La questione musicale nel socialismo sovietico alla luce dei principi del realismo socialista
Perché fu criticata in Urss “Lady Macbeth del distretto di Mcensk” di Shostakovich
Il 7 dicembre nel Teatro alla Scala di Milano è stata rappresentata la Prima dell'opera del compositore russo Shostakovich “Lady Macbeth del distretto di Mcensk”. Un'opera accompagnata da una lunga diretta Rai, officianti il giornalista di regime e antistalinista viscerale Bruno Vespa e la demo-berlusconiana Milly Carlucci, in cui si sono avvicendati numerosi personaggi a commentarla unicamente per vomitare veleno anticomunista contro l'Urss di Stalin. Qui di seguito chiariamo i termini del dibattito e delle critiche che allora furono mosse a quella opera.
Premessa storico-ideologica
“Lady Macbeth del distretto di Mcensk”
di Dmitrij Šostakovič, rappresentata per la prima volta nel gennaio 1934 e frutto della composizione del 1932–33, suscitò un intenso dibattito politico e artistico nella società sovietica ben prima della celebre condanna del 1936. La sua accoglienza iniziale rivelò una profonda frattura tra il pubblico sovietico ideologicamente maturo e gli ambienti critici ancora permeati da elementi piccolo-borghesi.
L’opera, infatti, debuttò a Leningrado e successivamente a Mosca con grande entusiasmo da parte degli intellettuali formalisti e degli ambienti critici impregnati di estetismo, che la esaltarono come novità “moderna”, “ardita” e “socialmente impegnata”. In parallelo, la critica borghese dei paesi capitalistici – sempre pronta a magnificare le deviazioni dal realismo socialista – salutò l’opera come una delle più significative innovazioni musicali provenienti dall’URSS, cogliendovi proprio ciò che per il pubblico sovietico rappresentava un limite: la rottura con la chiarezza ideologica e popolare.
Di tutt'altro segno fu la reazione del pubblico sovietico composto prevalentemente da operai, contadini e impiegati. Questo pubblico – portatore di una coscienza ideologica avanzata – reagì negativamente dal punto di vista sia musicale sia contenutistico. Sul piano musicale, giudicò l’opera cacofonica, caotica, eccessivamente influenzata dalle “avanguardie occidentali” e dagli esperimenti formalisti tipici delle culture artistiche in declino dei paesi capitalistici. Sul piano contenutistico, rifiutò la rappresentazione naturalistica dell’adulterio, della violenza e dell’omicidio, nonché la raffigurazione pessimistica e distorta della donna e della società zarista. In un contesto socialista fondato su valori morali elevati e su una funzione educativa dell’arte, tale contenuto appariva incompatibile con le esigenze della cultura proletaria.
Emersero così due posizioni contrapposte: da un lato, gli intellettuali piccolo-borghesi – tra cui anche membri del Partito – che difendevano in modo astratto la “libertà delle forme” e l’“innovazione” a prescindere dal contenuto; dall’altro, il pubblico sovietico consapevole e politicamente impegnato, che rivendicava una musica chiara, melodica, ottimistica, coerente con il realismo socialista. Quest’ultimo chiese apertamente un intervento del Partito sulla questione, percependo nell’opera una deviazione ideologica potenzialmente dannosa.
Fu in questo contesto che, il 26 gennaio 1936, la dirigenza del Partito Comunista e del governo sovietico – tra cui Stalin, Molotov e Ždanov – assistette a una rappresentazione dell’opera nell’ambito del Festival della Musica Sovietica. Due giorni dopo, il quotidiano Pravda pubblicò il celebre articolo editoriale “Confusione invece di musica”
, che condannava l’opera con una critica politica e artistica rigorosa. Sebbene non scritto direttamente da Stalin, l’articolo fu certamente ispirato, discusso e approvato da lui e rispecchiava fedelmente la linea culturale del Partito, allora già orientata alla difesa delle posizioni del realismo socialista e alla lotta contro ogni rigurgito formalista.
