La Cina di Xi non è comunista
Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
Gentile direttrice, sono una studentessa della specialistica di Economia a Roma, ho il piacere di inviare questo articolo che sfata i luoghi comuni sulla Cina del presunto socialismo reale.
La Cina post-zedonghiana, soprattutto dal 1980 al 2010, ha beneficiato di tutte le controtendenze che Marx individua come contrasto alla caduta del saggio di profitto: 1. Abbondantissima forza-lavoro a basso costo → v molto basso; centinaia di milioni di lavoratori migranti dalle campagne; salari bassissimi rispetto agli standard occidentali; lunghissime giornate lavorative.
Questo ha generato enormi plusvalori (p) con v ridotto, e quindi un saggio di profitto elevato.
Per decenni la Cina ha potuto: assorbire nuova manodopera; espandere la produzione allargata; costruire nuove fabbriche ad alta intensità di lavoro vivo.
In questa fase, il lavoro vivo cresceva insieme al capitale, mantenendo alto il saggio di profitto.
3. Stato pianificatore come grande “controtendenza”
Lo Stato cinese: dirige il credito; controlla settori strategici; assorbe le perdite delle SOE (State Owned Enterprises); guida l’accumulazione.
Questo consente un uso politico del capitale, che può sostenere il profitto anche quando le condizioni “da manuale” del capitalismo porterebbero a un calo.
Dopo il 2010 avviene una trasformazione profonda: la Cina esce dalla “fase estensiva” e entra nella “fase intensiva”.
1. Salari in aumento (v ↑); i salari cinesi sono cresciuti moltissimo: miglioramento delle condizioni di vita; urbanizzazione; lotte operaie reali (scioperi Foxconn, Honda, ecc.); politiche statali per aumentare la domanda interna
v aumenta → se p non aumenta più velocemente, p’ tende a scendere.
2. Composizione organica (c/v) in forte aumento
Automazione, robotica, IA, transizione tecnologica. La Cina è il primo acquirente mondiale di robot industriali; industrie automobilistica, elettronica e logistica altamente automatizzate; investimenti enormi in macchine, data center, AI, chip.
c aumenta molto più di v. Il cuore della legge marxiana.
3. Rallentamento dell’export
La Cina non cresce più del 10% annuo: la domanda mondiale si satura, il commercio rallenta.
Meno mercato → meno realizzazione del plusvalore.
4. Caduta documentata del saggio di profitto interno. Studi marxisti (Roberts, AMR, Shaikh) mostrano che il saggio di profitto cinese: è cresciuto fino al 2008; è calato stabilmente dal 2009 a oggi.
Esattamente ciò che Marx prevede nella maturità di un’economia industriale.
La Cina tenta di contrastare la caduta del saggio di profitto con un passaggio massiccio al capitalismo digitale di Stato: Alibaba, Tencent, Huawei; piattaforme digitali; IA generativa nazionale (Baidu, Alibaba, ByteDance); robotica, chip, automazione; smart manufacturing (Made in China 2025)
Ma: queste tecnologie aumentano il capitale costante (c) più di quanto aumentino il lavoro vivo (v). Quindi accelerano la tendenza fondamentale della legge, non la riducono. Inoltre, anche in Cina: il digitale genera rendita, non valore nell’accezione marxiana; l’IA sostituisce lavoro vivo; la competizione per la supremazia tecnologica aumenta i costi.
Questo porta a un capitalismo cinese più simile a quello occidentale: più monopolistico; più basato su piattaforme; più dipendente da capitale fittizio; con cicli finanziari interni sempre più significativi.
La Cina riesce a contenere la caduta del saggio di profitto più di altri Paesi grazie a:
1. Pianificazione industriale (non centrale, ma strategica); 2. Controllo delle banche (che possono finanziare perdita temporanee); 3. Interventi diretti sui cicli di sovrapproduzione; 4. Controllo dei settori strategici (energia, trasporti, acciaio, telecomunicazioni); 5. Limitazione del capitale finanziario puro; 6. Espansione all’estero (Nuova Via della Seta) come controtendenza
Sono tutte controtendenze che Marx elenca come possibili mitigazioni.
La Cina non “smentisce” Karl Marx! Ne conferma la dinamica: dopo una fase di altissimo saggio di profitto (1980–2010); entra nella fase di maturità capitalistica; vede aumentare c/v; registra un calo del tasso di profitto interno; compensa con controtendenze politiche, statali, internazionali.
La Cina è un capitalismo ibrido: non pienamente “capitalista classico”; non “socialista” nel senso di abolizione del valore; un sistema dove lo Stato mantiene la capacità di gestire e rimodellare i trend.
La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto si applica alla Cina in pieno.
La Cina ha goduto di controtendenze potentissime per 30 anni. Ora, entrata nella maturità industriale e digitale, sperimenta il meccanismo classico: aumento della composizione organica; aumento dei salari; rallentamento dell’accumulazione; tentativo di compensazione con digitale e rendite.
Lo Stato cinese permette una gestione politica del ciclo del profitto più efficace dell’Occidente, ma non lo abolisce.
Carol F., studentessa Economia Roma3

17 dicembre 2025