I principali esponenti del socialismo pre-marxista
Owen
Robert Owen (1771-1858)
, gallese di origine, di formazione razionalistica (conosceva molto bene il pensiero politico e non degli illuministi francesi e inglesi) sarà "manager" o meglio associato alla gestione di fabbriche in Scozia (Lanark-New Lanark), negli USA, ma si impegnerà poi anche come educatore e come teorico di un modello di socialismo, che Marx ed Engels ritengono, tra quello dei socialisti" prima di Marx" (o utopisti) il più "scientifico"). Si impegnerà anche, ma senza successo, per favorire il tentativo di trovare persone disposte a investire capitali nei suoi tentativi di una nuova organizzazione sociale. Come persona, rinuncia a ogni reale guadagno (si ridurrà in miseria) vivendo sempre con e come i lavoratori.
Come educatore sostiene un'educazione fondata sull'uguaglianza e sugli interessi reali dei bambini; come organizzatore è un fautore convinto dell'uguaglianza e dell'associazione, tenendo sempre presente il fatto che ogni persona non è tale per propri meriti intrinseci, ma invece per come si trova a vivere (per le condizioni oggettive nelle quali vive). Il lavoratore è dunque diverso dal borghese, per non dire del "Lumpenprolet" (sottoproletario, ma sono termini marxiani, non oweniani), dunque andrà fatto uno sforzo per migliorare le condizioni di partenza e poi di vita di ogni persona.
Scarta ogni orientamento religioso, per cui invece è la volontà personale, nella "disposizione verso la salvezza" a guidare la persona e le sue azioni. Solo il vecchio Owen si converte a una forma, però molto "originale", di spiritualismo e lontana da ogni religione "rivelata". La sua disposizione positiva verso il modello sociale al quale aspira fa in modo che nelle sue industrie non vi siano fenomeni di etilismo, violenza, sopraffazione dell'uomo sulla donna etc.
Tra fine 1700 e inizio del 1800 l'idea di "armonia", anche con l'aggiunta dell'aggettivo "sociale" è idea prediletta. In qualcuno, come in Robert Owen, essa giunge a maturazione, senza perdersi in giochi metafisici e in capziose quanto inutili "idealità", che rischiano di divenire meri castelli in aria. Da piccolo borghese inglese o meglio gallese, di umili origini, ma di buona cultura, Owen era riuscito a diventare comproprietario di una fabbrica in una zona molto povera della Gran Bretagna, precisamente in Scozia, a Lanark (che Owen ribattezza "New Lanark", significativamente) e pensò subito a riforme all'epoca radicali, aumentando i salari, riducendo drasticamente i profitti, diminuendo l'ora di lavoro, proibendo il lavoro minorile, favorendo un'educazione consapevole del fatto che il carattere individuale non dipende da una volontà buona o cattiva (come invece faceva e fa credere la morale religiosa) ma dalle circostanze.
Emigrato negli USA, vi fonda la colonia di "New Harmony", che però fallisce, ovviamente perché considerata sovversiva, da parte di un imprenditore "sovversivo", in quanto non attento al profitto ma al benessere dei lavoratori, nemico, come egli stesso dichiara, nel "Libro del nuovo mondo morale", di "ignoranza, egoismo e pregiudizio", mirando addirittura a togliere valore al denaro. Dando grande rilievo a un'educazione basata sulla verità, Owen auspica una società fondata sulla libertà sentimentale, senza alcuna restrizione: "Nessuna immoralità è superiore a quella che deriva dalle interferenze della società con le leggi umane negli affetti naturali, o dall'obbligare gli individui a vivere insieme, quando, per le leggi della loro natura, sia ventura a mancare tra essi l'affetto reciproco, e specialmente quando sentano un nuovo e forte sentimento per altre persone" (da "Il libro del nuovo mondo morale", 1836-1844).
Robert Owen, tra i "socialisti utopisti" è decisamente il più amato dai Maestri, il più apprezzato e ciò si vede anche dal mole di riferimenti e di citazioni che si trovano nelle opere di Marx e di Engels. Già nella terza tesi su Feuerbach (1845) Marx cita espressamente l'autore: "La teoria materialista (intendendo il materialismo 'piatto e volgare', ossia non dialettico), secondo la quale gli esseri umani sono prodotti delle condizioni e dell'educazione, dunque esseri umani modificati, dunque prodotti di altre circostanze e di un'educazione modificata, dimentica, che le condizioni vengono modificate appunto dagli uomini e che l'educatore stesso deve venir educato. Essa approda dunque necessariamente a dividere la società in due parti, di cui una è superiore alla società. (Così per esempio in Robert Owen)"
(Marx, testo citato).
Come dire che Owen era forse troppo erede dell'illuminismo materialistico, per cogliere a livello teorico l'elemento fortemente rivoluzionario della prassi umana, che pure metteva in pratica. Nel "Manifesto del Partito Comunista", Terzo Paragrafo, tra l'altro, a parte varie altre menzioni e citazioni, Marx ed Engels accomunano positivamente Owen e Fourier, affermando. "Gli Owenisti in Inghilterra, i Fuorieristi in Francia reagiscono là contro i Cartisti e qua contro i riformisti"
, come dire che sia Owen sia Fourier e dunque i loro seguaci sono in qualche modo dei "rivoluzionari" rispetto al riformismo moderato, sempre rinunciatario.
