Mussolini in gonnella non riuscirà a fermare la lotta degli operai ex Ilva per il lavoro
Blocchi stradali a Genova e Taranto. Lacrimogeni della celere sugli operai a Genova, un ferito. Gli operai sradicano le grate della polizia con una ruspa
Il PMLI appoggia con forza la sacrosanta lotta degli operai ex Ilva fino alla vittoria

Esplode la rabbia operaia. Come promesso quando avevano tolto i blocchi stradali il 20 novembre, quella sarebbe stata soltanto una breve pausa, in attesa dell'incontro con il governo fissato per la settimana successiva, poi dimostratosi inconcludente, poiché è stato riconfermato il piano di chiusura presentato dal ministro Urso. Di conseguenza per i lavoratori ex Ilva dicembre è iniziato con una raffica di scioperi, blocchi stradali e manifestazioni.
Stavolta la protesta è salita di tono, mostrando quanto sia forte la rabbia, ma anche la forza e la determinazione degli operai ex-Ilva. Dal primo giorno del mese i lavoratori hanno rimesso in piedi i presidi. Il giorno successivo a Taranto la protesta ha varcato i cancelli dell’impianto e si è trasferita nuovamente sulle strade, bloccando la statale 7 Appia. Poi è arrivata fino alla statale ionica per la Calabria e al raccordo di collegamento tra Bari e Taranto. Una mobilitazione permanente e a oltranza. I lavoratori hanno mantenuto i blocchi interni ed esterni alla fabbrica, poi hanno continuato il presidio lungo le arterie stradali. Sono stati anche esplosi fuochi d'artificio per richiamare l'attenzione sulla protesta, mentre falò improvvisati sono stati accesi per tutta la notte, per fronteggiare il calo delle temperature.
La Cgil di Taranto in un comunicato affermava: “I lavoratori chiedono un’assunzione di responsabilità della politica rispetto al futuro di migliaia di occupati, di un intero territorio e di un asset fondamentale qual è quello dell’acciaio per l’intero sistema produttivo italiano”. Intanto la Fiom segnalava i primi effetti del piano del governo: “l’azienda dell’appalto Semat Sud ha annunciato la chiusura e 220 licenziamenti”. Le proteste e i blocchi proseguivano anche il giorno successivo. Dopo due giorni le segreterie Fim, Fiom Uilm e Usb di Taranto decidevano di sospendere momentaneamente lo sciopero a oltranza, ma non la lotta. Le sigle metalmeccaniche ritengono “inaccettabile il silenzio del governo che ad oggi si è mostrato totalmente indifferente al grido di sofferenza di migliaia di lavoratori che hanno scioperato in questi giorni. Continueremo a mobilitarci fino a quando non arriverà la convocazione di un tavolo unico a Palazzo Chigi che porti al ritiro del piano di chiusura”.
Stesso scenario al Genova. La mattina del 2 dicembre, dopo l’assemblea, i lavoratori sono partiti in corteo affiancati da alcuni colleghi di Ansaldo Energia e Fincantieri solidali con la protesta, bloccando l’autostrada A10 e sfilando sul Ponte San Giorgio, l'ex ponte Morandi crollato nel 2018, che per la prima volta è stato chiuso al traffico. Autostrade è così stata costretta a chiudere la A7 Serravalle-Genova all’altezza del bivio con la A12 in entrambe le direzioni. “Lanciamo un messaggio al governo, contro le chiacchiere”, ha detto il sindacalista della Fiom Armando Palumbo durante il corteo che ha bloccato buona parte della città. In precedenza i lavoratori avevano paralizzato l’area partenze dell’aeroporto “Cristoforo Colombo”.
Il giorno successivo continuava la mobilitazione, con un alleggerimento delle manifestazioni in strada in vista dello sciopero dei metalmeccanici genovesi, ma rimanevano i presidi alla stazione di Cornigliano e su viale Guido Rossa. Uno sciopero indetto da Fiom-Cgil, Fim-Cisl con l'adesione di Usb, mentre non c'era la firma della Uilm perché “non era stata consultata”. Hanno avuto un bel coraggio i dirigenti di questo sindacato a protestare perché allontanati dalla fabbrica al grido di “andatevene, non vi vogliamo”, dopo aver preso la decisione di boicottare lo sciopero del 4 dicembre in un momento decisivo come questo.