La pubblicazione dell’articolo “Confusione invece di musica”
va compresa come un intervento volto a ribadire la funzione sociale della musica in una società socialista. Secondo il materialismo storico, l’arte non è mai neutrale: essa riflette e contribuisce ideologicamente alla lotta di classe del suo tempo. Esso non va interpretato come una mera presa di posizione contingente contro un’opera specifica, quanto come un intervento politico-culturale organico, volto a difendere la linea fondamentale del realismo socialista nel campo dell’arte musicale. Questo testo appare ancor più chiaramente come una denuncia coerente delle tendenze formaliste piccolo-borghesi e dell’estetismo degenerativo che rischiavano di penetrare nella cultura artistica sovietica negli anni Trenta.
Il realismo socialista come criterio oggettivo e di massa
L’articolo della Pravda
insiste sull’aspettativa crescente delle masse sovietiche verso una musica buona, chiara, melodica, capace di parlare al popolo. Questa esigenza – lungi dall’essere un gusto ingenuo o filisteo – rappresenta l’essenza stessa del criterio estetico marxista-leninista: la musica, come ogni arte, dev’essere comprensibile, popolare, radicata nella vita del popolo, capace di esprimere sentimenti autentici e non artificiosamente contorti.
Il compito della cultura socialista è servire il popolo, e dunque essere profondamente nazionale nella forma e socialista nel contenuto. L’arte non può rivolgersi a corporazioni di esteti decadenti, ma alla classe operaia e ai contadini cooperativi, protagonisti della costruzione del socialismo. Ciò implica che la musica debba essere melodica
, espressiva
, emotivamente vera
, radicata nella tradizione progressiva russa ed europea, e non nelle torsioni sperimentali proprie delle correnti decadenti occidentali.
È proprio questo criterio che la Pravda
individua come violato da Šostakovič nella sua “Lady Macbeth”
, definita non un’opera ma un “flusso di suoni deliberatamente discordanti e caotici”. L’incomprensibilità musicale non è qui un accidente estetico: è una rottura con la funzione sociale dell’arte socialista.
Il formalismo come deriva piccolo-borghese
Il concetto di formalismo, cardine della critica sovietica alla musica degenerata, trova nel caso di “Lady Macbeth”
un esempio paradigmatico. L’articolo denuncia “tentativi formalisti piccolo-borghesi” e “espedienti originali e a buon mercato”, individuando nel caos sonoro non un limite tecnico ma una scelta di poetica.
Con formalismo si intende la tendenza dell’artista a sostituire il contenuto sociale con l’autocompiacimento tecnicista, a privilegiare la forma fine a sé stessa, l’effetto specialmente rumoristico, l’elaborazione intellettualistica sulla comunicazione sincera con il popolo. Tale tendenza è oggettivamente reazionaria, in quanto distoglie dalla costruzione della nuova cultura socialista e reintroduce nella società sovietica elementi antisociali propri dell’arte borghese in decadenza.
L’uso “nervoso, convulso ed epilettico” del jazz, denunciato da Pravda
, è un esempio concreto di tale deviazione: lo stile jazzistico, associato a una cultura capitalistica e disordinata, è assunto come vettore di sensualismo e di disgregazione morale, anziché essere filtrato criticamente e rielaborato in chiave nazionale e popolare.
Naturalismo rozzo contro realismo socialista
Una delle critiche più profonde poste dalla Pravda
riguarda l’aspetto drammaturgico e ideologico dell’opera. L’articolo contrappone la “grossolana naturalità” della rappresentazione di Šostakovič – fatta di urla, scene di violenza, esibizionismo amoroso – alla chiarezza, alla limpidezza, alla profondità morale richiesta dall’estetica sovietica.
Il realismo socialista non è fotografica riproduzione della realtà, ma raffigurazione tipica di caratteri tipici in circostanze tipiche
, guidata da un’ideologia progressiva. Il naturalismo rozzo, al contrario, si limita a mostrare la crudezza della vita senza elevarla, senza trasfigurarla artisticamente, senza orientarla verso il futuro socialista.