Marx, poi, in "Salario, prezzo e profitto" (1867), criticando gli economisti inglesi che difendono a spada tratta le istanze borghesi contro quelle degli operai, scrive: "Se l'idea di Freund Weston di un ammontare fisso del salario, di un ammontare fisso della produzione e di un grado fisso della forza produttiva del lavoro, di una volontà fissa e sempre costante dei capitalisti e tutte la sua ulteriore "fissità" e finalità fossero vere, allora le tristi previsioni del professor Senior sarebbero state giuste, e avrebbe avuto torto Owen, che già nel 1816 indicava luna riduzione generale della giornata lavorativa come primo passo preparatorio della liberazione della classe lavoratrice e contro il pregiudizio pratico che allora era invalso, praticò tale riduzione nella sua fabbrica di filatura del cotone a New Lanark"
.
Engels in "L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza" (1880) cita ancora espressamente Owen: "Owen, che nel paese dalla produzione capitalistica più evoluta e sotto l'influsso delle contraddizioni che ne risultano, ha sviluppato le sue proposte per l'eliminazione delle differenze di classe riallacciandosi direttamente al materialismo francese"
, dove intende ancora quello pre-e a-dialettico di La Mettrie, d'Holbach, Helvetius.
Descrivendo poi, nella stessa opera, la rivoluzione industriale inglese, con il predominio della macchina a vapore, Engels ci presenta Owen: "Qui un costruttore ventinovenne si presentò come riformatore, un uomo dal carattere così infantilmente semplice da raggiungere il sublime e al tempo stesso un formatore di uomini nato. Robert Owen aveva fatta propria la teoria degli illuministi di orientamento materialista, per cui il carattere umano è da un lato il prodotto da un lato dell'organizzazione innata e dall'altro delle condizioni che gli sono esterne, in realtà durante tutta la vita, ma specialmente nel periodo della formazione. Nella rivoluzione industriale i suoi colleghi della stessa classe sociale vedevano solo caos, intravedendo la possibilità di pescare nel torbido. Egli invece intravedeva la possibilità di applicare la sua formula-chiave, portando ordine nel caos...Come dirigente associato della fabbrica tessile di New Lanark in Scozia, guidava la grande filanda di cotone con circa 2500 lavoratori, una popolazione inizialmente composta di personale variegato e spesso composto da elementi problematici, trasformandola in una colonia modello, nella quale ubriachezza, polizia, giustizia penale, processi, carità pubblica erano assolutamente questioni ignote…"
.
Engels continua parlando a lungo di questo grande "manager socialista", che non era mai contento di sé, sostenendo che comunque i lavoratori erano suoi schiavi; quando Owen diviene e si dichiara espressamente comunista, tutto cambia, l'Europa, ma anche l'America del Nord nel periodo americano gli voltano le spalle. Come si vede, per i Maestri ben più di Cabet o Weitling, ma anche ben più di Proudhon, Blanqui e anche più di Fourier, è Owen che, pur non arrivando a concepire il socialismo in maniera scientifica, si avvicina maggiormente a tale concezione, dunque il precursore più diretta del socialismo scientifico.
Proudhon
Pierre Joseph Proudhon (1809-1865)
, artigiano tipografo, sostanzialmente autodidatta, partecipa alla rivoluzione del 1848 essendo già a Parigi dove si era trasferito già da giovane dalla provincia. Una vita abbastanza monotona, fondata sul lavoro, lo studio e la scrittura di opere, ma forte nell'impegno politico. La sua teoria. Rifiuta la proprietà, definendola "un vol", "un furto" quando la proprietà dei mezzi di produzione si concentra in poche mani, ma al tempo stesso la considera "libertà", se dà o meglio lascia al lavoratore il frutto del proprio lavoro (il suo modello costante di riferimento è, naturalmente, il lavoro artigianale, quello che lui stesso pratica per tutta la vita, avendo poca esperienza diretta sia del lavoro agricolo sia di quello industriale). Il suo modello politico consiste nel rifiutare uno Stato centralista e centralizzato, ma basato su federazioni di lavoratori che si associano e si coordinano reciprocamente, anche quanto ai guadagni e alla ripartizione degli stessi, comprese le spese sociali (che sostituirebbero il sistema di imposte e tasse). La sua "anarchia" (usa il termine ma non in modo assoluto è la mancanza di direttive dall'alto-come peraltro rifiuta anche le rivoluzioni "dall'alto” - ma non si può dire che negli tout court lo Stato come fanno i teorici anarchici, in quanto lo Stato sarebbe il prodotto di federazioni, di strutture associative che prendono decisioni insieme - rifiuta la partizione classico/aristotelica di monarchia, aristocrazia, democrazia, dato che nega radicalmente le prime due e ritiene la democrazia "monca" e "insufficiente"). Simile in ambito italiano, alla teoria federalista di Cattaneo, personaggio del Risorgimento italiano. Contraddittorio rispetto alla proprietà, lo è anche rispetto alla libertà, dove in campo sessuale egli impone un rigido sistema patriarcale-familistico, basato sul matrimonio monogamico e sulla procreazione (contraddittorio per un ateo convinto quale era Proudhon), mentre alle donne concede poco anche quanto all'educazione, i cui alti livelli sono previsti solo per il maschio (segue in questo Rousseau, anche se per questi la donna saprebbe educarsi da sola, naturalmente). Bisogna dire che anche qui, visto il suo maschilismo, Proudhon non esce dall'impasse: da un lato prevede anche per le donne una forma di insegnamento politecnico (studio non solo teorico, ma che parta dal lavoro, integrando teoria e prassi).
