Dopo quasi 45 anni dall'omicidio del presidente della regione siciliana che lottava contro Cosa nostra e per inserire il PCI nel governo centrale
Arrestato l'ex prefetto per depistaggio delle indagini sull'omicidio di Mattarella
Filippo Peritore mentì su un guanto ritrovato all'interno dell'auto usata dai killer
Su ordine del procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia e dei suoi sostituti Antonio Carchietti e Francesca Dessì, il 24 ottobre, al termine dell'interrogatorio preventivo, l'ex prefetto di Isernia Filippo Piritore è stato arrestato e messo ai domiciliari dagli investigatori della Dia con l'accusa di aver “impedito, ostacolato e sviato” le indagini sull'omicidio del presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale Capo dello Stato, avvenuto il 6 gennaio del 1980 in via Libertà a Palermo.
A quasi 45 anni dall'omicidio, al centro delle nuove indagini riaperte nel 2017, ci sono ancora i depistaggi messi in atto da funzionari dello Stato e dei servizi segreti fin dal ritrovamento della Fiat 127 utilizzata dai killer per la fuga e abbandonata pochi minuti dopo in via Maggiore De Cristoforis, all’angolo con via degli Orti, a poche centinaia di metri dal luogo del delitto. Sotto il sedile del passeggero le foto dell’epoca inquadrano un guanto destro di pelle marrone che fin da subito fu considerato un reperto fondamentale dagli inquirenti e che oggi sarebbe stato decisivo per individuare gli esecutori materiali del delitto alla luce dei progressi sulle analisi del Dna.
Fra i primi ad intervenire per i rilievi sull'auto dei killer fu, fra gli altri, l'allora agente di polizia Piritore il quale scrisse una relazione in cui sosteneva di aver affidato quel reperto così importante, “stranamente” mai repertato né sequestrato dagli inquirenti, a un poliziotto della scientifica, tale Di Natale, perché lo consegnasse all’allora sostituto procuratore Piero Grasso, poi divenuto procuratore, capo della DNA e infine presidente del Senato con Articolo Uno, il partito fondato nel febbraio del 2017 da Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza, Massimo D'Alema, Arturo Scotto, Massimiliano Smeriglio e Enrico Rossi e sciolto nell'aprile del 2023.
Una tesi che Piritore ha confermato anche nei due interrogatori del 15 gennaio 2020 e del 17 settembre del 2024. Ma sia Di Natale sia l’ex presidente del Senato Grasso hanno risposto di non avere mai avuto fra le mani quel guanto. Di Natale nei giorni dell’omicidio Mattarella era pure in malattia. Interrogato nuovamente, Piritore ha insistito, dicendo di avere dato successivamente il reperto a tale Lauricella sempre della Scientifica, su disposizione di Grasso. Ma per la procura continua a mentire. Perché un Lauricella non ha mai lavorato nella polizia scientifica.
Mentre Grasso ha più volte ribadito che: “non c’era alcuna traccia di quel guanto perso dal killer negli atti che furono messi a disposizione dei magistrati titolari delle indagini. Ovvero, io, il procuratore Costa, e poi successivamente il consigliere Chinnici e Giovanni Falcone”.
Secondo i magistrati che accusano Piritore di depistaggio aggravato l'allora agente di polizia ha “depistato le indagini affermando il falso o tacendo ciò che sapeva intorno ai fatti sui quali veniva sentito... In sostanza – accusano ancora i giudici - Piritore ha dimostrato di essere portatore, dal 1980 e fino ad ora, di interessi chiaramente contrari all’accertamento della verità sull’omicidio del presidente Mattarella, interessi che riguardano un più ampio e imperscrutabile contesto”. Piritore, concludono i giudici: “Consegnatario del guanto sin dal momento del suo ritrovamento, pose in essere un’attività che ne fece disperdere ogni traccia. Essa iniziò probabilmente a partire dall’intervento sul luogo di ritrovamento della Fiat 127, ove indusse la Polizia scientifica a consegnargli il guanto, sottraendolo al regolare repertamento e contrariamente a ciò che di norma avveniva”.
In una intercettazione ambientale del 22 settembre 2024, Piritore confessa alla moglie di essere molto preoccupato per lo sviluppo delle nuove indagini e parla di alcune prove scomparse che probabilmente: “Saranno sparite negli anni ’90, perché dico prima, nell’80, potevano servire solo per le impronte digitali, dopo è venuto il Dna, quindi sono sparite da... se sono state occultate... sono state occultate negli anni ’90”.
Parole “inquietanti” secondo gli inquirenti che confermano quanto “Filippo Piritore, dopo aver fattivamente contribuito alla dispersione di un reperto di importanza primaria per le indagini dell’assassinio di Piersanti Mattarella ha ancora oggi continuato a perseguire concretamente un progetto illecito di depistaggio, attraverso dichiarazioni nocive per gli accertamenti investigativi”.
