Storia dello Stato palestinese
La Palestina nell'antichità
L'attuale territorio che comprende la Cisgiordania, Gaza e la regione occupata dall'entità sionista israeliana è un luogo di antichissima civilizzazione, tanto che si sono rinvenuti in quei luoghi siti preistorici abitati sia dall'homo sapiens sapiens sia dall'homo sapiens neanderthalensis
alcune decine di migliaia di anni fa, e la città di Gerico in Cisgiordania, solo per fare l'esempio di maggiore rilevanza, è abitata in modo continuativo da circa 11.000 anni, ma già era luogo di insediamento in epoca precedente.
Poco si sa della storia più antica di quella regione, ma il fatto che la barca cerimoniale del faraone egiziano della IV dinastia Cheope, tuttora conservata, sia fatta di cedro del Libano dimostra che già nel XXVI secolo a.C. mercanti egiziani attraversassero regolarmente il territorio della Palestina per acquistare il pregiato legno più a nord, probabilmente nell'antichissima città di Biblo che, abitata ininterrottamente da oltre 9.000 anni, si trova a nord di Beirut, in Libano, in linea d'aria ad appena 130 chilometri dal confine settentrionale israeliano. Che il territorio palestinese fosse ampiamente percorso dalle rotte commerciali sin dalla più remota antichità lo testimonia anche una lampada in diorite trovata dagli archeologi nell'antica città di Ebla, nell'attuale Siria, che porta inciso lo stemma del faraone Chefren, successore di Cheope, vissuto anche egli nel XXVI secolo a.C. In seguito i faraoni della XVIII, XIX e XX dinastia imposero sulla regione costiera e sull'immediato entroterra che va dall'attuale Striscia di Gaza fino all'attuale costa siriana, chiamata allora Canaan, il loro stabile dominio dalla seconda metà del XVI secolo a.C. fino alla metà del XII, quando dovettero ritirarsi a causa dell'indebolimento interno del potere in Egitto, e ci fu l'invasione della regione da parte del popolo dei Filistei, provenienti dal mare. Il nome di 'Palestina' (in greco antico Παλαιστίνη ovvero Palaistínē
come scritto per la prima volta dallo storico greco Erodoto nel V secolo a.C., poi in latino Palaestina
) deriva inequivocabilmente dal popolo dei Filistei, che in breve tempo fecero fiorire le città di Gaza, Ascalona, Git, Tel Miqne e Isdud. Alcuni decenni più tardi entrarono in quel territorio dal fiume Giordano gli Ebrei provenienti dall'Egitto, e la fonte fondamentale per seguire tale graduale insediamento è la Bibbia, in modo particolare alcuni dei suoi Libri (Numeri, Giosuè, Giudici, Rut, scritti comunque alcuni secoli più tardi rispetto agli avvenimenti narrati). Gli Ebrei si contraddistinguevano per il monoteismo derivato certamente dal culto introdotto dal faraone egiziano Akhenaton nel XIV secolo a.C., il vero creatore della concezione religiosa monoteista. Gli Ebrei si confrontarono con i Filistei e con le altre popolazioni della terra di Canaan e si stanziarono in modo relativamente pacifico, come dimostrano le evidenze archeologiche, convivendo con i popoli che abitavano quei territori e diffondendo la fede monoteista presso altre popolazioni (come espressamente affermato nel libro biblico di Giona) e costituendo dapprima un regno unitario ebraico tra l'XI e il X secolo a.C. con i quattro re Saul, Isbaal, Davide e Salomone scissosi poi in due regni: nel nord del territorio palestinese il Regno di Israele che fu abbattuto dal re assiro Salmanassar V agli inizi dell'VIII secolo a.C. e a sud quello di Giuda che fu abbattuto agli inizi del VI secolo a.C. dal re babilonese Nabucodonosor (queste vicende sono narrate soprattutto nei libri biblici di Samuele, dei Re e delle Cronache).
Nonostante le sconfitte militari che portarono alla scomparsa dei due regni, la popolazione ebraica restò su quei territori, nel frattempo conquistati dai Persiani di Ciro il Grande nella seconda metà del VI secolo a.C. e successivamente dai Greci di Alessandro Magno nella seconda metà del IV secolo a.C., i quali diffusero in tutto il Medio Oriente – Palestina compresa - la loro lingua che così si aggiunse all'aramaico, correntemente già parlato da secoli. Il territorio palestinese avrebbe poi avuto tra il II e il I secolo a.C. un ultimo, effimero, regno ebraico governato dai Maccabei.
La Palestina romana
Poi arrivò la dominazione dell'Impero Romano che governò il territorio in un primo periodo lasciandolo in parte sotto il dominio di potentati locali e lo inquadrò dapprima (dal 6 d.C. Al 135) nella prefettura della Iudea, poi fino al 395 nella provincia della Syria Palaestina
e infine, con la divisione dell'Impero Romano in due parti occidentale e orientale (il territorio palestinese rientrava nell'Impero Romano d'Oriente) nelle due province della Palaestina Prima
e della Palaestina Secunda
che vennero conquistate definitivamente dagli Arabi nel 640, anno nel quale si arrese alle truppe del califfo Omar ibn al-Khattab, dopo un breve assedio, la guarnigione dell'Impero Romano d'Oriente di Cesarea, capoluogo della provincia della Palaestina Prima.