Non è vero che rifiuti in toto lo Stato, e dunque l'impegno politico in senso stretto, in quanto nel 1848 viene anche eletto come deputato all'Assemblea nazionale e qui impegna notevolmente.
Proudhon rimane importante, anche in senso negativo, per la sua opera, teorica e politica, per l'incidenza avuta sulla Comune di Parigi, anche per il suo uso da parte dell'anarchismo, a causa di un uso "disinvolto" del suo pensiero da parte di Bakunin, come ha sottolineato Engels, ma soprattutto - da marxisti-leninisti guardiamo sempre alla storia, anche in rapporto all'oggi -, in quanto il richiamo a Proudhon da parte di Bettino Craxi nel cosiddetto "Vangelo socialista" (scritto con Luciano Pellicani, autore della parte teorica), nel 1978 e pubblicato su "L'Espresso" di fine agosto di quell'anno intendeva fondare, certo non solo contro Enrico Berlinguer, considerato (sic!) portavoce del leninismo, un socialismo "liberale" e "libertario" e dunque dividere ancora una volta quanto restava di un movimento dei lavoratori già ampiamente in crisi, a causa del revisionismo del PCI, per non dire del PSI nenniano, demartiniano e poi craxiano.
Ma se Craxi e Pellicani cavalcavano la tigre dell'anticomunismo, certamente Proudhon, autore di un breve saggio "Che cos'è la proprietà" (1840) e del "Sistema delle contraddizioni economiche o filosofia della miseria" (1846) cui risponde subito con uno saggio, scritto direttamente in francese Marx l'anno dopo, "La miseria della filosofia", è veramente un apologeta del socialismo piccolo borghese. "In paesi come la Francia, dove la classe contadina rappresenta ben più della metà della popolazione, era naturale, che autori, che si impegnavano per il proletariato contro la borghesia, adottassero, nella loro critica del regime borghese, il criterio piccolo-borghese e piccolo-contadino, considerando il partito dei lavoratori dal punto di vista piccolo-borghese. Si formò così il socialismo piccolo-borghese"
(Marx-Engels, Manifesto del Partito Comunista, 1848).
Certo, Marx e Engels ne riconoscono, dialetticamente, sia l'aspetto positivo di "analisi delle contraddizioni nei moderni sistemi di produzione"
e lo "svelamento degli imbellettamenti glaciali da parte degli economisti… le atroci condizioni di ingiustizia nella distribuzione della ricchezza",
ma al tempo stesso mostrano come "questo socialismo voglia restaurare i vecchi mezzi di produzione e di commercio e con essi i vecchi rapporti di proprietà e la vecchia società oppure vuole rinchiudere i moderni mezzi di produzione e di commercio nella cornice dei vecchi rapporti di proprietà, peraltro da loro stessi fatti saltare"
(opera citata).
Quali in buona sostanza le irrisolte contraddizioni di Proudhon: il fatto che nell'opera sulla proprietà si chieda "Che cos'è la proprietà?" rispondendo "È un furto", ma poi teorizzi il fatto che l'ideale è la piccola proprietà dei bottegai, dei piccoli artigiani, senza mai porsi il vero problema, quello della proprietà dei mezzi di produzione e che nell'opera più ampia, La "filosofia della miseria" confonda, identificandoli valore d'uso e valore di scambio e faccia derivare, astrattamente, il "valore", comunque sia, dal tempo di lavoro, senza considerare che esistono macchinari che trasformano le condizioni di lavoro a iniziare il tempo di lavoro, tanto che qualcuno (Henri Lefebvre, 1947) dirà che Proudhon non saprebbe distinguere il tempo di lavoro del ciabattino che costruisce una paio di scarpe dal tempo di lavoro impiegato per produrre un'automobile. "Il rapporto tra divisione del lavoro e macchine, nel signor Proudhon, è totalmente mistica. Ogni forma di divisione del lavoro ha avuto i suoi specifici strumenti di produzione, per esempio gli uomini di metà del 17°secolo fino a metà del 18° non facevano tutto con le mani. Possedevano strumenti, anche molto complicati, come banchi da lavoro, telai, leve"
(Marx, Lettera a Pawel Annenkow del 28 dicembre 1846).
