In un'intervista compiacente de “Il Fatto”
Marta Collot vuole la rivoluzione. Evviva! Ma quale rivoluzione?
La co-portavoce di Potere al popolo si ispira a Castro e a Gramsci
Il 29 dicembre scorso sul fogliaccio putiniano Il Fatto Quotidiano
, è uscita una lunga intervista a Marta Collot, co-portavoce di Potere al Popolo (Pap).
“Voglio la rivoluzione, aspiro alla rivoluzione, lotto per la rivoluzione”, è la prima frase dell'articolo firmato da Antonello Caporale, nel quale tutto gira intorno a quella parola, “rivoluzione”, declinata poi come vedremo nel corso dell'intervista.
Una bella vetrina nazionale, non c'è che dire, quella offerta da Travaglio al movimento fondato dall'arcirevisionista e trotzkista Giorgio Cremaschi, dal momento in cui offre alla sua platea di lettori un partito guidato da “rivoluzionari”. Ma allora, se così fosse, perché i dirigenti di Pap fanno carte false per entrare nelle istituzioni borghesi in camicia nera del nostro Paese ed anche in quelle dell'Europa imperialista?
Certamente a tutti i partiti borghesi, sia della destra o della “sinistra” del parlamento, così come a quelli che auspicano di entrarvi, fa comodo immaginare e proporre alle masse una “rivoluzione” che sia tale più nei termini che nella pratica, più nella forma quindi che nella sostanza. Una rivoluzione pertanto solo a parole che non tocca minimamente la questione cruciale del potere politico e della classe sociale che lo detiene e che lo esercita nel proprio interesse. D'altra parte è questo sistema che propone e sostiene quelle stesse istituzioni che sono l'obiettivo finale di tutti questi partiti, nessuno escluso.
Ma la figura di Collot che emerge dalla pagina è quella della temeraria guida di un movimento che ha nel DNA questa “rivoluzione”, considerata “un principio e destino del mio agire” come Collot stessa afferma, e “l'esito possibile e finale” dell'impegno di Pap, al punto da rigettare a tutto tondo l'appellativo che alcuni gli riservano, quello cioè di essere niente più che dei “rivoluzionari da poltrona”.
Certamente il quadro che esce dall'articolo dipinge Collot anche come una sognatrice, dallo stesso momento in cui l'intervistatore ricorda che il partito raccoglie ad ogni tornata elettorale percentuali da zero virgola. “È un ottimo motivo per fare di più”, risponde Collot, confermando a tutto tondo l'obiettivo elettoralista di Pap. Ecco, adesso i conti tornano, poiché indirizzare anche i rivoluzionari più intransigenti ed agguerriti all'interno delle istituzioni borghesi quale esclusivo terreno di battaglia, è un ottimo motivo d'impegno anche per Il Fatto Quotidiano
stesso.
Non dobbiamo dimenticare infatti che il quotidiano di Travaglio nato e destinato ad un pubblico disilluso dalla politica borghese per lo più facente parte dell'area movimentista, oggi è in pugno ai 5 Stelle di Conte, un partito che ha abbandonato qualsiasi etichetta “antisistema” e si è inserito completamente nelle dinamiche istituzionali borghesi al punto di essere stato per ben due volte al governo nella repubblica capitalista neofascista, una volta anche assieme all'allora aspirante duce Salvini.
Per rispondere alla domanda che ci facciamo, e cioè quale rivoluzione vogliono Collot e Potere al Popolo, è interessante analizzare in particolare due passaggi dell'intervista.
Nel primo, l'intervistatore chiede: “Il padrone dev'essere combattuto e piegato?”, “Combattuto e piegato, proprio così”, risponde Collot. “Non ha diritti, non può avere pretese giuste?”, incalza Caporale, e Collot replica: “I suoi diritti non devono essere così soverchianti da radere al suolo quelli dei lavoratori”. Ecco in questo breve botta e risposta c'è tutta l'inconsistenza della proposta politica di PAP, che non è assolutamente “rivoluzionaria”, ma del tutto interna al capitalismo, parola che fra l'altro in tutta l'intervista non è mai pronunciata come se il capitalismo non fosse l'origine di tutti mali sociali per il proletariato e per le masse popolari di tutto il mondo.
Dalla risposta di Collot si capisce quindi che per Pap il “padrone” ci può stare, basta che i suoi “diritti” “non radano al suolo quelli dei lavoratori”. Eppure Marx ed Engels sostenevano che i “diritti” dei padroni sono in antitesi con quelli dei lavoratori, in pratica gli uni negano gli altri perché se in una società esiste il diritto di appropriarsi del lavoro altrui, di sfruttare, è conseguente che non esista il contrario, ovvero il diritto per tutti di non essere sfruttati. Possibile che per PAP, in una certa misura, questi “diritti” antitetici possano coesistere? Questa posizione rappresenta la base del revisionismo e del riformismo, strumenti indispensabili per ingannare le masse popolari e farle affogare nell'interclassismo. In ogni caso non occorre disturbare certo la grandezza dei nostri Maestri per capire da questa semplice ma significativa frase che l'obiettivo di PaP non è l'abbattimento del sistema capitalista, bensì la sola spunta delle sue lance più acuminate. Eppure anche le altre feriscono mortalmente la classe operaia e le masse popolari.