In Lady Macbeth
, la protagonista Katerina Izmailova viene presentata – secondo la Pravda
– come una vittima sociale in modo distorto e ideologicamente errato, conferendo alla novella di Leskov un significato che essa non possiede. Qui il giornale individua un pericolo politico: la trasformazione di un personaggio criminale in figura di simpatia mina la moralità socialista e reintroduce nella narrativa scenica una visione nichilista e pessimistica della società.
La questione della “complessità”: confusione contro profondità
Un punto nodale della critica sovietica al formalismo è la distinzione tra complessità autentica e complessità fittizia. L’articolo della Pravda
accusa Šostakovič di temere la semplicità melodica – definita quasi come un incidente da cui fuggire – e di sostituire la profondità emotiva con un accumulo di effetti dissonanti.
La complessità non è un valore in sé, la musica può essere profonda solo se fondata su un linguaggio accessibile alle masse. La semplicità, secondo il realismo socialista, non è semplificazione, ma chiarezza; non è primitivismo, ma verità. La fuga nella dissonanza continua, nella struttura frammentaria e nella parodia stilistica è dunque, secondo l’estetica socialista, un escamotage per mascherare l’assenza di contenuto esplicito.
Il carattere “impossibile da ricordare” della musica di “Lady Macbeth”
è particolarmente significativo: la melodia è nella tradizione russa il veicolo principale della memoria collettiva; la sua dissoluzione è indice della perdita di radicamento nella cultura popolare.
Il ruolo del compositore come educatore socialista
Infine, l’elemento politico-pedagogico contenuto nella critica della Pravda
è perfettamente coerente con la linea del Partito sulla musica promossa da Stalin. Šostakovič viene rimproverato di non aver soddisfatto le aspettative del pubblico sovietico e di essersi rivolto, consapevolmente, a un pubblico borghese occidentale affamato di “novità” decadenti. Ciò significa che l’opera, lungi dall’essere culturalmente neutra, diventa portatrice di influenze estranee, addirittura ostili al socialismo.
Ciò che il potere politico della classe operaia voleva è che il compositore sovietico non fosse un artista isolato, che inevitabilmente finisce nello sprofondare nella preesistente e ancora radicata ideologia borghese, ma un costruttore della nuova società socialista. La sua arte deve possedere un alto contenuto ideologico, una funzione educativa, un carattere ottimista e progressivo. L’opera di Šostakovič, al contrario, viene accusata di diffondere una “celebrazione della lussuria mercantile”, di esaltare la volgarità e la brutalità anziché combatterle, di introdurre nella scena sovietica elementi degenerativi borghesi che il socialismo intende rimuovere dalla vita sociale.
L’eredità della critica sovietica
L’articolo della Pravda
rappresentano un momento della linea ideologica di difesa dell’arte come strumento di elevazione culturale delle masse e come arma rivoluzionaria proletaria nella lotta contro le sopravvivenze ideologiche borghesi. “Lady Macbeth del distretto di Mcensk”
viene presa come esempio emblematico di deviazionismo formalista e naturalistico, e il suo rifiuto costituisce una riaffermazione della funzione storica dell’arte musicale sovietica:
essere chiara, melodica e popolare;
essere moralmente elevante e progressiva;
essere ideologicamente limpida e capace di fornire modelli positivi;
essere radicata nella tradizione e orientata verso il futuro socialista.
La critica del 1936 appare dunque non come una censura episodica, ma come un intervento organico nella battaglia per la cultura socialista (il Lady Macbeth
di Šostakovič non fu censurato preliminarmente ma bandito solo dopo un vasto dibattito pubblico di critica dal basso del pubblico, durante i due anni in cui l’opera venne rappresentata nei teatri sovietici), finalizzato a garantire che l’arte musicale sovietica si sviluppi nella direzione del realismo socialista e non devii verso i vicoli ciechi dell’estetismo borghese.
17 dicembre 2025