I secoli di dominazione romana – lo attestano gli storici latini e greci - videro una serie di rivolte della popolazione ebraica stanziate nel territorio palestinese contro il dominio romano (tra il 66 e il 70, tra il 132 e il 135, tra il 351 e il 352 e infine tra il 613 e il 617) e anche contro gli aderenti al cristianesimo, la nuova religione nata nella prima metà del I secolo che aveva fatto proseliti anche tra gli Ebrei, come attesta il Nuovo Testamento. L'ultima rivolta ebraica contro il dominio romano, quella scoppiata tra il 613 e il 617 con l'appoggio dei Persiani contro l'imperatore Flavio Eraclio, dimostra che 23 anni prima della conquista araba dell'intera Palestina gli Ebrei vivevano in massa in quel territorio, ed è quindi falsa la tesi sionista secondo la quale le rivolte ebraiche avrebbero provocato la totale espulsione degli Ebrei dal loro territorio e la loro dispersione in giro per il mondo.
La Palestina araba
Gli Arabi imposero sulla Palestina il loro dominio e la loro lingua, dando piena libertà di culto a ebrei e cristiani e proteggendo i loro luoghi di culto – come sancito espressamente dal Corano - limitandosi al prelievo di tributi.
Al dominio degli Arabi si sostituì durante l'XI secolo su quel territorio quello dei Turchi Selgiuchidi contro i quali furono dirette dalla fine dell'XI alla seconda metà del XIII secolo le spedizioni dei crociati cristiani europei per la conquista di Gerusalemme e degli altri luoghi santi: tali spedizioni, dopo un successo iniziale, videro la riconquista da parte dei Selgiuchidi degli effimeri regni cristiani, ma furono storicamente importanti in quanto scrittori europei giunti al seguito delle spedizioni documentarono la presenza, nella Palestina dell'epoca, di una netta maggioranza di musulmani con minoranze di cristiani e di ebrei, tutti di lingua araba, circostanza che dimostra in modo inequivocabile che i discendenti degli antichi Ebrei che abitavano quel territorio altri non erano che quei musulmani, quei cristiani e quegli ebrei di lingua araba incontrati dai crociati.
Ai Selgiuchidi succedette in quel territorio il potere della casta militare dei mamelucchi che lo governò dal XIII secolo fino al 1517, quando gli Ottomani conquistarono Gerusalemme.
Nel 1799 l'esercito francese comandato da Bonaparte sconfinò per pochi mesi dall'Egitto fino alla città ottomana di Acri in territorio palestinese, ma dovette ritirarsi in territorio egiziano, e la guerra interessò nuovamente quel territorio oltre un secolo più tardi, tra il 1917 e il 1918, quando la Palestina durante la prima guerra imperialista mondiale fu teatro dello scontro tra l'Impero Ottomano e le tribù arabe supportate dagli Inglesi: alla fine della guerra che vide la sconfitta della Turchia ottomana la Palestina - nei confini coincidenti con quelli attuali di Striscia di Gaza, Cisgiordania e Israele – divenne per volontà della Società delle Nazioni un mandato britannico e fu posta sotto l'amministrazione del Regno Unito.
La nascita della coscienza nazionale nella Palestina mandataria
A quell'epoca in quel territorio viveva una popolazione che parlava nella quasi totalità l'arabo con piccole minoranze che parlavano l'aramaico e, da un punto di vista religioso, la fede maggioritaria era di gran lunga quella musulmana con minoranze cristiane ed ebraiche. In quel territorio, sin dalla più remota antichità, non ci fu alcuna sostituzione etnica da parte dei dominatori che nei millenni lo ressero, limitandosi questi popoli a governare quel territorio con invio di limitato personale civile e militare. Prima i greci e poi gli arabi portarono la lingua e la cultura, gli ottomani l'amministrazione, ma si può concludere che gli attuali Palestinesi altro non sono che i discendenti degli antichi Cananei, Ebrei e Filistei che hanno cambiato lingua e religione esattamente come gli attuali italiani discendono da Etruschi, Latini, Galli, Piceni, Sanniti e da tutti i popoli che componevano l'Italia prima della conquista romana, con limitatissimi apporti longobardi e arabi in alcune zone della penisola. Comunque già era iniziata alla fine del XIX secolo in Palestina, su impulso dell'ideologia sionista, l'invasione di ebrei europei che storicamente non avevano mai avuto alcun rapporto di tipo etnico con il territorio palestinese, trattandosi di discendenti di antiche popolazioni europee convertitesi alla religione ebraica e non di discendenti di popolazioni disperse dalla Palestina da una ipotetica, quanto storicamente indimostrata, diaspora.
Era nata comunque una coscienza nazionale palestinese perché nel 1911, quando ancora la Palestina faceva parte dell'Impero Ottomano, nella città di Giaffa fu fondato un giornale bisettimanale in lingua araba che si chiamava Filastin
(che in arabo significa 'Palestina') le cui pubblicazioni durarono alcuni anni e al quale collaborarono musulmani, cristiani ed ebrei che vivevano in quel territorio. In alcuni dei suoi articoli si parlava dei palestinesi come di una componente specifica del popolo arabo, pur senza separarsi nettamente dalla più generale appartenenza araba: in quel momento, si può tranquillamente affermare, quel popolo palestinese che viveva lì da millenni e che discendeva da Cananei, Filistei, antichi Ebrei e altre popolazioni che avevano abitato quel territorio aveva anche acquisito una sua coscienza nazionale.
