Come Mussolini
La ducessa Meloni snobba il parlamento
Schlein, Conte e Fratoianni abbaiano e non mordono.
Non affrontano la questione politica centrale
Questo governo neofascista va abbattuto dalla piazza per impedirgli di completare il regime capitalista neofascista
Il 5 febbraio si è svolto, prima alla Camera e poi al Senato, il dibattito parlamentare sulle comunicazioni del governo sul caso Almasri. Ma Giorgia Meloni, cioè proprio colei che ha preso la vergognosa decisione politica di liberare il criminale assassino, torturatore e stupratore libico e riaccompagnarlo in patria con un volo di Stato, disattendendo un ordine di arresto della Corte penale internazionale, si è rifiutata di assumersi le sue responsabilità andando di persona a chiarire la sporca vicenda, mandando invece al suo posto i ministri Nordio e Piantedosi. Senza neanche degnarsi di dare spiegazioni all'opposizione parlamentare che ne reclamava la presenza, la ducessa ha dimostrato ancora una volta verso il parlamento gli stessi disprezzo e arroganza fascista del suo maestro Mussolini, quando minacciava di chiudere quell'“aula sorda e grigia” e trasformarla in un bivacco per i suoi manipoli di camicie nere.
La stessa arroganza fascista ha segnato del resto anche gli interventi dei suoi due ministri, non solo nel ribadire le menzogne già dette e aggiungerne altre, difendendo a spada tratta il loro operato e quello di Palazzo Chigi, ma per sfidare e minacciare l'opposizione parlamentare, i magistrati e la stessa Cpi, sostenuti da un becero tifo da stadio dei banchi della maggioranza.
Nordio avvocato difensore di Almasri
Particolarmente grottesco è stato l'intervento di Nordio, che non potendo più accampare la tesi ridicola (sostenuta invece fin dall'inizio dalla premier e dai suoi accoliti) di non essere stato informato in tempo dalla Cpi, ciò che avrebbe provocato il suo mancato intervento e la scarcerazione di Almasri da parte della Corte d'appello di Roma per un vizio di forma, ha cambiato tattica lanciandosi in un'assurda e cavillosa critica da azzeccagarbugli all'ordinanza della Cpi, nel tentativo di dimostrare che era tutta sbagliata, anzi “radicalmente nulla”, assolvendo così il governo da ogni responsabilità e annunciando anzi che avrebbe chiesto conto ai giudici dell'Aia delle loro “incongruenze”.
Dopo aver ammesso infatti di essere stato informato dell'arresto di Almasri già nella stessa giornata del 19 gennaio, da una mail “informale” di un funzionario dell'Interpol, e il giorno dopo sia dal procuratore Amato, che gli trasmetteva “il complesso carteggio”, nonché dalla stessa Cpi tramite l'ambasciata italiana dell'Aia, il ministro della Giustizia, neanche fosse l'avvocato difensore del criminale libico, si è messo a fare le pulci all'ordine di arresto rilevando degli errori formali nelle date citate nell'atto per poterne sostenere l'illegittimità, e quindi giustificare la sua mancata trasmissione al procuratore che gli sollecitava una risposta, pena la scarcerazione dell'arrestato. Cosa che infatti è avvenuta la sera del 21, perché invece di rispondere e trasmettere gli atti al procuratore, Nordio faceva sapere che li stava ancora “valutando”, mentre già dalla mattina l'aereo di Stato era volato da Ciampino a Torino per prelevare il generale libico non appena fosse stato scarcerato.
“Il ministro della Giustizia non è un passacarte, è un organo politico che deve meditare il contenuto di queste richieste in funzione di un eventuale contatto con gli altri Ministeri, con le altre istituzioni e con gli altri organi dello Stato e vi lascio immaginare quali possano essere questi altri organi dello Stato”, ha detto stizzito, ammettendo però con questo che la sua mancata risposta alla procura è stata una decisione politica presa in stretta consultazione con la stessa premier.
Minacce a magistrati e Corte dell'Aia
Con tutto ciò egli pretendeva di giustificare la sua non ottemperanza all'articolo 4 della legge italiana 237 del 2012 sulla collaborazione con la Cpi, che recita: “ll ministro della Giustizia dà corso alle richieste formulate dalla Corte penale internazionale, trasmettendole al procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma perché vi dia esecuzione”. “Dare corso” e “trasmettere” gli atti è ben diverso da valutarli, coinvolgendo altri ministri e istituzioni, e finanche bocciarli dopo aver scovato qualche cavillo formale adatto alla bisogna. Un compito che non gli spettava affatto, e che si è attribuito a posteriori per giustificare la sua volontaria inerzia e relativa scarcerazione del criminale. Non a caso il ministro, come ha rivelato stizzito in aula, è stato iscritto dal procuratore di Roma Lo Voi nel registro degli indagati (insieme a Piantedosi, Mantovano e la stessa premier Meloni) per favoreggiamento (di Almasri), ma anche per omissione di atti d'ufficio, cioè per non aver risposto alle sollecitazioni della Corte d'appello e averne determinato così la scarcerazione.
