Contro i Kings o contro i dittatori fascisti?
Attenzione alle parole d'ordine fuorvianti o ingannevoli
Sabato, 15 novembre, presso l'università La Sapienza di Roma, si è tenuta l’assemblea nazionale “Contro i re e le loro guerre”, promossa da una pluralità di realtà sociali, sindacali e politiche che hanno contribuito in maniera significativa alle mobilitazioni di questi mesi contro il genocidio a Gaza, a sostegno della spedizione Global Sumud Flotilla, e contro le misure fasciste del governo Meloni sia in ambito nazionale che internazionale.
L'iniziativa alla quale hanno partecipato oltre 300 persone provenienti da tutta Italia, è stata convocata pubblicamente a inizio novembre attraverso una sorta di lettera aperta pubblicata su Il Manifesto, che recitava: “In Italia si è aperta una crepa. Con la Flotilla abbiamo visto che un movimento largo può rompere la rassegnazione, attraversare confini, mettere in difficoltà poteri che si credevano intoccabili.
“L’Europa – continuava il comunicato - si converte ad armamenti e controllo; il governo Meloni prepara una finanziaria che connette economia di guerra, precarietà, autoritarismo, repressione della libertà d’informazione e d’espressione, patriarcato, militarizzazione della cultura e delle coscienze.”.
Un quadro generale sul quale concordiamo, così come siamo completamente d'accordo sul fatto che questa spinta di assoluto protagonismo delle masse popolari, ed in particolare dei giovani studenti e delle giovani studentesse antifasciste, debba essere in qualche modo incanalato in un movimento più ampio, convergente e unitario per poter sfruttare tutto il suo potenziale antigovernativo.
Qual è la stella polare che a nostro avviso dovrebbe avere questo “movimento”, l'abbiamo detto chiaramente in un articolo pubblicato su Il Bolscevico
n. 43 della scorsa settimana, scaricabile al link https://www.pmli.it/articoli/2025/20251126_43d_CambiareTutto.html, dal titolo “Cambiare tutto? Bene, ma che cosa e con quale obiettivo?”, tuttavia è interessante approfondire anche l'impostazione di questo nuovo contenitore e quali sono le finalità che esso a nostro avviso si pone.
Un movimento nato negli USA
Innanzitutto va detto che il movimento “No Kings” nasce negli USA a seguito di alcune manifestazioni in opposizione “alla deriva autoritaria di Trump”, ed anche nel documento di lancio del suo omologo italiano infatti, si parla di conclamata “svolta autoritaria” del governo Meloni, coprendo ancora una volta la natura e l'operato neofascista dell'esecutivo quantunque gli atti repressivi e i provvedimenti legislativi sulla “sicurezza” siano chiaramente di stampo mussoliniano.
Nel lancio del movimento, peraltro, non solo non si dice che abbattere il governo Meloni è la priorità delle priorità nell'immediato, ma ci si limita a proporre l'avvio di un percorso con “un metodo organizzativo tutto da inventare, ma con la convergenza e l’ambizione di dare forma a grandi progetti comuni, proprio perché la crisi è sistemica e noi non siamo per un nuovo governo, siamo per un mondo nuovo.”. Insomma, giusto puntare in alto, ma non indicare chiaramente che qualsiasi “nuovo mondo” passa innanzitutto dalla cacciata del governo Meloni, espressione attuale degli interessi della borghesia al potere, è un errore grossolano e strategico che finisce per far perdere in concretezza proprio quelle lotte che si auspicano ampie ed incisive fin da subito.
Inoltre non possiamo fare a meno di rilevare che negli USA molti senatori democratici – fra i quali Cris Murphy – hanno evidenziato che uno degli obiettivi della mobilitazione coalizzata attorno allo slogan “No Kings” è quello “di creare un fronte unitario capace di riattivare voti di trumpisti pentiti e del grande bacino di astensionismo su cui è stata predicata l’ascesa della destra populista. (...) Un eventuale successo implica una saldatura con una leadership politica efficace, capace di tradurre l’energia delle piazze in strategia politica.”. In poche parole, quindi, questo movimento oltreoceano non è nient'altro che l'ennesimo tentativo di dare altre vane speranze alle masse popolari e, soprattutto, di recuperare l'astensionismo mettendolo a disposizione dell'opposizione dei Democratici, non meno liberisti, guerrafondai, anticomunisti ed imperialisti dei Repubblicani ora al governo.
Perché allora non prendere spunto da qualche altra pagina di storia per questa “nuova pagina “di convergenza, dal momento in cui si dice di volere un non meglio identificato “mondo nuovo”? Oppure dobbiamo pensare che l'obiettivo finale sia esattamente lo stesso del No Kings a stelle e strisce?
Perché sebbene i promotori affermino che “non si tratta di mutuare esattamente le caratteristiche del movimento statunitense”, da tutti i comunicati e dagli articoli a sostegno, l'alfa e l'omega delle sue coordinate politiche appaiono sostanzialmente le stesse.
Non ci sono “Re”, ma dittatori fascisti espressione dei regimi capitalisti neofascisti
A nostro avviso è ingannevole, se non addirittura fuorviante, anche lo stesso appello ai “Re”, che appartengono al passato e non al 2025. Oggi nei vari Paesi non ci sono regimi monarchici ma regimi capitalisti neofascisti rappresentati, guidati e dominati da dittatori fascisti. E non è esattamente la stessa cosa.
In nessun passaggio del documento di lancio dell'assemblea, né nel suo report conclusivo nel quale si rimanda ad una nuova assemblea il 24 e 25 gennaio invitando ovviamente alla partecipazione alle iniziative di lotta di questo frattempo, si parla mai della madre di tutte le questioni, cioè quella del potere politico, né del sistema economico che ne è alla base.