Nel 1919 si svolgeva a Gerusalemme il primo Congresso nazionale palestinese il quale adottava due documenti che appoggiavano le tesi del presidente statunitense Wilson sull'autodeterminazione dei popoli e che affermavano con forza i diritti storici e politici palestinesi contro le arbitrarie rivendicazioni degli ebrei sionisti: il Congresso, inoltre, inviava una delegazione di tre membri alla Conferenza di pace di Parigi, che si era da poco aperta per prendere le necessarie decisioni del dopoguerra.
Al primo Congresso seguirono quelli di Haifa nel 1920 e di Gerusalemme nel 1921: quest'ultimo deliberò di inviare una delegazione palestinese a Londra per spiegare la posizione palestinese espressa dallo stesso Congresso nei confronti della dominazione britannica, ossia che “il popolo palestinese non ammetterà mai il diritto di alcuna organizzazione esterna di spodestarlo del proprio paese"
. La delegazione palestinese giunse a Londra il 31 luglio e vi rimase fino al 2 agosto.
Un ulteriore congresso svoltosi a Nablus nel 1922, adottò la bandiera nazionale palestinese, la stessa che sventola oggi nelle strade di tutto il mondo, e altri congressi si tennero nel 1923 a Giaffa e nel 1928 a Gerusalemme: quest'ultimo rivendicava il diritto, per la Palestina, di ottenere la formazione di un'assemblea rappresentativa per adottare una costituzione palestinese che garantisse l'istituzione di un governo parlamentare.
Nel 1929 si teneva a Gerusalemme il primo Congresso delle donne arabe palestinesi e nel 1930 si svolgeva ad Haifa la Conferenza generale dei lavoratori arabi palestinesi per rivendicare dalle autorità britanniche mandatarie migliori condizioni di lavoro.
Gli inglesi, tuttavia, in pieno accordo con il governo di Londra e le organizzazioni sioniste che continuavano a favorire l'immigrazione sempre più massiccia di ebrei europei, rispondevano alle istanze palestinesi con una durissima repressione: il 17 giugno 1930 tre dimostranti palestinesi furono impiccati in quanto coinvolti negli scontri e nelle proteste dell'anno precedente in risposta alle provocazioni sioniste.
Nel frattempo i sionisti venuti dall'Europa, con la complicità britannica, avevano iniziato a costituire bande armate che usavano la violenza contro la popolazione palestinese, e per questo motivo si riunì a Nablus il 1° agosto 1931 una conferenza palestinese nella quale si condannò l'armamento degli ebrei in Palestina e si contestò il ruolo britannico nel loro addestramento. I delegati, che provenivano da Gerusalemme, Jenin, Tulkarem, Haifa, Hebron e Nablus, discussero della necessità, per i palestinesi, di addestrarsi e armarsi ed esortarono pubblicamente le autorità britanniche a consentire l'autodifesa degli arabi. Fu deliberato che in ogni città in Palestina si tenesse, il successivo 15 agosto, una manifestazione per protestare contro l'armamento dei sionisti, fu deciso l'invio di comunicati al mondo islamico, alla Società delle Nazioni e al governatore britannico, a quest'ultimo affinché consentisse la distribuzione di armi di autodifesa ai villaggi palestinesi remoti circondati da insediamenti sionisti, ma le autorità britanniche risposero negativamente, anzi il pugno di ferro nei confronti della popolazione araba raggiunse il limite di sopportazione.
Dall'8 ottobre al 3 novembre 1933 ci fu in tutta la Palestina lo sciopero generale dei lavoratori arabi che vide un'adesione completa e si svolsero numerose manifestazioni duramente represse dagli inglesi, e il 19 aprile 1936 – per ordine del Supremo comitato arabo che si era formato agli inizi dell'anno clandestinamente al Cairo - iniziò la Grande rivolta araba che vide uomini, donne e ragazzi palestinesi imbracciare le armi contro britannici e sionisti fino all'agosto del 1939, ma britannici e sionisti, che si trovavano nello stesso fronte contro gli arabi, repressero spietatamente la rivolta: alla fine tutte le istanze politiche arabe che si erano formate nei decenni precedenti furono sciolte e molti dei rappresentanti palestinesi furono costretti a espatriare e altri a scegliere la clandestinità.
La fine della rivolta araba coincise con l'inizio della seconda guerra mondiale che vide il Regno Unito schierato contro la Germania a partire dal 3 settembre 1939, con l'applicazione dello stato di guerra anche sul territorio palestinese e la proclamazione della legge marziale: se prima il popolo palestinese aveva ricevuto una dura repressione, ora la legge marziale gli toglieva tutte le libertà, con l'aggravante che aumentava di giorno in giorno il numero dei sionisti profughi dall'Europa sulla quale già si adombrava l'Olocausto che costò la vita ad almeno 17 milioni di civili, tra i quali milioni di ebrei.