Da qui la sua promessa di vendetta per “una certa parte della magistratura che si è permessa di sindacare l'operato del ministro senza leggere le carte”, e con la quale perciò “il dialogo diventa molto, molto, molto, molto più difficile”. A questi magistrati, che con le loro proteste contro la legge sulla separazione delle carriere, come quelle durante le inaugurazioni dell'anno giudiziario, vogliono “farci credere che le nostre riforme debbano essere rallentate”, Nordio manda anzi a dire in tono di sfida che ciò “ha compattato la nostra maggioranza come mai si era visto: se agli inizi vi erano delle esitazioni, oggi non vi sono più. Andremo avanti, andremo avanti fino in fondo, senza esitazione e fino alla riforma finale”.
Piantedosi in contraddizione con Nordio
Da parte sua Piantedosi ha ripetuto la solfa che aveva già ammannito nel precedente Question time
al Senato, e cioè che l'espulsione immediata di Almasri non appena scarcerato la sera del 21 (in realtà decisa ben prima, come risulta dalla cronologia dei fatti), “è da inquadrare per il profilo di pericolosità che presentava il soggetto in questione nelle esigenze di salvaguardia della sicurezza dello Stato e della tutela dell'ordine pubblico, che il Governo pone sempre al centro della sua azione, unitamente alla difesa dell'interesse nazionale”.
Solo che ora questa tesi è in contraddizione con la nuova autodifesa di Nordio, perché questi l'aveva basata tutta sulla “radicale nullità” del castello di accuse della Cpi, con l'implicita pretesa di rendere innocente fino a prova contraria il criminale libico, mentre il ministro dell'Interno continua a sostenere di averlo immediatamente allontanato dall'Italia per la sua eccezionale pericolosità. Avvalorando cioè le accuse della Corte stessa.
Questo anche perché Piantedosi, per ribattere alle accuse al governo di aver liberato Almasri cedendo ad un ricatto e per coprire gli accordi inconfessabili antimigranti stretti con i capi delle milizie libiche, ha smentito “nella maniera più categorica” che tale pericolosità derivasse da possibili minacce di ritorsione da parte libica sui nostri connazionali sul posto e di aumento degli sbarchi, e che il torturatore liberato “non è mai stato un interlocutore del Governo” nella gestione del contrasto ai flussi migratori da quel Paese. E alla fine, come Nordio, ha voluto chiudere con una sfida e una minaccia a chiunque cerchi di mettere sotto accusa il governo, ribadendo che “su questa linea, è bene saperlo, il Governo è fermo e continuerà ad agire, all'occorrenza, allo stesso modo: con determinazione, responsabilità e orgoglio, sempre e solo nell'interesse dell'Italia e dei suoi cittadini”.
Gli interventi di Schlein, Conte e Fratoianni
Nei loro interventi alla Camera, i leader dei partiti di opposizione parlamentare, Schlein per il PD, Conte per il M5S e Fratoianni per AV, hanno tutti attaccato la premier neofascista per non essere venuta di persona in aula, accusandola però di “vigliaccheria” piuttosto che di arroganza mussoliniana, che pure traspare chiaramente dal suo disprezzo per il confronto parlamentare e dalla sua predilezione per i comizi senza contradditorio diffusi in video sui social e sui media compiacenti, da lei usati per parlare direttamente “al popolo” così come il duce usava il balcone di Palazzo Venezia.
La segretaria del PD l'ha definita infatti “presidente del coniglio”, mentre Conte l'ha accusata di “un atto di grave viltà istituzionale”, perché “scappa dal parlamento e scappa dagli italiani”. Fratoianni ha ironizzato a sua volta sulla difficoltà per lei, che si definisce “donna, madre e cristiana”, di “ venire qui a schiena dritta, con la testa che guarda i colleghi e le colleghe e non nascosta nel cappotto, come ha avuto modo di fare altre volte, a giustificare la scelta del suo Governo di liberare un torturatore, uno stupratore di bambini, e di bambine”.
