La Cop 30 di Belém non pone fine al petrolio e al gas
Ignorate ancora una volta le istanze dei popoli e degli Stati del Sud globale. Miseri e non garantiti i finanziamenti per la decarbonizzazione e l'adattamento climatico. L'Italia di Mussolini in gonnella rema contro e punta su nucleare e greenwashing.

Un altro fallimento, un altro anno perso: è questo il vergognoso risultato della Cop 30, la conferenza mondiale delle Nazioni Unite sul clima che quest'anno si è tenuta dal 10 al 21 novembre a Belém, in Brasile, alle porte della sempre più sfruttata e devastata foresta amazzonica. E del resto non c'era molto da aspettarsi, dopo che le due predenti Cop si erano tenute in petrostati come gli Emirati Arabi e l'Azerbaijan, presiedute da governi che avevano più che altro approfittato dell'occasione per concludere dietro le quinte lauti affari sulle forniture del loro gas e petrolio ad altri paesi. Del resto le guerre imperialiste e la corsa al riarmo, che tra l'altro contribuiscono in larga misura all'avvelenamento del pianeta e della sua atmosfera, hanno espulso di fatto il rischio climatico dall'agenda dei governi, ammesso che sia mai stato veramente una loro priorità.
I sintomi del fallimento c'erano perciò già tutti alla vigilia dell'apertura dei lavori, con solo 64 sui 195 paesi partecipanti che avevano presentato i loro NDC (Nationally Determined Contributions), ovvero gli impegni nazionali per la decarbonizzazione, quota che del resto rappresenta solo un terzo delle emissioni globali responsabili dell'innalzamento della temperatura del pianeta e dei conseguenti sconvolgimenti climatici. Stati di peso come India, Messico e Indonesia sono tutt'ora in forte ritardo, e la stessa Unione Europea ha approvato i suoi NDC solo pochi giorni prima dell'evento. A pesare ulteriormente era poi l'assenza degli Stati Uniti (Trump ha sempre definito “una truffa” il cambiamento climatico), che oltre ad essere il secondo maggior produttore di gas serra dopo la Cina, è anche il contributore più moroso al fondo ONU che coordina l'attuazione degli accordi sul clima.
Nel 2024 si è toccato il record delle emissioni climalteranti, con 57,7 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, e nel 2025 la temperatura ha già superato di mezzo grado gli 1,5°C di aumento della temperatura globale, rispetto al livello pre-industriale, fissato come limite dalla Cop 21 di dieci anni fa a Parigi. Attualmente i paesi più industrializzati aderenti all'Ocse superano dell'8% la traiettoria di compatibilità fissata dagli impegni per il 2030. Solo 30 Stati hanno reso vincolanti per legge gli obiettivi di neutralità climatica, che coprono appena il 17,7% delle emissioni globali. Ed entro il 2035 servirebbe una riduzione del 63% dei gas serra (rispetto a 2019) per restare entro gli 1,5°C: un obiettivo lunare, a fronte di un'azione climatica mondiale che è cresciuta solo dell’1%.
Anche l'Unione Europea ha visto un grave arretramento nell'impegno climatico, con obiettivi ridimensionati e transizione ecologica marcatamente rallentata. Dappertutto le forze della destra (e non solo) al potere, Italia in testa, si danno da fare per smantellare quel poco che era stato abbozzato di transizione ecologica. La stessa Ursula von der Leyen, durante il G20 in Sudafrica, ha sentenziato che “non stiamo combattendo i combustibili fossili, stiamo combattendo le emissioni dei combustibili fossili”, legittimando così il greenwashing. L'UE si è presentata infatti a Belém con l'impegno a ridurre le emissioni del 55% entro il 2030 (rispetto al 1990), e del 90% entro 2040. Ma ciò equivale ad una forchetta tra il 62 e il 72,5% entro il 2035, valori non in linea con l'obiettivo degli 1,5°C.