Terminata la guerra in Europa agli inizi di maggio del 1945 e formatesi nel frattempo l'Organizzazione delle Nazioni Unite e la Lega Araba, la questione dell'indipendenza del territorio corrispondente al mandato britannico della Palestina tornò all'ordine del giorno della politica internazionale: il reazionario e anticomunista presidente degli Stati Uniti, Harry Truman, sosteneva apertamente le organizzazioni sioniste e favoriva l'emigrazione ebraica verso la Palestina, che diventava ogni giorno più massiccia, e le bande terroriste sioniste avevano iniziato a colpire già dal 1945 il personale civile e militare del Regno Unito, che a questo punto riteneva opportuno ritirarsi dalla Palestina il più presto possibile. Il rappresentante del Regno Unito sottopose la questione della Palestina il 2 aprile 1947 alle Nazioni Unite, la cui Assemblea generale riunita dal 28 aprile al 9 maggio 1947 decise di creare l'UNSCOP, un Comitato speciale per la Palestina.
La spartizione della Palestina e la nascita dell'entità sionista
Il 3 settembre successivo l'UNSCOP pubblicava il suo rapporto: mentre tutti i membri erano unanimi nel chiedere la fine del mandato britannico, la maggioranza (Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, Paesi Bassi, Perù, Svezia e Uruguay) raccomandava la divisione della Palestina in uno Stato arabo, uno Stato ebraico e la Città di Gerusalemme da porre sotto tutela internazionale, mentre la minoranza (India, Iran e Jugoslavia) raccomandava una soluzione federale.
L'Unione Sovietica, dal canto suo, chiese ripetutamente il riconoscimento immediato dell'indipendenza della Palestina, il ritiro dal suo territorio delle truppe di occupazione britanniche e la fine di ogni ingerenza straniera nelle questioni interne della Palestina. Nel pieno riconoscimento del diritto di tutti i popoli all'autodeterminazione, l'Urss di Stalin presentò all'apposita sessione speciale dell'Assemblea delle Nazioni Unite la sua proposta che prevedeva la creazione di uno Stato palestinese binazionale arabo-ebraico, sostenendo con forza che era questa la soluzione più giusta della "questione palestinese". Il governo sovietico tuttavia, era ben consapevole che la l'ingarbugliata situazione creata in Palestina dalla politica dell'imperialismo britannico negli anni del mandato aveva alimentato oltre modo la rivalità e l'ostilità tra arabi ed ebrei rendendo praticamente assai difficile la loro cooperazione all'interno di un unico Stato. Pertanto l'URSS decise che, qualora fosse emersa in maniera assoluta e inequivocabile l'impraticabilità della sua proposta di "Stato unico binazionale", essa avrebbe in subordine proposto la revoca del mandato britannico e la divisione della Palestina in due Stati indipendenti: uno Stato arabo ed uno ebraico. Purtroppo dovette prendere atto che nell'Assise dell'Onu la sua proposta non avrebbe ottenuto il numero di voti necessario all'approvazione. E così, il 29 novembre 1947, la delegazione sovietica all'Assemblea generale fu di fatto costretta a votare il 29 novembre 1947 insieme ai rappresentanti della Bielorussia e dell'Ucraina – Stati socialisti membri dell'URSS che avevano anche essi un seggio – a favore della risoluzione n. 181 dell'Assemblea generale che prevedeva il piano di spartizione della Palestina. 33 Stati votarono a favore, 13 furono contrari e 11 si astennero.
La risoluzione n. 181 prevedeva, in dettaglio, la formazione di uno Stato ebraico sul 56% del territorio con una popolazione di 498 mila ebrei e 497 mila arabi, la formazione di uno Stato arabo sul 43% del territorio con una popolazione di 725 mila arabi e 10 mila ebrei un regime speciale internazionale per la città di Gerusalemme e la zona limitrofa amministrata dall'ONU, con una popolazione di 105 mila arabi e 100 mila ebrei.
Si trattava in effetti di una soluzione ingiusta e penalizzante per il popolo palestinese oltre che inaccettabile per il principio dell'autodeterminazione dei popoli proclamato dalle stesse Nazioni Unite, e sia la totalità degli arabi che vivevano in Palestina sia la totalità degli Stati arabi già indipendenti respinsero il progetto, reclamando l'indipendenza dell'intero territorio della Palestina mandataria, dove gli abitanti di lingua araba erano più del doppio rispetto a quelli di lingua ebraica (1.237.000 arabi contro 607.000 ebrei).
La decisione sovietica di votare a favore del progetto di spartizione fu dettata soprattutto per limitare il più possibile l'influenza dell'imperialismo inglese nella regione e impedire che l'imperialismo americano avesse l'egemonia su Israele, ma gli eventi successivi avrebbero disilluso Stalin e tutto il campo socialista che si stava formando nell'Europa orientale e in Asia, convincendo tutti i sinceri democratici nel mondo che appoggiare la creazione di uno Stato ebraico era stato un tragico errore.
