Lettere

La “stretta” sulla scuola e la speranza in un 2026 migliore
Sembra che al peggio non si possa porre fine. Senza la politica del fronte unito che propugnate - come leggo - da decenni sarà impossibile cambiare questo triste destino. Ogni settimana ne succede una, ma nel settore scuola troppi tacciono. Nel frattempo, arriva altra “stretta” ed arriva proprio in un momento storico in cui, specie in alcune regioni, i rapporti fra la categoria e i vertici dell’amministrazione non si possono definire propriamente idilliaci. Sarà un caso?
“Mettiamo per ora da parte l’interrogativo (piuttosto inquietante, per la verità, perché aprirebbe scenari di utilizzo strumentale di operazioni di polizia giudiziaria) per passare al nodo della questione. Ebbene, si tratta di un “giro di vite” che, se da un lato rappresenta un importante segnale di attenzione nei riguardi di un tema fondamentale su cui non ci si può permettere alcuna distrazione, dall’altro costituisce, innegabilmente, un ulteriore aggravio di responsabilità e rischi per molti dirigenti scolastici che operano in strutture spesso datate, difficili da gestire, non a norma, fatiscenti, scarsamente manutenute da enti proprietari poco solleciti a rispondere e intervenire tempestivamente". Cosi commenta Di.S.Conf., in una nota, mentre Anp tace insieme ad Ugl e ai sindacati generalisti.
Saluti di resistenza a tutti e speriamo in un 2026 migliore in cui il socialismo possa scrivere una nuova e più pagine di storia.
Marco, socio Di.S.conf - Frosinone
 
Catania, scuola sempre più militarizzata. Usb: "La scuola non si arruola!"
Nel comune metropolitano di Catania non passa un solo giorno che non si registri nelle scuole pubbliche statali di ogni ordine e grado la presenza di militari italiani o di militari statunitensi della base Nato di Sigonella, o di poliziotti e carabinieri. Forze militari e forze di polizia presenti attivamente nelle scuole a Catania tramite "incontri informativi" sulle carriere nelle forze armate e di polizia, coinvolgendo studentesse e studenti in modo particolare delle scuole secondarie, su temi di difesa, NATO e sicurezza. Massiccia la presenza di unità del 62° Reggimento di Fanteria "Sicilia" che organizza direttamente gli "eventi" negli edifici scolastici e nelle caserme. Ovviamente, la militarizzazione della scuola pubblica statale avviene attraverso i dirigenti scolatici o i protocolli firmati dall'Ufficio Scolastico Regionale con forze armate e forze di polizia.
Insomma, come denuncia l'Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell'Università, "nelle scuole si educano le nuove generazioni a comportamenti individuali virtuosi, mentre le politiche nazionali vanno nella direzione opposta con guerre e distruzione".
Usb Scuola si oppone attivamente alla costante militarizzazione della scuola pubblica statale che mira a strumentalizzare l'istruzione per piegarla alle logiche di profitto e di reclutamento che tendono palesemente alla normalizzazione della guerra e alla militarizzazione della scuola e delle stesse città.
La scuola non si arruola!
No alla normalizzazione della guerra!
Usb Scuola Catania
 
Ponte sullo Stretto, nuove critiche e solite difese governative
In un articolo pubblicato su "Il Centro" e ripreso da Adnkronos una delle società progettiste del Ponte sullo Stretto di Messina risponde alle critiche bollandole come "Fake news". L'articolo cita il CEO di Proger S.p.A. (società di project management e di engineering), Marco Lombardi, quale autore delle dichiarazioni in supporto del Ponte sullo Stretto. Viene nuovamente posta in essere la questione dell'italianità del ponte, essendo effettivamente la Proger italiana; nell'articolo vengono anche citate COWI e Rocksoil.
A meno di non sostenere, come sarebbe piaciuto a un Salvini "vecchia maniera", che il padano sia imparentato con le popolazioni nordiche, di italiano COWI ha poco, essendo danese. Rocksoil invece è una società di geoingegneria con sede a Milano, facente riferimento ad una conoscenza del secondo e terzo governo Berlusconi, il Prof. Ing. Pietro Lunardi. Ma l'italianità, alla fine, ha importanza? Evidentemente sì per l'attuale governo, che pone la questione della "sacra patria" come monito e bandiera, quasi come se qualsiasi tipo di critica rivolta all'operato di Meloni e ministri fosse esclusivamente antipatriottico e disfattista. Porre dei dubbi sul progetto è invece legittimo e ogni ingegnere civile che si rispetti dovrebbe fermarsi dinanzi al problema della fattibilità del Ponte, in un'ottica estremamente cautelativa.
Successivamente vengono citate le prove effettuate in galleria del vento, rassicurando che sono state effettuate per venti pari a 290 km/h; inutile aggiungere che anche sul fronte ambientale e sismico vengono fornite altre rassicurazioni e bollati come visionari coloro che hanno sollevato dubbi. In sostanza non si fa altro che sostenere la bontà di un progetto, che però è definitivo, non è esecutivo. Possibile che non vengano poste le questioni su quali potrebbero essere le variazioni del progetto da definitivo ed esecutivo e quale potrebbe essere l'aumento dei costi durante l'iter realizzativo e nel post realizzazione? Non è tanto sulla fattibilità del ponte, sul quale gli accademici e i professionisti potrebbero discutere per ore, o sulla sua italianità che si dovrebbe discutere, bensì sui costi che dovrà sostenere la popolazione italiana. È quantomeno sconcertante vedere che il governo prima e i sostenitori di un determinato progetto poi (che sia ponte, legge o iniziativa) si aggrappino all'italianità come prima ragione. Ci fosse un Achille Starace in parlamento saremmo costretti a correre su tapis-roulant, cyclette o nei parchi per essere dei bravi cittadini italiani?
Davide - Milano
 