“Se il mondo intorno a noi rompe con le certezze del passato, anche noi dobbiamo farlo”, si legge; ma ciò cosa significa in definitiva? In quale modo noi possiamo “rompere con le certezze del passato”? Quali sono le “certezze del passato” con le quali dobbiamo rompere? Lo si può solo immaginare, perché dal testo non è dato saperlo.
A nostro avviso dobbiamo romperla con il riformismo, con l'elettoralismo e con il costituzionalismo, perché proprio il passato e la pratica politica e sociale di classe dice chiaramente che fermi restando questi capisaldi della “sinistra” borghese, perdura il capitalismo e il potere politico della borghesia, e le lotte sociali e politiche sono destinate alla sconfitta.
Altresì sappiamo che solo con la via dell'Ottobre – e questo è l'esempio che chi vuole davvero cambiare il mondo deve proporre ai giovani -, con il proletariato al potere e con il socialismo è possibile costruire davvero quella nuova società alla quale aspirano le masse popolari sfruttate e le nuove generazioni, stanche degli sfaceli sociali del capitalismo e dei suoi governi. Anche questa è una “certezza del passato” con la quale però non dobbiamo rompere, bensì rilanciare come obiettivo strategico di ogni mobilitazione antigovernativa e popolare come quelle alle quali stiamo assistendo da mesi, sempre che si voglia compiere un decisivo salto di qualità politica.
Trump, Netanyahu, Giorgia Meloni, Ursula von der Leyen, Putin, Xi Jin Ping, Bezos e Musk, non sono pertanto i nuovi Re, la cui caduta risolve integralmente il problema; essi sono semplicemente i principali agenti del capitalismo e dell'imperialismo che devono cadere assieme al sistema che li esprime e li sostiene, se davvero immaginiamo un “mondo nuovo” di giustizia sociale e di libertà reale per le masse popolari sfruttate ed oppresse.
Il nemico contro il quale dobbiamo far convergere tutta la forza popolare, antifascista ed anticapitalista delle masse e in particolare di quelle giovanili, è proprio il sistema economico capitalista e imperialista che dobbiamo spazzare via in ogni sua struttura e apparato, senza limitarci a destituire un suo rappresentante incarnato dal dittatore fascista di turno, ma non impedendo poi ad un nuovo dittatore, magari nelle forme e nelle fattezze socialdemocratiche, di utilizzare la macchina statale borghese agli stessi fini, seppur con modalità meno acute.
La caduta dei dittatori fascisti e dei loro governi è il primo passo, ma poi, per estirpare “gli immobiliaristi ed i grandi fondi di investimento che speculano sulle nostre città (…) le politiche e l'economia di guerra (…) i confini ed il patriarcato (…) i decreti che cancellano i diritti” come si propongono anche gli organizzatori dell'assemblea del 15 novembre, l'unica soluzione possibile è la conquista del potere politico da parte del proletariato e lo Stato socialista. Non basta che dopo Trump arrivi un nuovo Biden, o dopo Meloni, Schlein o qualche altro demagogo che si spacci per “antisistema” ma che poi finisce per rafforzare il potere politico della borghesia.
Perché allora non c'è traccia da nessuna parte di questo indispensabile orizzonte?
Andare fino in fondo sulla questione palestinese
Anche sulla questione palestinese, le maglie sono larghe, troppo larghe e confuse, se davvero l'orizzonte dell'assemblea del 15 novembre è quello di dare piena libertà al popolo palestinese e compattare su posizioni avanzate l'ampio fronte al quale si rivolge. Il documento infatti dice di riconoscersi “in parole d’ordine chiare come la richiesta della fine dell’occupazione, il rafforzamento delle iniziative di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, e una battaglia che ci accomuna tutti, la lotta per la liberazione di tutti i prigionieri politici e di Marwan Barghouti.”, ma non va oltre. Certamente quelle elencati sono tutte rivendicazioni condivisibili, ma non una parola viene spesa per mettere in luce l'elemento centrale, e cioè la necessità della nascita di uno stato in cui possano convivere in pace due popoli , misura senza la quale il destino dei palestinesi rimarrà di pura oppressione. Se i combattenti antimperialisti che fanno riferimento agli organismi che hanno dato vita all'assemblea hanno gridato forte in tutte le piazze “Palestina libera dal fiume al mare”, perché i loro rappresentanti non si pongono conseguentemente l'obiettivo chiaro e risolutivo come “Uno Stato, due popoli”. Perché allora non proporlo come comune denominatore?
La stella polare del socialismo
Oggi continuare a parlare di “Re” finisce solo per ingannare e fare confusione, evitando opportunisticamente di denunciare e attaccare i dittatori fascisti dei governi borghesi e il sistema economico capitalista e imperialista che costoro rappresentano. Quello è l'elemento centrale e decisivo per cambiare aria.
L'appello di convocazione si chiude con la seguente frase: “A chi ci chiede di essere suddite e sudditi rispondiamo che non abbiamo bisogno del loro permesso per essere liberi e libere”. Ribellarsi contro i dittatori fascisti è giusto ma ciò non è sufficiente a renderci liberi, perché la vera libertà per gli schiavi salariati, le masse oppresse e gli sfruttati, non potrà mai esserci fino in fondo nel capitalismo.
Per ottenerla è indispensabile abbattere questa marcia società capitalista con la rivoluzione proletaria e costruire il socialismo sulle sue ceneri, stella polare che anche l'assemblea del 15 novembre si guarda bene dal proporre agli anticapitalisti e agli antifascisti, anche a quelli più avanzati e combattivi ai quali si rivolge e che sarebbero per coscienza, predisposizione e natura pronti a battersi per conquistarlo.
10 dicembre 2025