Furono proprio i sionisti a dimostrarlo in quanto, anziché essere soddisfatti del piano di spartizione vantaggioso per loro e timorosi della inevitabile reazione araba in generale e palestinese in particolare, scatenarono le loro bande armate Haganah, Irgun e Lehi contro la popolazione civile palestinese già a dicembre del 1947, quindi nei giorni immediatamente successivi al voto della risoluzione n. 181, assaltando a mano armata – e con l'assoluta indifferenza degli inglesi, ormai in via di disimpegno nell'area - centinaia di villaggi arabi e costringendo decine di migliaia di persone a rifugiarsi in Egitto, in Giordania, in Libano e in Siria. Le violenze contro la popolazione civile palestinese si moltiplicarono nel 1948, soprattutto dopo la proclamazione unilaterale dello Stato di Israele il 14 maggio 1948 e dopo lo scoppio inevitabile della prima guerra arabo-israeliana che divampò in quell'area del Medio oriente tra il 15 maggio 1948 e il 20 luglio 1949, alla fine della quale Israele controllava un'area di territorio ben maggiore rispetto a quello previsto dalla spartizione dell'ONU: quando fu firmato l'armistizio il territorio di Gaza rimase sotto controllo egiziano e la Cisgiordania sotto quello giordano, vanificandosi così qualsiasi ipotesi di Stato palestinese. Le violenze dei sionisti contro i palestinesi continuarono anche nel 1949 e nel 1950. Alla fine decine di migliaia di civili arabi furono uccisi, almeno 800.000 palestinesi furono espulsi e almeno 524 villaggi e cittadine palestinesi furono rase al suolo a seguito delle violenze perpetrate dalle neonate forze armate e forze di polizia israeliane. Non mancarono episodi di resistenza da parte palestinese, ma la lotta fu impari, perché i sionisti potevano contare sull'immigrazione di oltre 10.000 sionisti europei al mese e sul rifornimento costante di armi a Israele finanziato dal Congresso ebraico mondiale.
Si trattò di quella che tra i palestinesi ha preso il nome di Nakba, chein arabo significa letteralmente "disastro", "catastrofe", o "cataclisma", un nome assegnato a questo evento dalla storiografia, non solo araba.
La maggior parte degli storici, con in testa l'israeliano antisionista Ilan Pappé, tale pulizia etnica era parte di un piano studiato a tavolino dal Congresso ebraico mondiale per garantire ai sionisti di disfarsi degli arabi presenti nei territori del futuro Stato ebraico e per impedire, nei fatti, la costituzione di uno Stato palestinese. Secondo i piani una piccola percentuale di arabi non superiore al 20% avrebbero dovuto restare entro i confini dello Stato sionista per svolgere i lavori più umili, e non è un caso che oggi la popolazione araba palestinese all'interno dell'entità politica sionista ammonta attorno al 20%. Pappé ha considerato l'espulsione e il contemporaneo sterminio della popolazione palestinese tra il 1947 e il 1950 come una pulizia etnica della Palestina volta a cancellare la presenza fisica, culturale, storica e politica dei Palestinesi sulla loro terra.
Si trattò di una pulizia etnica catastrofica per il popolo palestinese, qualcosa che nella storia umana è accaduto assai raramente: attualmente, secondo gli ultimi dati forniti lo scorso luglio dall'Ufficio centrale di statistica palestinese, il numero di palestinesi che vivono in tutto il mondo ha raggiunto circa 15.2 milioni di persone – ossia esattamente il doppio degli attuali ebrei residenti in Israele che sono soltanto 7,7 milioni - e quasi la metà di essi vive al di fuori del territorio della Palestina storica (Cisgiordania, Striscia di Gaza e Israele).
Il conflitto tra il mondo arabo e Israele conobbe un ulteriore capitolo nel 1956 con la seconda guerra arabo-israeliana che vide contrapposti Israele, Regno Unito e Francia all'Egitto in quanto quest'ultimo aveva nazionalizzato il Canale di Suez, ma tale episodio militare non ha minimamente riguardato il popolo palestinese.
Nel frattempo, il 6 gennaio 1957, i palestinesi rimasti entro i confini israeliani proclamarono uno sciopero generale per protestare contro le condizioni di vita e di lavoro sempre più insopportabili.
Alcuni Stati arabi nel frattempo annunciarono iniziative a favore dei palestinesi, come il governo iracheno che il 26 marzo 1960 annunciò la formazione di un 'reggimento di liberazione palestinese', ma nel complesso ben poco fecero per la causa del popolo palestinese che doveva necessariamente organizzarsi da solo per proseguire la lotta di liberazione: infatti nel settembre 1957 in Kuwait, su impulso degli attivisti della causa palestinese Ṣalaḥ Khalaf e Yaser Arafat, era nata la prima cellula di Al-Fatah, che si sarebbe nel tempo sviluppata come un'organizzazione rivoluzionaria e un vero e proprio partito politico combattente, che ha rappresentato per decenni la spina dorsale della lotta armata palestinese all'entità sionista.