Allo sciopero hanno partecipato oltre 5mila persone. “Genova lotta per l'industria", si leggeva sullo striscione alla testa, tenuto dalle tute blu dell'ex Ilva. Con loro gli operai di tutte le altre fabbriche del ponente genovese, da Fincantieri ad Ansaldo, alla Piaggio, i portuali e alcuni gruppi studenteschi. La tensione era alta, giorni e giorni di sciopero e una vertenza che, complessivamente interessa 18mila lavoratori. A scaldare gli animi ci ha poi pensato il governo, con la provocazione di chiudere la piazza della Prefettura con delle grate stile G8 che si tenne in città nel 2001, creando di fatto una zona rossa inaccessibile.
Quando il corteo è arrivato allo sbarramento alcune decine di operai hanno cominciato a sbattere i loro caschi gialli sulle grate. La celere ha iniziato a lanciare lacrimogeni per allontanare i manifestanti che gridavano “lavoro, lavoro”, “ci dovete arrestare tutti”, “Urso bugiardo, sei solo un codardo” e “Governo di merda”. I lavoratori, senza lasciarsi intimorire dal fitto lancio di lacrimogeni, che hanno ferito alla testa un operaio, hanno agganciato le grate a una catena e le hanno sradicate con una ruspa utilizzata per movimentare l'acciaio. La manifestazione è poi proseguita fino alla stazione di Genova-Brignole, sventolando bandiere e accendendo fumogeni. Dopo aver occupato l'atrio, i lavoratori si sono trasferiti sulle banchine dove scorrono i binari. Il traffico ferroviario è stato bloccato per circa un ora.
Il PMLI appoggia con forza la sacrosanta lotta degli operai ex Ilva fino alla vittoria. Una lotta di carattere nazionale che investe gli interessi di tutta la classe operaia. la vile repressione degli operai a Genova da parte di Meloni, Mussolini in gonnella, non riuscirà a fermare la lotta degli operai per il lavoro, gli stabilimenti non devono essere chiusi e l'ex Ilva deve essere nazionalizzata. Invitiamo tutti i sindacati a unirsi e a proclamare uno sciopero generale nazionale dei metalmeccanici, con manifestazione a Roma sotto Palazzo Chigi. Un plauso e la solidarietà militante agli operai della Fiom che si sono battuti esemplarmente in piazza a Genova.
Gli operai ex Ilva stanno dimostrando come la lotta di classe è la strada maestra per difendere l'occupazione, i diritti e la dignità dei lavoratori, di gran lunga più efficace dell' “opposizione” parlamentare e delle iniziative dei vari partiti borghesi. A conferma di questo, mentre scriviamo, alcune novità emergono dall’incontro tra ministero, enti locali e commissario straordinario sul mantenimento della produzione nello stabilimento ex Ilva di Cornigliano. Il commissario si è impegnato a far ripartire la linea dello zincato con l’arrivo di 24mila tonnellate di acciaio da lavorare, bilanciando questo “rifornimento” con quello relativo alla banda stagnata, mantenendo quindi i livelli occupazionali, nello stabilimento genovese.
Ovviamente questo è solo una piccola boccata d'ossigeno per Genova, mentre si attendono notizie più precise per Taranto, la fabbrica da cui dipendono tutte le altre. Al momento sembra che “il piano corto” sia stato ritirato, così come l'estensione della cassa integrazione, ed è stato promesso che ci sarà il revamping (il ripristino) dell'Altoforno 2 dell'acciaieria tarantina. Non bisogna cadere nella trappola del ministro Urso e del governo, che stanno tentando di dividere i lavoratori tra i vari stabilimenti. Non a caso si è discusso in due incontri separati il destino delle fabbriche del nord e quello del siderurgico pugliese. Un tentativo che in parte viene assecondato dal presidente della Liguria Marco Bucci, della destra, e dalla sindaca di Genova Silvia Salis, del “centro-sinistra”. La lotta deve essere unica, come lo è stata finora.
L'obiettivo deve rimanere quella dell'intervento diretto dello stato e della nazionalizzazione, attuando la decarbonizzazione, non c'è più tempo da perdere. Non si può andare avanti con misure tampone, in larga parte utilizzando soldi pubblici, per poi cedere a qualche privato l'ex-Ilva per trarne profitto e poi lasciarla in condizioni peggiori di come era stata trovata. Misure che non hanno salvaguardato ne l'occupazione, ne la salute, tanto che la produzione spesso è potuta andare avanti soltanto forzando le leggi o falsificando la quantità di emissioni prodotte. Un siderurgico in queste condizioni non fa più gola a nessun privato, il ministro Urso e il governo non hanno più alibi a cui appigliarsi.
Viva la lotta di classe degli operai della ex Ilva, si stanno comportando in modo esemplare nella battaglia in difesa del posto di lavoro. Tremino Mussolini in gonnella e i padroni, gli operai ex Ilva non hanno niente da perdere fuorché le loro catene.
 

10 dicembre 2025