Le pressioni dei popoli e la sordità dei governi
Davanti alla drammatica emergenza ambientale e alla sconfortante mancanza di risposte dei principali responsabili mondiali, sarebbe occorsa una decisa svolta, quella sempre rinviata fino ad oggi, come aveva invocato a parole il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva in apertura dei lavori, definendo questa di Belém la “Cop della verità” e denunciando le “forze estremiste che cercano di preservare un modello obsoleto”. Lo stesso segretario dell'ONU, Gutierrez, riprendendo la definizione di Lula, aveva rivolto un accorato appello a tutte le delegazioni dicendo che “è ancora possibile, se agiamo ora con rapidità e su larga scala, rendere il superamento più piccolo, più breve e più sicuro e riportare le temperature sotto 1,5°C prima della fine del secolo”.
Il Congresso dell'IUCN (organizzazioni governative e non governative e comunità locali di 160 paesi) aveva approvato una mozione per spingere gli Stati partecipanti a “dotarsi di strumenti internazionali, tra cui un potenziale Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili, al fine di sostenere l’attuazione dell’Accordo di Parigi”, sottolineando che ai combustibili fossili sono legati anche “conflitti armati e violazione dei diritti umani dei popoli indigeni e delle comunità locali”. Ogni giorno masse di indigeni e di attivisti climatici hanno manifestato e messo sotto assedio gli spazi della conferenza, tentando più volte anche di invaderli e affrontando la dura violenza poliziesca, per farsi sentire e portare le istanze dei popoli alla ribalta internazionale: per “mostrare quali sono i popoli che dovrebbero stare in questo evento”, come ha detto una loro attivista, perché “la Cop 30 non rappresenta i popoli originari ma gli imprenditori”.
Si sono svolte anche manifestazioni fluviali, come quella sul Rio Tapajos di 40 organizzazioni e popoli dell'Amazzonia e del Cerrado, contro l'agribusiness, lo sfruttamento petrolifero e minerario, il traffico di legname. E come nello stesso porto di Belém, sul fiume Guamà, con le navi della flottiglia amazzonica e quelle della Sumud Flotilla per Gaza, i cui manifestanti hanno evidenziato come il genocidio del popolo palestinese e la devastazione ambientale abbiano le stesse radici nel colonialismo e nello sfruttamento intensivo delle risorse del pianeta.

La soverchiante influenza delle lobby del fossile
Ma anche stavolta tutto ciò non è valso a nulla. Alla fine, come alla Cop 29 di Baku, il cosiddetto Global Mutirāo (“Sforzo globale collettivo”, com'è stato nominato il compromesso approvato in fretta e furia il 22, il giorno dopo quello della chiusura ufficiale a causa dei profondi disaccordi), non ha partorito nessuna decisione vincolante, ed è stata disattesa l'aspettativa più importante: lo stop all'estrazione e all'uso di gas, carbone e petrolio, con la definizione di un percorso e tempi di attuazione certi e vincolanti. Anzi, i combustibili fossili non vengono neanche menzionati nel documento finale, il Mutirāo Decision.
Più degli indigeni e delle comunità, nella Cop brasiliana hanno avuto assai più influenza le lobby del fossile, più numerose e aggressive che mai nel mercanteggiare e concludere affari con i rappresentanti istituzionali. Secondo documenti riservati della Cop 30 ottenuti da ReCommon, i lobbisti del fossile sono stati quest'anno 1.602, il gruppo più numeroso di tutte le delegazioni nazionali a parte il Brasile, uno ogni 25 presenti, il +12% rispetto a Baku.
17 erano i lobbisti italiani, con 3 esponenti della Fondazione Enrico Mattei collegata ad Eni, 2 di Confindustria, 4 di Acea, 6 di Enel, 1 di Edison (leader nell'import di GNL), 1 di Venice Sustainability Foundation, collegata a Snam. Massiccia la presenza di lobby legate al greenwashing del fossile: biocarburanti, idrogeno e ammoniaca da fonti fossili e sistemi di cattura e stoccaggio di CO2 (molto energivori fra l'altro), come gli impianti gestiti da Eni e Snam a Ravenna. E pensare che a Baku una trentina di accademici avevano chiesto che almeno alla Cop di Belém si togliessero gli accrediti ai lobbisti.