La nascita dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina
Il passo successivo, ancora più importante, fu il primo Consiglio Nazionale Palestinese che si tenne a Gerusalemme, allora sotto sovranità giordana, dal 28 maggio al 2 giugno 1964, durante il quale 422 delegati in rappresentanza delle comunità palestinesi in Giordania, Siria, Libano, Gaza, Kuwait, Iraq, Egitto, Qatar, Libia, Algeria e nei territori occupati dall'entità sionista diedero vita all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che viene definita "rappresentante del popolo palestinese e leader della sua lotta per liberare la sua patria"
. In tale occasione viene adottata la Carta nazionale della Palestina che afferma che l'unità araba e la liberazione della Palestina costituiscono "due obiettivi complementari, ciascuno dei quali prepara il raggiungimento dell'altro"
e considera nulli e privi di valore il mandato britannico voluto dalla Società delle Nazioni, la spartizione della Palestina in due Stati voluti dalla risoluzione n. 181 delle Nazioni Unite e la fondazione dello Stato di Israele. Il successivo statuto dell'organizzazione avrebbe anche previsto il diritto al ritorno per tutti i palestinesi espulsi dalla pulizia etnica israeliana tra il 1947 e il 1950. Il 15 luglio 1965 a Gerusalemme, sotto l'egida dell'OLP, oltre 170 donne in rappresentanza di associazioni e sindacati femminili della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e della diaspora palestinese fondarono l'Unione Generale delle Donne Palestinesi, organismo affiliato all'OLP e organizzazione ombrello per le associazioni e i sindacati femminili palestinesi, con l'obiettivo di rafforzare il ruolo della donna nella società palestinese e la sua partecipazione alla lotta nazionale.
Ma il fermento democratico e rivoluzionario del mondo palestinese era destinato a durare ben poco, perché l'attacco di Israele a Egitto, Giordania e Siria nel giugno 1967 - la guerra dei sei giorni - si concluse con la conquista israeliana della Striscia di Gaza e del Sinai ai danni dell'Egitto, della Cisgiordania ai danni della Giordania e delle alture del Golan ai danni della Siria, per cui i Palestinesi che si trovavano a Gaza e in Cisgiordania finirono direttamente sotto l'occupazione militare israeliana, aggravando ulteriormente la posizione dei palestinesi.
Questo è un fatto che fece fare un salto di qualità alla lotta armata del popolo palestinese con episodi eclatanti che portarono la questione palestinese alla ribalta internazionale, come l'irruzione ai giochi olimpici di Monaco di Baviera del 1972, l'attentato all'aeroporto di Roma-Fiumicino del 1973, il dirottamento del volo Air France 139 del 1976, il dirottamento della nave Achille Lauro del 1985 e il duplice attentato simultaneo agli aeroporti di Roma-Fiumicino e di Vienna del 1985.
Intanto la tensione cresceva in Medio Oriente con la guerra del Kippur - che contrappose Egitto e Siria a Israele nel 1973 e si concluse senza vincitori né vinti – e la guerra civile libanese che, iniziata nel 1975 e terminata nel 1990, vide contrapposto un fronte progressista – del quale faceva parte l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina – a un fronte reazionario cristiano maronita appoggiato da Israele (che invase il Libano nel 1982). Tra il 16 e il 18 settembre 1982 milizie cristiano maronite con l'appoggio dei militari sionisti fecero irruzione nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, alla periferia di Beirut, massacrando oltre 3000 tra profughi palestinesi e musulmani sciiti libanesi. Sotto i colpi congiunti delle falangi cristiano maronite e degli israeliani l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina dovette spostare il proprio quartier generale da Beirut, dove si era trasferito a seguito dell'occupazione militare israeliana di Gerusalemme nel 1967, a Tunisi.
Ma i tempi erano ormai maturi affinché i palestinesi affrontassero i sionisti direttamente nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania dove da dicembre 1987 e settembre 1993 divampò la prima Intifada (che in lingua araba significa 'rivolta') nella quale i palestinesi attuarono la disobbedienza civile, gli scioperi generali, il boicottaggio di prodotti israeliani, eressero barricate, lanciarono pietre contro militari e poliziotti sionisti, lasciando sul terreno oltre duemila morti e inducendo la dirigenza israeliana ad acconsentire alla nascita dell'Autorità Nazionale Palestinese che avrebbe avuto il compito di governare in futuro la Striscia di Gaza e vaste porzioni della Cisgiordania.
La nascita dell'Autorità Nazionale Palestinese e dello Stato di Palestina
Con una studiata mossa politica il 15 novembre 1988 Yaser Arafat, il presidente dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, aveva proclamato ad Algeri, al termine del 19° Consiglio Nazionale Palestinese l'indipendenza dello Stato di Palestina. In tale occasione, infatti, fu approvata la Dichiarazione di Indipendenza Palestinese, il primo documento ufficiale dell'OLP che – con 253 voti favorevoli, 46 contrari e 10 astenuti - proclamava la Palestina uno Stato indipendente e sovrano.
Arafat fu designato dal Consiglio alla carica di presidente della Palestina, e ad aprile del 1989 lo stesso fu formalmente eletto a tale carica dal Consiglio centrale dell'OLP.
Con tale investitura Arafat iniziò insieme ai vertici dell'OLP un lavoro diplomatico che portò palestinesi e israeliani a incontrarsi, con la mediazione degli Stati Uniti, prima a Madrid nel 1991 e poi a Oslo nel 1993, e fu nella capitale norvegese che furono stipulati gli accordi tra l'OLP e Israele che portarono al riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina.