I Pm fra l'altro ricordano che Piritore aveva rapporti molto stretti con Bruno Contrada, dirigente ad interim della squadra mobile di Palermo dopo l’omicidio del precedente capo, Boris Giuliano, poi promosso ai vertici del servizio segreto civile, SISDE, con rapporti - secondo la sentenza annullata per ragioni giuridiche dalla Corte europea dei diritti dell'uomo - con boss mafiosi di primo piano. Piritore era teste a difesa nel processo Contrada durante il quale emerse un “rapporto di natura extra-professionale” tra i due proprio nell’anno dell’omicidio Mattarella. Nell’agenda di Contrada del 1980, al 2 marzo c’era l’annotazione “ore 18 dr. Peritore Battesimo”. Per i Pm, un mese dopo l’omicidio Mattarella, Contrada aveva partecipato (o era invitato) al battesimo della figlia di Piritore. Il 26 settembre 1980 Contrada segna una telefonata con il questore di Palermo “per Piritore”. I Pm la ritengono “certamente significativa” perché il 29 dicembre 1980, appena 11 mesi dopo il delitto, arriva il primo decreto che da il via a una raffica di promozioni “per merito straordinario” nella carriera di Piritore. Contrada oggi nega di essere stato amico di Piritore e di essere andato al battesimo. Rimane però il fatto che la carriera di Piritore, siciliano di Agrigento, classe 1950, ha cominciato a decollare proprio all'indomani dell'omicidio Mattarella e in pochi anni, da semplice funzionario della squadra mobile di Palermo, Piritore ha ricoperto gli incarichi di dirigente fra il 1985 e il 2000 dei commissariati Esposizione, Prati e Trevi della questura di Roma. Nel 2001 fu nominato dirigente superiore, e sempre in quell’anno da questore venne assegnato a Macerata. Poi a Caltanissetta e quindi a L’Aquila, anche nel 2009 l’anno del terremoto, per poi andare a ricoprire l’incarico a Genova nel gennaio 2010. Nel 2011, la nomina a prefetto di Isernia, prima di andare in pensione.
Per il delitto del presidente della Regione siciliana, considerato il “delfino” di Aldo Moro che lottava contro Cosa nostra ed era favorevole all'inserimento del PCI revisionista nel governo centrale, sono stati condannati con sentenza definitiva all’ergastolo i boss Totò Riina, Michele Greco e Francesco Madonia, ritenuti i mandanti. Resta ancora senza nome il giovane di vent’anni, “dagli occhi di ghiaccio e l’andatura ballonzolante”, come lo descrisse la vedova Mattarella, che quel giorno fece fuoco e poi salì sulla Fiat 127 guidata da un complice, anche lui rimasto senza nome. Su quella vettura, oltre al famigerato guanto di pelle marrone, all’epoca fu rinvenuta anche un’impronta da cui si sta tentando di estrarre il Dna per metterlo a confronto, in un incidente probatorio, con quello degli ultimi due indagati, i boss Nino Madonia e Giuseppe Lucchese, ma che potrebbe rimettere in discussione anche l'assoluzione dei neofascisti Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini tra i primi indagati del delitto dall’allora giudice istruttore Giovanni Falcone sulla base della testimonianza resa dalla vedova Mattarella che identificò il killer “dagli occhi di ghiaccio e l’andatura ballonzolante” in Giusva Fioravanti.
Insomma 45 anni di depistaggi e omissioni confermano che Piritore non ha certamente agito da solo ma in combutta e con la copertura delle massime cariche istituzionali e degli apparati dello Stato, di boss politici di primo piano legati non solo ai neofascisti, ma anche alle sedicenti “Brigate rosse”, ai servizi segreti, alla P2, a Gladio, ai golpisti e a Cosa nostra. Quelle stesse forze stragiste e anticomuniste che allora facevano ricorso al golpismo, allo stragismo e all'omicidio politico non solo di Piersanti Mattarella ma anche di Aldo Moro, Pio La Torre e di chiunque osava sostenere la partecipazione del PCI al governo del Pasese, per impedire il “compromesso storico” fra la DC e il PCI in un contesto di contrapposizione globale tra l'imperialismo americano e il socialimperialismo sovietico. Quelle stesse forze che oggi, mutate le condizioni storiche e politiche, dopo la liquefazione dell'Urss socialimperialista e la fine del Pci revisionista, sono più che mai operanti all'interno delle istituzioni e sulla scia delle picconate di Cossiga adesso usano la via parlamentare e delle riforme costituzionali per completare l'instaurazione del regime capitalista e neofascista potendo contare direttamente sul governo neofascista Meloni.
5 novembre 2025