Come poi spiega adeguatamente Marx nella "Miseria della filosofia", il pensatore francese, che vuole "filosofeggiare" come Hegel senza capire la dialettica, mira a una società armonica di tipo interclassista, bypassando la dialettica storica della lotta di classe.
Ancora, per Marx, è un'utopia antistorica un'associazione di lavoratori basata sullo scambio di buoni di lavoro scambiati in base al "principio d'equivalenza". Proudhon, dal canto suo, incapace di accettare critiche, risponderà nei suoi "Carnets" definendo Marx "le ténia du socialisme" (la tenia, il verme solitario del socialismo).
Non dimentichiamo, tra l'altro, che Proudhon, teoricamente contrario alla schiavitù, finirà per giustificarla nei confronti della popolazioni africane, da lui considerate inferiori, auspicando "padroni buoni", che fungano da "tutori" per educare gli schiavi. Schiavista e colonialista, neppure latente, dunque. Per non dire delle donne: "Non sappiamo se, nel caso di strane aberrazioni, il secolo in cui viviamo, è chiamato a vedere, in qualche misura, l'emancipazione delle donne" (articolo per La Liberté, 15 aprile 1848) o ancora: "la donna non può essere che organizzatrice familiare (donna di casa) o cortigiana" (ne"L'Opionion des femmes", gennaio 1849). Chiaro che da tale misoginia non poteva che discendere una concezione che nega completamente l'emancipazione femminile; in questo, per fortuna, il peso, pur grande, dei proudhoniani, non poté influire sull'attività formidabile delle donne nella Comune di Parigi.
Per concludere ancora con i Maestri: "Il signor Proudhon scambia le idee con le cose (i fatti). Egli non ci fornisce critica ridicolmente falsa dell'economia politica perché possiede una filosofia ridicola, ma ci dà una filosofia ridicola, in quanto non ha compreso le situazioni sociali presenti nella loro connessione"
(Marx, lettera citata a Annenkow).
Fourier
Charles Fourier (1772-1837)
, nato a Besançon come Proudhon, di cui però sarà sempre avversario ("Fourier le fou" dirà Proudhon, ossia "Il pazzo", con facile gioco di parole), ha comunque una formazione abbastanza approfondita in età giovanile, è un commerciante di famiglia e nel commercio vede anche la possibilità di conoscere il mondo (era un grande esperto di questioni geografiche), sfugge a vere e proprie responsabilità "politiche" in senso proprio, dedicandosi invece alla creazione e stesura delle sue teorie utopiche. La possibilità di trovare finanziatori per la sua creazione di una società utopica interesserà l'ultima parte del suo pensiero e della sua vita, ma anche suoi allievi come Considérant e Enfantin, senza peraltro che gli industriali o anche i dittatori che si dicono interessati ai progetti li portino poi a termine, attuandoli.
La teoria di Fourier si basa sull'associazione passionale, ossia sui gusti, le passioni, ciò che attrae le persone-dove tale passione può tendere all'esplorazione, alla coltivazione, alla pulizia, all'eliminazione di scorie e rifiuti, al commercio e/o all'artigianato, come all'industria.
I "falansteri" (usa anche il termine"falange") sono libere associazioni di persone che scelgono determinati gruppi associativi per i loro interessi e dunque anche il reddito ricavato, che andrà a beneficio dei singoli falansteri, ma in comune (di una suddivisione tra i singoli Fourier non parla in maniera esplicita e analitica). Non deve esserci una forzatura nell'indirizzare chi studia (allievi, studenti, nelle diverse fasce d'età) ma bisogna partire appunto dagli interessi, dalle "passioni" dei singoli. In seguito anche la sessualità viene concepita partendo dalle singole tendenze personali, in netta opposizione al modello decisamente antifemminile di Proudhon. Critica ferocemente chi si contraddice, essendo magari teoricamente un teorico della pedagogia (Jean Jacques Rousseau), mentre poi non si curava dei suoi figli, tutti abbandonati in brefotrofio.
Charles Fourier, da un certo punto di vista, è da considerare decisamente un antirivoluzionario: avverso ad ogni sollevazione di piazza, aveva letteralmente paura della Rivoluzione, tanto che, in senso proprio, è difficile definirlo "socialista", anche se "socialista utopista", eppure è stato, certo molto "a suo modo", un "rivoluzionario".
Senza la sua teoria dei falansteri (ossia libere associazioni fondate sulle "passioni", associazioni che possono rivolgersi, per esempio, all'industria, all'agricoltura, alla filatelia, alla cura della pulizia delle case, a ogni forma di artigianato, al trasporto e allo scaricamento della sporcizia) sarebbe difficile pensare a quelle forme di "comunitarismo" (non di comunismo, però) che si sono succedute nel tempo, da quelle spontanee e che anticamente consistevano nel "vivere come cani" (i cinici, con Diogene) - pur se Fourier ne avrebbe provato ribrezzo - e poi si riconoscono in tentativi di fondare comunità le più varie, dove evidentemente non possono non sovvenire gli hippies (ben studiati nelle opere di Timothy Leary, ma anche con una rappresentazione filmico-documentaria in "Easy Rider", un'opera che, involontariamente, ne mostra dialetticamente gli aspetti completamente autodistruttivi, compresa la rappresentazione quasi positiva della droga, assolutamente incompatibili con una società socialista), con quanto teorizzato da un pensatore come Marcuse, il cui peso negli anni 1960-1970 è stato anche esagerato e che comunque, a parte la riscoperta di ogni forma di “libertà sessuale”, è un pensiero che si distanzia completamente, in direzione revisionistica, rispetto al marxismo-leninismo-pensiero di Mao.
