Da Genova a Taranto contro la chiusura degli impianti del Nord e la cassa integrazione per 6mila operai
Gli operai ex Ilva in piazza
Occupati gli stabilimenti di Genova e Taranto, bloccata la tangenziale di Novi e allestiti bivacchi e tende
Lavoratori e sindacati lo avevano promesso: “contrasteremo in tutti i modi il piano di chiusura del governo per impedire che l'ex-Ilva venga definitivamente cancellata”. E così è stato, perché nell'ennesimo incontro con il ministro Urso del 18 novembre, l’unica novità introdotta è un pacchetto di formazione dedicato a 1.550 lavoratori, pari a 93.000 ore, utile solo a coprire l’assenza di attività produttive, non a costruire un futuro industriale. E anche tutti gli impianti del Nord saranno fermi: una scelta che smentisce definitivamente la narrativa della “manutenzione temporanea” e certifica una riduzione nazionale della produzione.
I primi a partire sono stati gli operai dello stabilimento di Cornigliano di Genova. (si legga la corrispondenza locale) Fin dalla prima mattina di mercoledì 19 novembre hanno occupato la fabbrica e sono scesi in piazza e nelle strade adiacenti, rimanendoci tutta la notte dopo aver allestito bivacchi e tende: “per difendere la fabbrica e la produzione”. Una decisione presa dopo l'ennesimo incontro inconcludente tenutosi il giorno prima a Palazzo Chigi.
I lavoratori si sono mossi in corteo verso la stazione ferroviaria di Genova Cornigliano, dove è stato istallato un presidio ad oltranza, un presidio con gazebo è stato montato anche nel centro del quartiere. Durante tutta la giornata sono stati istituiti blocchi stradali sulla A10 Genova-Savona tra Genova Pra’ e l’allacciamento A10/A7 verso Genova, utilizzando mezzi di lavoro come ruspe e camion. La Fiom Cgil di Genova, attacca: “Il piano del governo porta alla chiusura della fabbrica con la conseguenza che a Genova abbiamo mille posti di lavoro a rischio, mille famiglie che rischiano di perdere il loro sostentamento e la fine della siderurgia nella nostra città e nel paese”.
Anche i lavoratori della fabbrica di Novi Ligure, in provincia di Alessandria, hanno risposto con rabbia e fermezza. Durante un assemblea molto partecipata, dove erano presenti più dipendenti di quelli che avrebbero dovuto esserci per quel turno, hanno deciso di scendere in strada. Mentre i sindacalisti rilasciavano ancora le interviste alla stampa, gli operai partivano in corteo attraversando lo stabilimento e bloccavano la strada provinciale che passa poco distante. Dopo il blocco, durato alcune ore, la protesta, con picchetto, continuava davanti la Palazzina direzionale. Lo stabilimento piemontese ha un organico di 550 dipendenti (di cui 150 in cig), che si stanno riducendo sempre di più da quando Taranto è rimasta con un solo altoforno acceso.
Mobilitazione ai massimi livelli anche nello stabilimento più grande del gruppo, quello di Taranto. Una giornata di protesta iniziata prestissimo con le assemblee dentro e fuori dal siderurgico e proseguita con lo sciopero. Il giorno dopo Cornigliano anche la fabbrica pugliese è stata occupata, mentre i blocchi stradali hanno paralizzato la città. Prima è stata invasa la statale 106 ionica, poi in serata i lavoratori hanno bloccato la statale Appia. “Vergogna, vergogna” gridavano gli operai infuriati, che mettono nel mirino governo e commissari, chiedendo la revoca del piano presentato nei giorni scorsi e garanzie certe su decarbonizzazione, futuro produttivo e occupazionale, oltre alla riconvocazione immediata del tavolo a Palazzo Chigi.
I primi segnali venuti dal governo non facevano presagire niente di buono. Un vero e proprio affronto quello del ministero con una convocazione, il 28 novembre prossimo, arrivata per i soli siti del Nord e poi, dopo le proteste, giunta anche per Taranto ma in due incontri separati. “Ci vogliono dividere ma l’Ilva è una sola, non possono farne uno spezzatino”, gridavano i lavoratori. D’altronde l’80% della forza lavoro di Acciaierie d’Italia è nel capoluogo ionico, l’unico dove esiste ancora l’area a caldo. E dei quasi ottomila diretti dei diecimila totali, tremila da anni fanno i conti con la cassa integrazione. Un numero destinato a salire.
Dopo 48 ore di scioperi i blocchi a Taranto e Cornigliano sono stati sospesi. Questo perché il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge che sblocca nuovi fondi per assicurare per alcuni mesi la continuità della produzione negli stabilimenti. L’agenzia Ansa scrive che il governo autorizza Acciaierie d’Italia (come si chiama oggi l’ex Iva) a utilizzare 108 milioni di euro fino a febbraio 2026 per garantire le attività produttive. Inoltre, vengono stanziati altri 20 milioni di euro per integrare fino al 75 per cento il trattamento della cassa integrazione straordinaria, sostenuta finora da Acciaierie d’Italia.
I decreti cosiddetti “salva-Ilva” non sono una novità: i governi di varie maggioranze ne hanno emanati parecchi da quando l’azienda è stata sequestrata e poi messa in amministrazione straordinaria, per consentire all’impianto di continuare a lavorare. Intanto il Ministro Urso ha convocato per il 28 novembre un incontro con i sindacati nazionali e territoriali dell'ex Ilva, a cui parteciperanno anche i rappresentanti delle regioni Puglia, Liguria e Piemonte e degli enti locali in cui hanno sede gli stabilimenti del gruppo. I sindacati hanno chiarito però che riprenderanno il confronto solo a Palazzo Chigi e a condizione che il governo ritiri la proposta che prevede 6 mila lavoratori in cassa integrazione.
I lavoratori dell'ex Ilva sanno benissimo che le ultime mosse del governo non risolvono niente, e perciò non abbassano la guardia anche perché, come hanno dimostrato questi due giorni di scioperi, l'unica strada per ottenere dei risultati è quella della lotta e della mobilitazione.
E comunque l'unica soluzione rimane la nazionalizzazione del gruppo.
26 novembre 2025