Gli accordi prevedevano il ritiro graduale delle forze israeliane da alcune aree della Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania ed affermavano il diritto palestinese all'autogoverno in tali aree attraverso la creazione dell'Autorità Nazionale Palestinese, lasciando comunque la maggior parte dei problemi irrisolti che sarebbero stati affrontati in successive fasi di accordo. La Striscia di Gaza e la Cisgiordania sarebbero state divise in una zona A sotto il pieno controllo civile dell'Autorità Nazionale Palestinese, in una zona B sotto il controllo civile palestinese e il controllo militare e di polizia israeliano, e infine in una zona C sotto il controllo civile, militare e di polizia israeliano. In base agli accordi Israele riconobbe l'OLP come legittimo rappresentante del popolo palestinese e l'OLP riconobbe il diritto a esistere di Israele rinunciando alla lotta armata e all'obiettivo politico di annientamento dello Stato sionista.
Nei fatti l'entità sionista ha dato nei decenni successivi soltanto una minima attuazione a tali accordi attraverso il completo ritiro dalla Striscia di Gaza nel 2005 ma favorendo a dismisura gli insediamenti dei coloni sionisti in Cisgiordania, dove a distanza di oltre trenta anni dagli accordi di Oslo il numero dei kibbutz israeliani è triplicato rispetto al 1993 tramite l'espropriazione violenta dei terreni palestinesi ad opera dei coloni sionisti nelle zone B e C dove gli israeliani hanno il monopolio dell'uso della forza con l'esclusiva giurisdizione militare e di polizia.
Lo Stato di Palestina, proclamato nel 1988 e concretamente instauratosi su una parte esigua del proprio territorio nel 1994, costituisce un'aberrazione dal punto di vista giuridico e un fallimento da un punto di vista politico: è un'aberrazione giuridica in quanto esso non esercita alcuna sovranità sulla stragrande maggioranza del territorio che gli è stato riconosciuto dagli accordi di Oslo (le zone A e B della Cisgiordania) e non può avere forze armate, limitandosi ad avere scarse forze di polizia nelle irrisorie porzioni della Cisgiordania che corrispondono alla zona A. Inoltre non ha una moneta propria né filatelia propria, perché in base agli accordi di Oslo non può batterle moneta né realizzare prodotti filatelici, essendo i palestinesi di Gaza e Cisgiordania costretti a utilizzare monete e francobolli israeliani o di Paesi confinanti. Da un punto di vista giuridico la Palestina assomiglia quindi a un territorio coloniale o mandatario, la cui sovranità di fatto è inesistente o fortemente condizionata da una potenza esterna, in questo caso Israele. Lo Stato di Palestina, come voluto dagli accordi di Oslo, è inoltre un completo fallimento da un punto di vista strettamente politico: infatti già nel 1987 erano nati, in opposizione alla svolta conciliatoria e rinunciataria perseguita dall'OLP, partiti politici armati quali Hamas e Jihad Islamico Palestinese, movimenti islamici sunniti che hanno continuato a combattere militarmente contro l'entità sionista della quale vogliono lo smantellamento, così come ancora precedentemente in Libano, che aveva assaggiato tra gli anni Settanta e Ottanta la furia devastatrice sionista, era nato nel 1982 Hezbollah, partito armato islamico sciita libanese che si propone lo stesso obiettivo nei confronti dello Stato sionista. A seguito del ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza nel 2005 le elezioni politiche palestinesi dell'anno successivo sancirono, in termini di voti assoluti, la netta vittoria di Hamas su Al-Fatah, ma i voti della prima formazione politica si concentrarono sulla Striscia di Gaza e molto meno in Cisgiordania, dove il secondo partito aveva avuto, in quel territorio, più successo: così Hamas restò a governare la Striscia in modo indipendente da Al-Fatah, la quale governa in Cisgiordania senza minimamente collaborare con Hamas, la quale disconosce l'Autorità Nazionale Palestinese. La situazione è ulteriormente complicata dal fatto che Israele, temendo Hamas, ha imposto dal 2007 sulla Striscia un blocco militare terrestre e marittimo, impedendo di fatto agli abitanti di quel territorio ogni libertà di movimento al di fuori di esso.
Le organizzazioni di resistenza palestinese, in primo luogo Hamas, hanno reagito con lanci di razzi e con colpi di mortaio diretti verso il territorio dell'entità sionista, la quale ha violentemente reagito con massicci attacchi militari contro la Striscia nel 2008, nel 2009 e nel 2014.
Tra luglio e agosto del 2006 si è poi incendiato il confine tra il Libano e Israele, quando, alla cattura di due militari israeliani da parte di Hezbollah, Israele reagì bombardando il Libano ed Hezbollah, per reazione, lanciò razzi in territorio israeliano che produssero notevoli danni e seminarono il terrore tra i sionisti.
In questi ultimi anni la situazione si è certamente aggravata per la popolazione palestinese sia nella Striscia di Gaza sia nella Cisgiordania sia tra i palestinesi che vivono all'interno di Israele, perché nel maggio del 2021 sono scoppiati violenti disordini tra la popolazione palestinese residente - che solidarizzava con gli arabi della Cisgiordania e di Gaza – e i sionisti locali nelle città israeliane di Lod, Acri, Gerusalemme, Haifa, Bat Yam, Tiberiade e Tamra. La mobilitazione della popolazione palestinese che vive all'interno dei confini israeliani è politicamente importantissima, in quanto dimostra che l'entità sionista può essere messa in difficoltà non soltanto dall'esterno ma anche dal suo interno, ossia dai palestinesi che ci vivono in condizioni di totale sudditanza e prostrazione.