Chiaramente Fourier non ha avuto alcun peso nella Comune di Parigi, dove, accanto a marxisti (troppo pochi, purtroppo rispetto agli altri), proudhoniani, blanquisti, non c'erano "fourieristi". Detto ciò, bisogna riconoscere (e i Maestri Marx ed Engels lo hanno fatto in vari scritti) che, nel suo stile immaginifico e surreale, ha saputo demistificare la società dei primi decenni del XIX° secolo, concependo per esempio, al contrario di Proudhon (che lo ha avversato in ogni modo, addirittura chiamandolo "Fourier le fou", "Fourier il folle", pur "rubandogli" molte espressioni, come quella di "armonia universale", come rilevano puntualmente i Maestri), la necessità di una società fondata sulla “libertà delle donne”: "I progressi sociali si attuano in ragione dei progressi delle donne verso la libertà e la decadenza della società in relazione alla decrescita della libertà delle donne" (Fourier, Teoria dei quattro movimenti).
Ma Fourier è colui che, rispetto ai sogni di armonia universale più o meno espressi e vagheggiati, spiega che essa è impossibile se non si risolve il problema della fame di chi non ha nulla. Non sa fare una chiara analisi economica, non ci parla di lotta di classe e di proletariato, ma è colui che maggiormente si avvicina al tema, ponendo chiaramente in rilievo il fatto che "tutti si accorgono che il mondo sociale non ha per nulla raggiunto il suo scopo e che il progresso dell'industria è soltanto una lusinga per le masse. Nella tanto vantata Inghilterra, la metà della popolazione è ridotta a lavorare sedici ore al giorno, anche in laboratori infetti, per guadagnare sette soldi francesi, in un paese dove la vita è più cara che in Francia" (Fourier, Il nuovo mondo industriale e societario).
La società ideale preconizzata da Fourier, quella basata sulle "falangi societarie (falansteri) ovviamente, aveva bisogno di finanziatori e negli ultimi anni "il più grande umorista dei nostri tempi"
(così scrive Engels, in varie occasioni, perché Fourier, con immagini surreali provocava il lettore) li cercava un po' dappertutto, senza guardare al colore politico di chi avrebbe l'impresa. Tentativi sempre fallimentari, in quanto nessun capitalista fa nulla per nulla, come sappiamo, tanto meno se deve rinunciare a qualcosa di suo, senza una "contropartita".
Vale in particolare, ma certo non solo per Fourier, quanto è detto nel "Manifesto del Partito Comunista": "La forma non sviluppata della lotta di classe che come la loro condizione specifica di vita implica il fatto, che essi credano di essere molto superiori a ogni contrapposizione di classe… Per quanto rifiutano ogni azione rivoluzionaria, volendo raggiungere il loro scopo in forma pacifica e tentano con piccoli esperimenti, ovviamente fallimentari, con la forza dell'esempio di far breccia al nuovo vangelo sociale"
(Marx-Engels, Manifesto dei Partito Comunista).
Ciò non toglie che gli stessi Maestri riconoscano a Fourier, come anche a Saint-Simon e Owen - non Proudhon, non Blanqui, non altri (espressamente citati) grandi meriti: "tre uomini, che con tutto il loro fantasticare e il loro utopismo fanno parte delle teste di più geniali di ogni tempo e anticipano in modo geniale innumerevoli cose la cui giustezza noi ora dimostriamo scientificamente"
(Engels, Nota Preliminare alla guerra contadina in Germania, 1874) e altrove lo stesso Engels, descrivendo l'evoluzione sociale secondo Fourier, che include "stato selvaggio, patriarcato, barbarie, civiltà"
e (negli auspici dell'utopista) armonia sociale, riconosce che "Fourier maneggia la dialettica con la stessa maestria del suo contemporaneo Hegel. Con la stessa dialettica evidenzia, contro il vano sproloquio dell'illimitata capacità di piena realizzazione umana, che ogni fase storica ha il suo ramo ascendente, come anche quello discendente, e applica tale concezione anche al futuro dell'intera umanità"
(Engels, Il socialismo dall'utopia alla scienza, 1880). Fourier geniale, dunque, grande innovatore rivoluzionario anche in campo educativo, nella critica totale della famiglia e della scuola come esistevano ed esistono, che quando parla di "Dio" intende solo l'ordine naturale, mai l'ente superiore delle religioni storiche, ma che non concepisce la lotta di classe, il proletariato come classe per sé e non vede la necessità di una rivoluzione socialista, dunque lontano dal marxismo-leninismo-pensiero di Mao, dato che non concepisce la necessità di un Partito Comunista, fondato sul principio del centralismo democratico.