Cosa dire sulla gestione dei beni confiscati alla mafia
Attualmente i beni confiscati, dall'ultima stima del 2025, sarebbero non meno di 25.000 tra immobili, aziende, beni mobili e attività finanziarie. Quasi il 50% dei beni sottratti ai clan mafiosi - e non solo - si trova in Sicilia, e la maggioranza di essi si trovano a Palermo, a Catania e a Trapani.
Molti di questi beni sono ancora inutilizzati o abbandonati a se stessi: "Da Torino a Venezia, passando per Rimini e la Sicilia - come sottolinea la giornalista Lucina Paternesi in una recentissima inchiesta di Report - i sindaci lamentano tempi lunghi per l’assegnazione, mancanza di fondi per ristrutturare gli immobili e tanta confusione burocratica; alla fine, troppo spesso, gli immobili deperiscono dopo anni di abbandono".
E in questo quadro i beni aziendali, quelli rimasti attivi anche dopo la confisca, rischiano di chiudere, massacrando lavoratrici e lavoratori.
Per capire meglio di cosa stiamo parlando addentriamoci nelle tre tipologie che costituiscono i beni confiscati:
1) Beni mobili: denaro contante e assegni, liquidità e titoli, crediti personali (cambiali, libretti al portatore, altre obbligazioni), oppure autoveicoli, natanti e beni mobili non facenti parte di patrimoni aziendali. Di norma, le somme di denaro confiscate o quelle ricavate dalla vendita di altri beni mobili sono finalizzate alla gestione attiva di altri beni confiscati.
2) Beni immobili: appartamenti, ville, terreni edificabili o agricoli. Lo Stato può decidere di utilizzarli per “finalità di giustizia, di ordine pubblico e di protezione civile” come recita la normativa, ovvero trasferirli al patrimonio del comune nel quale insistono. L’ente locale potrà poi amministrarli direttamente o assegnarli a titolo gratuito ad associazioni, comunità e organizzazioni di volontariato.
3) Beni aziendali: fonti principali di riciclaggio del denaro proveniente da affari illeciti. I sequestri e le confische coprono una vasta gamma di settori di investimento: industrie attive nel settore edilizio; aziende agroalimentari; ristoranti e pizzerie; interi centri commerciali; discoteche; strutture turistiche; alberghi; banche.
Adesso, attenzionando i "Beni aziendali", scopriamo che il dato che riguarda le aziende confiscate è devastante. Infatti, il 90% delle aziende confiscate ha già cessato attività. Un dato che diventa tragico perché le vittime principali di questo “fallimento” sono le lavoratrici e i lavoratori, che prima hanno dovuto subire i proprietari mafiosi; poi, fra il sequestro e la successiva confisca provvisoria, hanno dovuto subire l’entrata in scena della macchina burocratica della giustizia; e ancora con la confisca definitiva, hanno subito o continuano a subire una serie di rimpalli di competenze fra i vari soggetti istituzionali interessati, rimpalli pilateschi che possono durare anni e anni.
E in questo scenario assurdo le lavoratrici e i lavoratori vedono morire le aziende, rese ormai strutture con impianti obsoleti e, spesso, non più a norma con le leggi vigenti.
Questa situazione ne genera anche un'altra, forse inaspettata, quella che vede lavoratrici e lavoratori che provano a costituirsi in cooperativa “per rilevare l’attività d’impresa”, e spesso impegnano il proprio Tfr. Ma, c'è un nemico inaspettato d'affrontare, lo Stato con il suo apparato burocratico e, alla fine, la cooperativa non decolla, si blocca nel nulla e nel frattempo o sono cambiate le normative o è già avvenuta la liquidazione da parte dello Stato della società confiscata che lavoratrici e lavoratori volevano rilevare.
Succede, anche, che parte di aziende confiscate alla mafia, ritornino ai soci non ritenuti collusi con i clan, ma che operavano con i soci arrestati e condannati per partecipazione alla mafia o per partecipazione esterna.
Cosa direbbe Pio La Torre sulle modalità di gestire da parte dello Stato dei beni confiscati alla mafia?
Orazio Vasta, giornalista freelance

24 dicembre 2025