Nessuno stop né riferimento ai combustibili fossili
Nel corso dei lavori si è creata una situazione di stallo su alcuni punti cruciali: Il principale riguardava le divergenze sugli NDC, con le delegazioni di 80 paesi che chiedevano di adottare una roadmap globale per l'abbandono dei combustibili fossili, proposta dalla ministra brasiliana dell'Ambiente, Marina Silva. Proposta già formulata del resto nella risoluzione della Cop 28 del 2023 di Dubai, ma ignorata a Baku e ignorata anche quest'anno, come abbiamo già accennato, al punto che nel documento finale neanche si nominano le fonti fossili.
Il fronte contrario alla bozza di accordo firmata da 40 paesi, con in testa la Colombia, Panama e i piccoli Stati insulari, che esortava a cessare l'uso di carbone, petrolio e gas, era guidato dall'Arabia saudita e dalle altre petromonarchie, con India, Russia, Indonesia e Cina su posizioni ambigue, finendo così per far pendere la bilancia sul No. I Paesi europei avevano aderito individualmente, tranne Italia e Polonia che invece non avevano firmato la bozza. Il rappresentante dei 39 piccoli stati insulari di Pacifico, Caraibi e Oceano Indiano (Aosis), Victor Stevens, commentava sconsolato: “Il punto è che per stare negli 1,5°C bisogna uscire dai fossili e o si esce o non si esce, non si può uscire un po’ sì e un po’ no”.
Sul tema dello stop ai fossili il Brasile ha promosso insieme alla Colombia un’iniziativa extra ONU, sostenuta da circa 90 Stati, per una conferenza che si terrà il 28-29 aprile 2026 a Santa Marta in Colombia. Un'iniziativa internazionale simile è stata presa per porre fine alla deforestazione, con il Tropical Forests Forever Facility proposto dal Brasile, un fondo d’investimento per preservare le foreste, ma anch'essa extra conferenza e senza un impegno formale di tutti gli Stati firmatari.
Un altro punto di stallo era sul contributo finanziario dei Paesi sviluppati a quelli del Sud globale per coprire i costi della decarbonizzazione, alzando i finanziamenti dai 300 miliardi accettati a malapena a Baku a 1.300 miliardi l'anno entro il 2035: soldi ora scritti nel documento, ma come obiettivo politico, con fondi soprattutto privati (quindi aleatori) e solo una quota minima garantita dagli Stati. Inoltre non c'è un programma vincolante ma solo un sistema di monitoraggio biennale dei progressi. E per coprire i costi dell'adattamento ai cambiamenti climatici, il GGA (Global Goal on Adaptation), molte delegazioni chiedevano di triplicare i finanziamenti rispetto alla Cop 26 di cinque anni fa, con un obiettivo minimo di 120 miliardi l'anno entro il 2035. La richiesta è stata accettata, ma è ben poca cosa considerato che già oggi le necessità dei paesi flagellati dai disastri climatici sono di diverse centinaia di miliardi.

L'Italia negazionista di Mussolini in gonnella
Un altro punto di attrito concerneva i nuovi metodi di rendicontazione delle emissioni, su cui è stato trovato un accordo, non firmato guarda caso dal governo neofascista italiano, che riconosce la disinformazione climatica come un ostacolo alla politica basata sulla scienza, invitando i governi a proteggere l’integrità delle informazioni sul clima. Così come è stato raggiunto, almeno sulla carta e nei principi, un altro accordo sulla “giusta transizione”, concordando un nuovo meccanismo globale per garantire che il passaggio all’energia pulita avvenga in modo equo, inclusivo e capace di proteggere lavoratori e comunità. Intanto, però, dietro le quinte della Cop, una coalizione filonucleare di 33 paesi dell'Europa, del Golfo, dell'Asia e dell'Africa, tra cui anche l'Italia, aderiva alla proposta della World Nuclear Association, sostenuta anche da 140 aziende e 16 istituzioni finanziarie, di triplicare la capacità nucleare globale entro il 2050.
Quanto all'Italia, non firmando né la proposta di roadmap per uscire dal fossile, né l'accordo contro la disinformazione climatica, conferma la criminale linea negazionista del governo neofascista Meloni sul riscaldamento globale, proprio mentre l'Italia era flagellata da alluvioni devastanti in Friuli, Liguria, Veneto e Toscana. E dopo che nella manovra economica sono stati fatti pesanti tagli ai fondi per il dissesto idrogeologico e il soccorso civile. E la sua rivendicata “transizione ecologica economicamente sostenibile” è solo una scusa per poter promuovere il nucleare e continuare ad usare i combustibili fossili, anche se camuffati da ecologici con il greenwashing. Come dimostra l'accordo promosso a Belém, insieme a Brasile e Giappone e col sostegno dell'India, a cui hanno aderito una ventina di paesi in tutto, per quadruplicare entro il 2035 la produzione di biogas, biocarburanti, idrogeno da fossili e altre fonti cosiddette a basse emissioni.
Non c'è da stupirsi, perciò, se nella classifica Climate Change Performance Index 2026 (CCPI) presentata a Belèm, che valuta quanto efficacemente i principali paesi affrontano la crisi climatica, l’Italia si posiziona al 46° posto su 64 paesi, perdendo tre posizioni rispetto al 2024 e 17 rispetto al 2022, quando la ducessa è salita a Palazzo Chigi.
Ciò è un motivo di più per farla finita al più presto con Mussolini in gonnella, prima che assesti altri e più gravi danni al nostro martoriato paese, specie se riuscisse a completare col premierato il piano della P2. Una necessità, quella di spazzare via il suo governo neofascista, di cui i giovani della Generazione Z, quella più sensibile alla sopravvivenza del pianeta, stanno prendendo coscienza mettendolo sempre più al centro delle loro incessanti manifestazioni. Insieme alla lotta contro il capitalismo e l'imperialismo che sono l'origine della guerra e dello sfruttamento dell'uomo e della Terra.

3 dicembre 2025