Blanqui
Louis Auguste Blanqui, (1805-1882)
, di famiglia relativamente agiata, di origini italiane (Nice-Nizza), con una famiglia conflittuale (la madre è una ragazzina, decisamente diversa dal padre, quasi quarantenne), il fratello maggiore è un economista liberista, sostenitore della libera iniziativa. Già a 13 anni va a studiare a Parigi, arrivando allo studio universitario (medicina ma anche diritto) ma sarà un "politico" per tutta la vita. Passa molti anni in carcere, certo protestando ma mai lamentandosi (un modello rivoluzionario, in questo senso) e là continua a studiare e a scrivere. Eroe del 1848 e della Comune, da non confondere con Louis Blanc, socialista riformista coevo di Blanqui.
L'ideale di Blanqui, membro della Charbonnerie e della Massoneria di “sinistra" (rivoluzionaria, quando essa o meglio una sua componente era tale) è di un gruppo di rivoluzionari, "eletti" per doti personali di abnegazione, disposti a sacrificarsi per preparare una rivoluzione (che dunque sarà fatalmente "dall'alto”).
Un "golpe" rivoluzionario sarà dunque necessario, dice Blanqui, per creare una dittatura temporanea che assicuri la sconfitta delle forze reazionarie. Chiaramente siamo lontani da una concezione come quella marxista-leninista, dove è il proletariato, sono le masse a fare la rivoluzione, sia pure con la guida del Partito e un coordinamento centrale (CC) Come afferma in "Qui fait la soupe doit la boire" ("Chi fa la minestra deve berla-mangiarla") "L'associazione, sostituita (sostituendosi) alla proprietà individuale, fonderà da sola il regno della giustizia per mezzo dell'uguaglianza.", "La marcia progressiva dell'umanità la conduce all'uguaglianza", ma questo processo deve essere guidato, condotto, appunto, da pochi rivoluzionari veri, che realizzino questo processo. Il suo interesse per problemi quali quelli astronomici (cfr. il testo già inviato) è reale e profondo e mostra come Blanqui preveda una formazione razionalistico scientifica.
Blanqui è certamente quel rappresentante del "socialismo prima di Marx ed Engels" che, a differenza di Proudhon, Saint-Simon, Fourier e altri, ha decisamente sancito, anche se talora confusamente, il principio della lotta di classe e ha chiaramente espresso la nozione di "proletariato", dove la stessa espressione risalta nei suoi testi: "Sì, è la guerra tra i ricchi e i poveri, i ricchi l'hanno voluta, perché essi sono stati gli aggressori. I privilegiati vivono con magnificenza del sudore dei poveri" (Difesa del cittadino Louis Auguste Blanqui davanti alla corte d'assise" (12 gennaio 1832).
E ancora: "L'imposta sul guadagno è sfruttamento, l'imposta sul superfluo è restituzione" (del dovuto). Ma ancora: "Alcuni individui si sono impadroniti, con l'astuzia o la violenza, della terra comune e, dichiarandosene possessori, hanno dichiarato che questa sarebbe stata per sempre loro proprietà... Questo diritto di proprietà si è esteso, per deduzione logica, dal suolo ad altri strumenti, prodotti accumulati del lavoro, indicati col nome generico di capitali" ("Chi fa la minestra deve mangiarla", articolo nella "Critique sociale", 1885, ma il testo è del 1834). Nonostante abbia trascorso gran parte della sua vita in prigione, a causa delle sue idee rivoluzionarie, Blanqui scrisse molto, opere di politica ma anche di astronomia, come il famoso "L'eternità attraverso gli astri" (1872) nel quale nega recisamente la creazione del mondo, parlando di un'eternità degli astri, in un'infinità potenziale di universi, dove non c'è nessun posto per un Dio creatore eterno.
Certo una concezione del mondo in parte fantastica, ben lontana dal materialismo dialettico, splendidamente espresso da Engels nell'"Antidühring" come nella "Dialettica della Natura", da Lenin in "Materialismo ed Empiriocriticismo", dagli altri Maestri, Fondatore del giornale "Ni Dieu ni maître" (Né Dio né padrone), Blanqui aveva creato, con quel titolo, un motto che a torto divenne patrimonio degli anarchici, dato che Blanqui non era per nulla anarchico.
L'aspetto caduco del pensiero di Blanqui si rivela nel fatto che egli non auspica nella rivoluzione socialista condotta e attuata dal proletariato, ma da "carbonaro" (era stato membro della "Charbonnerie" e della "sinistra massonica"), auspicava e preconizzava un "golpe" di sinistra ossia un golpe condotto da alcuni rivoluzionari "illuminati" che avrebbe portato a un "potere rivoluzionario", passando per una "dictature temporaire" (dittatura temporanea). Una posizione già ben descritta come pericolosa e fallimentare da Marx ed Engels, che i pochi golpe "di sinistra" attuati per esempio in America Latina ha dimostrato essere caduchi, contraddittori (pensiamo allo chavismo, tanto caro al revisionista Fausto Bertinotti), di ispirazione decisamente revisionista-trotzkista.
