la pace.
Un impulso potente in questa direzione fu esercitato sul gruppo di operai comunisti che li organizzarono e sull'intero proletariato dalla vittoria della battaglia di Stalingrado e dalla grande controffensiva sovietica che proprio tra la fine del '42 e l'inizio del '43 capovolse le sorti del conflitto mondiale, infliggendo una dura e irreversibile sconfitta alle armate hitleriane (e anche italiane), che fino ad allora sembravano invincibili su tutti i fronti.
Appena un mese prima dell'inizio degli scioperi alla Fiat, il 2 febbraio 1943, la gloriosa Armata Rossa di Stalin, dopo aver circondato e catturato l'intera sesta armata diretta dal maresciallo Von Paulus che si arrese ai sovietici, aveva riconquistato Stalingrado, la cui resistenza alla ferocissima offensiva delle preponderanti truppe dell'Asse era già diventata leggendaria e ispirava i nascenti movimenti di resistenza partigiana in tutta Europa, Italia compresa, dove le forze antifasciste cominciavano a riorganizzarsi, a partire dalle fabbriche del Nord, in alcune delle quali le prime fermate del lavoro erano cominciate già in gennaio. Sicché si può ben dire che gli scioperi del marzo 1943 si inscrivono a pieno titolo nella più ampia epopea della Resistenza, e gli operai incarcerati e caduti nel corso di questa lotta sono da considerare a buon diritto i primi martiri della Resistenza stessa.
Come la vittoria sovietica di Stalingrado rappresentò la svolta della 2 guerra mondiale, così gli scioperi operai del marzo 1943 costituirono l'atto di nascita della Resistenza in Italia.
Il che confuta appieno la bugiarda tesi dell'allora presidente della Repubblica Ciampi secondo cui fu il massacro dei soldati italiani a Cefalonia da parte dei nazisti (ben sei mesi dopo!) il primo episodio storico della Resistenza. E confuta anche il ritornello storicamente falso e politicamente strumentale, secondo cui l'Italia fu "liberata" dagli alleati, mentre la Resistenza avrebbe avuto un peso marginale e accessorio. Peccato per loro che i fatti storici, che non si possono cancellare, dimostrino che il primo sbarco alleato in Sicilia avvenne nel luglio '43, quattro mesi dopo gli scioperi di marzo per il pane, ma anche per la libertà dal fascismo e per la pace!

27 marzo 2013