Il 7 ottobre 2023 la Resistenza palestinese dava vita a un evento storico e un contributo straordinario alle guerre di liberazione nazionale: un'azione che per la sua audacia e complessità ha terrorizzato non solo lo Stato genocida di Israele, ma anche l’imperialismo occidentale. Ecco perché viene da costoro demonizzato come il male assoluto e criminalizzato rovesciandogli l'accusa di essere all'origine del genocidio del popolo palestinese attuato da Israele. Come ha lo ha giustamente celebrato il vicedirettore de “Il Bolscevico” nel primo anniversario del diluvio di Al-Aqsa: “lo sfondamento della barriera di contenimento che isola la striscia di Gaza da Israele, mentre dal cielo si riversava una pioggia di almeno 5.000 razzi verso il sud e il centro del Paese ebraico, ha di fatto segnato una nuova fase nella lotta della Resistenza palestinese contro il sionismo israeliano... Un’operazione senza precedenti, 50 anni esatti dopo quello del Kippur, allorché furono gli eserciti egiziano e siriano a far tremare lo Stato di Israele. Con il 7 ottobre Israele e l’imperialismo occidentale hanno ricevuto una dura lezione. Questo evento scatenato dalla Resistenza palestinese ha dimostrato la possibilità di sconfiggere gli Stati oppressori imperialisti anche con delle forze più deboli, purché unite e organizzate, e potendo contare sull’appoggio del popolo.”
L'attacco del 7 ottobre 2023 la Resistenza palestinese ha vissuto un folgorante momento di unità che ha dimostrato che l'entità sionista è una tigre di carta e che tutta la mitologia che è stata fatta nei decenni su di essa lascia il tempo che trova: Hamas, Brigade Ezzedin al-Qassam, Jihad Islamico Palestinese, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina e altri gruppi armati palestinesi si sono perfettamente coordinati da un punto di vista militare.
In modo particolare, mentre Hamas e Jihad Islamico Palestinese facevano partire contemporaneamente centinaia di razzi verso il territorio israeliano, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ha curato sia l'assalto alle torri di guardia israeliane al confine della Striscia di Gaza con l'utilizzo di droni e di sabotatori sia l'abbattimento di tratti di recinzione con l'esplosivo, aprendo così la strada a circa cinquemila combattenti di Hamas, Jihad Islamico Palestinese e Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina che hanno compiuto azioni di guerriglia in territorio israeliano. I miliziani del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina hanno curato aspetti tecnici e logistici dell'operazione.
L'immagine dello Stato sionista è uscita a pezzi a seguito dell'azione di guerriglia palestinese, e per la prima volta dopo decenni sia nel 2024 sia nel 2025 il numero dei sionisti che ha abbandonato Israele è stato di gran lunga superiore a quello degli immigrati, tanto che il flusso migratorio da Israele verso Cipro è fortemente aumentato dalla fine del 2023, ingrossato da quegli israeliani che ritengono ormai il territorio dell'entità sionista un luogo altamente insicuro.
Il massacro indiscriminato e vigliacco compiuto dall'entità sionista a Gaza contro la popolazione civile, poi, ha provocato nel mondo un'ondata di sdegno popolare contro lo Stato genocida di Israele che ha portato in strada decine di milioni di persone in tutto il mondo, e ha portato un numero sempre maggiore di governi, che evidentemente temono le rispettive piazze, a riconoscere lo Stato di Palestina, che attualmente è riconosciuto da 157 su 193 Stati rappresentati all'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il riconoscimento, tuttavia, è solo un atto formale, perché lo Stato di Palestina è più simile, nei fatti concreti, a un territorio coloniale o mandatario, per i motivi prima spiegati, e certamente costituiscono un grave problema per la popolazione palestinese la totale distruzione della Striscia di Gaza e la creazione di nuovi kibbutz sionisti, con contestuale cacciata dei palestinesi dai territori di insediamento, in Cisgiordania.
Del resto quello di Trump è nient'altro che un piano neocolonialista e imperialista su Gaza in cui il popolo palestinese non è titolare del diritto a decidere del suo destino ma un semplice accessorio: “Quello che viene presentato come "il piano di cessate il fuoco di Trump" – denuncia con lucidità e coraggio Il Partito Comunista Palestinese - non è né una soluzione né un'iniziativa di pace. È un progetto imperialista volto a liquidare la causa palestinese e a legittimare i massacri contro il nostro popolo a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme. I tentativi di presentare questo piano come una "soluzione" non sono altro che una dichiarazione di sterminio organizzato volta a soggiogare il nostro popolo e a consolidare l'occupazione sotto una copertura diplomatica ed economica.”
Al contrario, il grido che risuona nelle piazze di tutto il mondo “Dal Fiume al Mare Palestina libera!” sta a indicare una soluzione decisamente più stabile e giusta che comporterebbe la nascita di uno Stato, due popoli, soluzione che potrebbe finalmente aprire il futuro alla vera indipendenza palestinese e alla pacificazione della regione, garantendo la convivenza paritaria di palestinesi ed ebrei, e di ogn'altra minoranza presente.
5 novembre 2025