Blanqui non poteva essere protagonista della Comune in quanto detenuto politico, ma molti blanquisti erano parte dei Comunardi, realizzando azioni molto coraggiose e generose, ma in gran parte frutto di quella "forma sottosviluppata della lotta di classe"
così ben descritta nel terzo paragrafo del "Manifesto del Partito Comunista". Marx, poi, nel saggio storico "Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte", descrivendo le conseguenze dell'irruzione di un consistente gruppo di proletari nella sala della costituenda Assemblea Nazionale, quando la dichiararono sciolta e sostituita da un governo popolare, scrive: "Il 15 maggio notoriamente non ebbe un risultato diverso dal fatto che Blanqui e compagni (Barbés, Raspail e altri vennero subito arrestati) furono allontanati dallo scenario principale dei fatti”
ma nello stesso saggio Marx ricorda come la Comune, ormai allo stremo, propose lo scambio degli ostaggi da parte della Comune, ossia l'arcivescovo di Parigi e un gruppo di preti versus il solo Blanqui, "tuttavia detenuto a Clairvaux"
(Marx, il 18 Brumaio). Complessivamente, dunque, un giudizio pur "positivo" su Blanqui, considerando la fase storica nella quale si trovava ad agire, non può prescindere dalla valutazione negativa rispetto a prospettive "golpiste", dove non si tratta di una rivoluzione popolare ma di un'insurrezione da parte di pochi, fatalmente destinata a una disfatta in quanto avvenuta senza il sostegno determinante delle masse popolari.
Saint-Simon
Claude Henry de Saint-Simon (1760-1825)
fa certamente parte, alla sua maniera, di coloro che erano capaci di pre-vedere molti sviluppi sociali: rinunciando alla sua condizione di aristocratico (si ridurrà praticamente in miseria o quasi), partecipando alla Rivoluzione francese, lo fece da fautore della scienza, della tecnica e dell'industria. Soprattutto nella sua ultima opera, "Il nuovo cristianesimo", scritta poco prima di morire, criticando le due confessioni storiche cristiane, "cattolicesimo" e "protestantesimo", difenderà a spada tratta l'amore universale, criticherà l'egoismo che non consente l'avanzamento sociale (ma, illusoriamente, lo fonda sull'“alleanza concorde” tra padroni e operai, contro le categoria sociali dei nullafacenti e degli oziosi, come peraltro l'autore amava esprimersi): "È a questo egoismo che bisogna attribuire la malattia politica della nostra epoca, malattia che rende sofferenti tutti i lavoratori utili alla società. malattia che fa assorbire dai re una gran parte del salario dei poveri, per le loro spese personali, per quelle dei loro cortigiani e dei loro soldati; malattia la quale fa sì che i re e l'aristocrazia di nascita si attribuiscano una parte enorme della stima dovuta ai dotti, agli artisti e ai capi dei lavori dei lavori industriali per i lavori di utilità diretta e positiva che essi rendono al corpo sociale" (dal "Nuovo cristianesimo").
Nemico del principio di eredità della proprietà, per cui i beni della famiglia di provenienza passano al figlio o ai figli, Saint-Simon vuole che la ricchezza sia frutto del lavoro svolto dalla singola persona e non di quanto si è "ricevuto", ma non mette in discussione la proprietà dei mezzi di produzione, dunque il vero nocciolo della proprietà privata. Per Marx ed Engels, comunque, che pure gli rimproverano "fantasticherie" e "utopismo", Saint-Simon, insieme a Fourier e Owen, è una delle teste portanti di ogni tempo, senza il quale anche i redeschi non avrebbero avuto alcuna forma di socialismo (tale concetto è soprattutto in Engels, "Nota preliminare alla terza edizione di "La guerra contadina in Germania", 1875, ma si trova già in Marx-Engels, "Manifesto del Partito Comunista", 1848. In "L'Evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza", 1880).
Engels, distinguendo Saint-Simon da Fourier e Owen, tende a precisare. "Saint-Simon presso il quale la tendenza borghese conservava il suo rilievo accanto a quella proletaria"
, in riferimento, appunto al "concordismo sociale" tra imprenditori, tecnici e lavoratori che si trova nell'autore e ancora in quest'opera Engels segnala come la pubblicazione nel 1802 delle "Lettere da Ginevra" di Saint-Simon, insieme alle prime opere di Fourier e poco dopo l'affidamento della direzione della fabbrica di New Lanark a Robert Owen.
Ma non è finita: nella stessa opera Engels attribuisce a Saint-Simon la qualifica di "testa più universale del suo tempo"
insieme a Hegel, dove però alla dialettica di quest'ultimo rimprovera di essere stata "posta sulla testa"
, astratta e dunque slegata dalla realtà.
