Il governo Meloni ha mentito sul criminale libico Almasri

L’arresto del generale delle milizie libiche Osama Almasri da parte di Tripoli mette alla berlina le malefatte e le bugie dell'esecutivo Meloni, che in un vigliacco scambio di favori fatto sulla pelle dei migranti torturati ed uccisi, aveva rimpatriato il criminale di guerra sul quale pendeva da tempo un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale (CPI).
Una vicenda che mette nuovamente in grande difficoltà la cricca neofascista di Governo che credeva di averla ormai fatta franca dopo essersi assicurata l'impunità grazie al voto dei parlamentari di maggioranza che hanno negato l'autorizzazione a procedere richiesta dalla Procura di Roma. Nelle ultime settimane l'esecutivo stava cercando disperatamente di ricucire il rapporto con la CPI sia per una questione di immagine internazionale, sia per evitare una sanzione che potrebbe essere – e ci auguriamo che sia - particolarmente dura.
L’Italia aveva arrestato il capo della Rada, Almasri, il 19 gennaio scorso, finendo poi per rimandarlo a casa in fretta e furia con tutti comfort di un volo di Stato, sulla carta a causa di un cosiddetto “vizio procedurale”. Secondo la ricostruzione della procura di Roma, però, il rimpatrio fu in realtà dettato da un’esigenza sostanzialmente “politica”, in quanto il governo Meloni non voleva entrare in rotta di collisione con i suoi referenti libici, con i quali da tempo collaborava affinché essi drenassero il flusso dei migranti verso l'Italia con ogni mezzo, incluse le modalità violente che hanno valso allo stesso Almasri un mandato di arresto della CPI perchè criminale e torturatore.
Una volta in Libia, ovviamente, Almasri ha goduto di piena libertà, finché il neoinstaurato governo di Hamid Dbeibeh ha scaricato le milizie da lui guidate che ancora oggi controllano una parte di Tripoli, e ha accettato e dato seguito al mandato della CPI proprio contro il generale rimpatriato dall’Italia.
Il governo Meloni, che sul caso è da mesi con le spalle al muro, continua tuttavia ad arrampicarsi sugli specchi e a inventarsi nuove versioni tutte in contraddizione l'una con l'altra, e soprattutto con l'evidenza dei fatti; l'ultima di esse prodotta pochi giorni fa, sostiene che il ritorno in Libia sarebbe dovuto alla richiesta di estradizione inviata all’Italia da Tripoli tra il 21 e il 22 gennaio scorso.
Il Governo infatti si riferisce a una nota consegnata a mano al ministero degli Esteri italiano nella quale il procuratore generale dello Stato della Libia informava dell'esistenza di un procedimento in Libia a carico di Almasri su vicende analoghe a quelle per le quali la CPI ha emesso il mandato di arresto. Ma dai documenti acquisiti presso Aise (i Servizi Segreti Esteri), la traduzione italiana della richiesta di estradizione era stata effettuata a cura della stessa Ambasciata italiana a Tripoli, in orario compreso tra le ore 18:28 e le ore 20:02 del 21, quando il volo messo a disposizione dagli stessi Servizi era già pronto a partire. Tant'è vero che negli atti di accusa del Tribunale dei ministri si legge addirittura che “la richiesta di estradizione avanzata dalla Libia, pur datata 20 gennaio 2025, è stata protocollata al Ministero della Giustizia solo il 22 gennaio 2025, quando Almasri era stato già rimpatriato.”
Ma anche se la nota fosse arrivata in tempo, essa non avrebbe potuto comunque essere un motivo per non rispettare il mandato della CPI ignorato da Nordio, poiché proprio la CPI è una giurisdizione superiore a cui lo Stato ha ceduto la competenza a condurre inchieste, a processare e a giudicare determinati crimini, e pertanto supera qualsiasi altra giurisdizione in materia. Almasri dunque andava arrestato in ogni caso, e se ciò non è avvenuto, è solo perché era in piedi una fattiva e criminale complicità fra alcune spietate milizie che controllavano Tripoli e Roma per difenderlo.
È chiaro che siamo di fronte all'ennesima spudorata menzogna, che segue le tante altre precedenti, a partire dalle versioni del ministro dell’interno Matteo Piantedosi, lo stesso che il 23 gennaio alla Camera aveva detto che l’ufficiale era stato appena espulso “perché pericoloso”, senza alcun riferimento a quello che ora per i neofascisti di governo è il motivo principale.
Alla luce di questa importante vicenda, ed in barba al muro eretto dai camerati in parlamento per scagionare il governo Meloni, il Comitato parlamentare di controllo sui servizi si riunirà a breve per decidere come e in che modo tornare a occuparsi della vicenda. È probabile la richiesta di nuove audizioni per il sottosegretario alla Presidenza e Autorità delegata all’intelligence Alfredo Mantovano, al direttore dell’Aise Giovanni Caravelli, ed ai Ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, quantomeno nell'ambito delle periodiche informative tutt'ora previste sul dossier libico.
Poi sarà il Copasir a riprendere i lavori d'indagine che erano stati sospesi per evitare di interferire con l’azione dell’autorità giudiziaria. Chiaramente l’arresto del torturatore ed assassino Almasri alla quale ha fatto seguito l'ennesima frottola del Governo, obbligano le istituzioni borghesi a nuovi approfondimenti su di una vicenda vergognosa, che mostra agli italiani e al mondo intero come agisce il governo neofascista Meloni per difendere i interessi imperialisti politici ed economici. L'Italia rischia inoltre il deferimento all’Onu.
Pochi giorni fa, peraltro, il sottosegretario agli Esteri Giorgio Silli si è recato proprio a Tripoli per chiudere l'accordo di costruzione di un nuovo lotto autostradale da parte di imprese italiane. Non è un caso infatti se lo stesso ministro Tajani minimizza e, a precisa domanda, risponde: “Almasri? Non me ne occupo”.
Constatata la faccia di bronzo del Governo, quantunque sia stato smascherato e sbugiardato e probabilmente sarà raggiunto da future sanzioni, nessun Ministro o funzionario si dimette, figuriamoci la ducessa.
Il crimine di Stato della liberazione di Almasri è soltanto un ulteriore elemento che motiva l'urgenza di mobilitare le piazze per cacciare subito il governo della Mussolini in gonnella, senza attendere un giorno di più. L'auspicio è che lo sciopero del 12 dicembre promosso dalla CGIL e quello del 27 novembre dei sindacati di base contro la manovra, abbiano anche questo obiettivo principale.

12 novembre 2025