Schlein e Conte hanno anche attaccato Nordio per il suo sfacciato tentativo di scaricare la colpa della liberazione del criminale sulla Cpi e sui magistrati italiani, accusandolo, la prima, di aver parlato “da avvocato difensore di un torturatore”, e il secondo di essere stato, con la sua difesa scandalosa di Almasri, il suo “giudice assolutore”. Fratoianni si è concentrato su Piantedosi, attaccando la sua tesi della pericolosità del generale libico sul suolo italiano al punto da richiedere il suo immediato allontanamento: “Non è questo il caso di Almasri – ha ribattuto il leader di AV - i suoi crimini terribili li ha fatti tutti in Libia e continuerà, grazie a voi , a farli in Libia, perché l'avete riportato lì per garantire a lui che potesse continuare a perpetrare quei crimini orribili che voi stessi avete riconosciuto”.
Ma alla fin fine, tutti e tre gli interventi si sono ridotti più a invettive che a vere dichiarazioni politiche di guerra al governo, non andando al di là di promesse di “tormentare democraticamente” il governo “finché non risponderete” (Schlein), o di “contrastarlo in ogni modo”, come ha detto Conte, che successivamente ha anche ventilato il ricorso all'ostruzionismo dei lavori parlamentari, non seguito però dal PD su questo piano. Per cui si può ben dire che i tre leader hanno abbaiato senza mordere.
Meloni tira dritto e alza la posta politica
Anche perché, con questo passaggio in parlamento, la ducessa Meloni e il suo governo neofascista considerano chiusa la faccenda, e anzi sono già passati alla controffensiva: intanto mettendo nel mirino Lo Voi, facendolo denunciare dai servizi segreti con un esposto del Dis per rivelazione di segreto ai loro danni in una vicenda giudiziaria che riguarda dei giornalisti del “Domani”; nonché con l'apertura di una pratica a suo carico da parte dei consiglieri laici di destra del Csm, in quanto nell'iscrivere Meloni, Mantovano, Nordio e Piantedosi nel registro degli indagati non avrebbe adempiuto ad un atto dovuto ma agito “per fini personali”.
E soprattutto, mentre Nordio si prepara ad inviare l'annunciata richiesta di “chiarimenti” alla Corte dell'Aia, nonostante che quest'ultima abbia aperto un fascicolo a carico dell'Italia per non aver ottemperato allo Statuto di Roma, la premier neofascista ha già dato corso alla sua vendetta rifiutandosi di firmare il documento in difesa della Corte stessa sottoscritto da 79 Paesi, tra cui quasi tutti quelli Ue, salvo l'Ungheria di Orban e pochi altri, in risposta alle sanzioni imposte da Trump alla Cpi per aver osato chiedere l'arresto del suo più stretto alleato, Netanyahu. In questo modo la ducessa non si vergogna di fare asse col fascioimperialista statunitense e il boia nazisionista nella loro strategia di cancellare anche quel poco che resta degli strumenti e delle regole del diritto internazionale.
A tutto ciò si aggiunga lo scandalo appena emerso - del quale, contro ogni evidenza, il governo nega ogni responsabilità - delle intercettazioni dei messaggi Whatsapp per mezzo di uno spyware inoculato nei telefoni cellulari prodotto dalla israelo-americana Paragon e in dotazione in Italia solo alla polizia e ai servizi segreti. Gli spiati sono risultati per ora 90 in 14 paesi, e in Italia sono il giornalista di Fanpage,
Francesco Cancellato, (autore guarda caso dell'inchiesta sui rampolli meloniani neofascisti di Gioventù nazionale), e altri 6 soggetti, di cui 3 noti e tutti attivisti (riguarda caso) di ong in difesa dei migranti: Luca Casarini, Beppe Caccia e un rifugiato sudanese. Mentre, nel contempo, il governo neofascista va avanti come un treno in parlamento sul ddl Sicurezza da Stato di polizia e la controriforma piduista della giustizia.
È chiaro che l'opposizione parlamentare di tipo aventiniano che stanno dimostrando Schlein, Conte e Fratoianni non è assolutamente in grado di rappresentare una valida linea di difesa all'accelerazione della fascistizzazione del Paese impressa da questo governo neofascista. Costoro non hanno capito la questione politica centrale all'ordine del giorno, che è il suo abbattimento da parte delle masse lavoratrici e popolari. E che la via per farlo può essere solo quella di costruire urgentemente un grande fronte unito di tutte le forze anticapitaliste, antifasciste e democratiche per buttare giù con la lotta di piazza il governo della ducessa Meloni, prima che riesca a completare del tutto il regime capitalista neofascista.
12 febbraio 2025