La concretezza di Saint-Simon va dunque riconosciuta, proprio da parte di un Maestro. Certo, Engels storicizza giustamente l'autore nel contesto della "Grande Rivoluzione Francese", dunque borghese e sottolinea come"l'unione tra scienza e industria avvenga attraverso una connessione mistica, il nuovo cristianesimo"
, ma sottolinea anche come Saint-Simon, un pioniere (pur se in forma confusa e primitiva) del concetto di lotta di classe, "non solo tra aristocrazia e borghesia, ma anche tra borghesia e persone senza alcuna proprietà"
, evidenzi il ruolo di "la classe plus nombreuse et la plus pauvre"
(la classe più numerosa e più povera), che vuol dire = proletariato. In una lettera di Marx a Friedrich Bolte del 23 novembre 1871 troviamo, quando critica l'avventurismo anarchico di Bakunin, la seguente affermazione: "l'abolizione del diritto ereditario di proprietà come punto di partenza del movimento sociale-una stupidaggine saint-simoniana"
e difatti l'idea era stata riproposta a inizio anni 1980 dall'allora presidente francese Valery Giscard d'Estaing, uno di cui si può dire "più borghese di così non si può"… Inutile a questo proposito dire come sia assolutamente fuorviante attribuire la formazione di Marx ed Engels in maniera quasi esclusiva a Saint-Simon come faceva il pensatore trotzkista Lucio Colletti, nell'“Intervista politico-filosofica" del 1981 quando l'intellettuale iniziava ad accostarsi al PSI come trampolino di lancio verso "Forza Italia".
Marx ed Engels hanno sempre esaminato criticamente questi autori, rilevandone limiti come anche aspetti anticipatori e dunque "positivi".
Nicolas de Chamfort
Sébastien-Roch Nicolas de Chamfort (1741–1794)
Prima del glorioso socialismo scientifico di Marx ed Engels, l'unica forma di socialismo che si sia realizzata nell'URSS di Lenin e Stalin e nella Cina di Mao, prima ancora anche del socialismo utopistico, a parte il socialismo evangelico del 1500, ben studiato da Engels nell'opera "Der deutsche Bauernkrieg"(La guerra contadina in Germania), con le figure in qualche modo titaniche di Thomas Müntzer in Germania del Nord, non a caso aspramente criticato da Lutero, che sosteneva la necessità di obbedire comunque all'autorità politica, e di Michael Gaismayr, fautore di un socialismo evangelico nel Tirolo del Sud, anch'egli brutalmente ucciso con i suoi seguaci dal principe-vescovo, ovviamente cattolico, dell'epoca, nel 1700 si ebbe in Francia la figura curiosa e finora poco approfondita di Nicolas de Chamfort, pseudonimo di Sébastien-Roch Nicolas (1741-1794), figlio illegittimo di un commerciante, poeta, autore teatrale (all'epoca, ma già con Louis XIV, il "Re Sole", gli spettacoli teatrali erano sfarzosi e servivano solo al divertimento dei principi, dei nobili in genere, permettendo agli autori di vivere decorosamente), ma la sua vera grande opera sono i "Maximes et Pensées, Caractères et Anecdotes" (Massime e pensieri, caratteri e aneddoti"), opera apparsa postuma, nel 1795, dopo che Chamfort, deluso da determinati esiti della Rivoluzione Francese (ma non dalla rivoluzione in ogni suo aspetto come vuole fare credere per esempio la "Garzantina" relativa alla letteratura, ma anche Jean Pierre De Beaumarchais, che pure si è occpato a lungo del periodo e dello scrittore...) e fatto incarcerare da Robespierre, aveva cercato di suicidarsi senza riuscirvi e morto successivamente per le conseguenze del suo maldestro tentativo. Seguace in parte di Rousseau e convinto della bontà dello "stato di natura", Chamfort crede che la società sia "non uno sviluppo della natura, ma piuttosto la sua decomposizione e il suo coompleto rimpasto" (numero 4 delle "Massime"). Ancora: "un secondo edificio, costruito sulle macerie del primo". In questo quadro, comunque, l'autore è conscio del fatto che "la società è composta da due grandi classi: quelli che hanno più pranzi che appetito e quelli che invece hanno più appetito che pranzi". Certo non siamo ancora a un'analisi scientifica della realtà sociale, quale quella di Marx ed Engels (poi ripresa e attualizzata dagli altri Maestri Lenin, Stalin, Mao) ma il solco è tracciato, anche se Chamfort rimane un individualista, chiuso in sé ("ho ritirato tutta la mia vita in me stesso", scriveva all'abate Roman nel 1784) ma affermare che "i poveri sono i negri d'Europa" (dove "negri" non ha alcuna connotazione negativa, anzi descrive lo sfruttamento schiavistico del colonialismo dominante all'epoca) significa individuare, pur se in modo non ben determinato, lo sfruttamento della classe "più numerosa e povera"-come dirà Saint-Simon rispetto ai padroni dei mezzi di produzione e -allora- di ricchezze ereditate. D'altronde ancora Chamfort afferma, quasi sloganisticamente, in piena rivoluzione: "Guerra ai castelli, pace alle case dei poveri".
7 gennaio 2026