D'altra parte ciò è in perfetta sintonia col “moderno socialismo” eletto da PaP a propria stella polare e specchietto per allodole che abbiamo già criticato e smascherato in precedenza sulle colonne de Il bolscevico. Un orizzonte utile a PaP soprattutto per carpire i voti dei sinceri anticapitalisti che hanno maturato la scelta astensionista, illudendoli ancora una volta che sia possibile conquistare per via elettorale e parlamentare spazi di socialismo all'interno del sistema capitalista, che si possano sfruttare cioè in chiave riformista le marce e screditate istituzioni borghesi per volgerle a vantaggio del popolo.
Ma se questa è l'unica “rivoluzione” alla quale mira Pap, è conseguente pensare che per tale partito la via rivoluzionaria dell'Ottobre e il partito del proletariato che la guida, sono esperienze storicamente sbagliate e superate delle quali oggi non c'è assolutamente bisogno.
Nel secondo passaggio invece, l'intervistatore chiede se “nel suo Pantheon metterebbe Enrico Berlinguer”, e Collot lapidaria risponde “Piuttosto Fidel e Gramsci che Berlinguer.”
Anche questo passaggio è altamente significativo per capire che alla fine la “rivoluzione” di Collot, anche dal punto di vista ideologico (che poi si traduce in pratico) è solo uno specchietto per le allodole, un termine altisonante e pieno di fascino per i veri rivoluzionari, che nasconde però la solita giacchetta riformista in salsa trotzkista o revisionista, da scegliere e indossare in base all'occasione.
Per noi infatti dalla teoria politica di Gramsci il proletariato e la rivoluzione socialista italiana non hanno tratto alcun giovamento poiché il primo è stato costretto a non prendere coscienza di se stesso e della sua missione storica di creatore della società socialista dovendo subire una serie infinita di fallimenti, la seconda è stata invece privata di una strategia e di una tattica rivoluzionarie che potessero illuminare il suo cammino fino alla vittoria. Certamente la responsabilità nei suoi settant'anni di storia è tutta del gruppo dirigente revisionista del PCI che proprio ispirandosi a Gramsci ha rinunciato alla lotta di classe per la conquista del potere politico e si è ridotto ad apparato elettorale che esaurisce la sua azione nel parlamentarismo. Con questa guida politica ed ideologica il PCI non è mai stato l'avanguardia rivoluzionaria del proletariato, né ha saputo educare l'intera classe nello spirito della lotta rivoluzionaria per il potere soprattutto perché ha tradito e non tradotto alla realtà italiana la via universale della Rivoluzione d'Ottobre. In questo modo ha plasmato un proletariato sottomesso al capitale, l'ha “istituzionalizzato” all'interno del perimetro borghese togliendogli l'obiettivo concreto del socialismo e della sua dittatura.
Al link https://www.pmli.it/gramscimarxismoleninismodoccc.htm è possibile scaricare integralmente un articolo redatto in occasione del 50° anniversario della sua scomparsa, dal Titolo “Gramsci, il marxismo-leninismo e la rivoluzione socialista italiana” che contiene la nostra analisi in merito, ripresa e sviluppata dal Segretario generale e Maestro del PMLI compagno Giovanni Scuderi nel magistrale discorso intitolato Applichiamo gli insegnamenti di Mao sul revisionismo e sulla lotta di classe,il 12 settembre 2021.
Sull'altro riferimento ideologico di Collot, Fidel Castro, prendiamo sinteticamente in prestito un risposta a un lettore pubblicata su Il Bolscevico
nel 2009, nella quale si legge: “Noi seguiamo e appoggiamo la coraggiosa lotta del popolo cubano per l'indipendenza nazionale, contro l'imperialismo e contro il blocco affamatore imposto dagli Stati Uniti, nonché la rivoluzione antimperialista del 1959, ma secondo noi Cuba non può essere considerata uno Stato socialista. Questo innanzitutto perché il "socialismo" cubano non nacque da una rivoluzione socialista, ma fu proclamato da Fidel Castro per ricevere aiuti dall'Urss socialimperialista, cosa che infatti accadde in cambio del ruolo di Cuba come mercenario sovietico in varie zone del mondo, specialmente in Africa. E in secondo luogo perché non possiede un'economia socialista e il potere non sta nelle mani del proletariato. Sull'economia va detto in particolare che la crisi seguita al crollo dell'Urss, cui Cuba si era legata mani e piedi, i dirigenti cubani hanno pensato di risolverla non con il socialismo, ma aprendo al libero mercato. Situazione aggravata recentemente dal nuovo presidente Raul Castro che ha addirittura avviato la privatizzazione completa dell'agricoltura. Da ciò non può venire niente di buono per il popolo cubano.”.
Oggi, oltre quindici anni dopo, gli eventi hanno ulteriormente rafforzato questa posizione, allora lungimirante. Oggi Cuba continua ad essere un elemento importante nell'ambito delle sponde ideologiche e politiche del socialimperialismo cinese e dell'imperialismo russo. E non è un caso che a Cina e Russia vada tutto il fattuale sostegno di Potere al Popolo, com'è chiaramente espresso anche nel recente “Appello alla costruzione di un blocco politico e sociale indipendente verso il 2027” dal chiaro riferimento elettoralista e costituzionale, nel quale sono indicati gli obiettivi internazionali di PaP per il loro “mondo nuovo” che sarebbe il nuovo ordine multipolare nel quale l'auspicato rafforzarsi dell'imperialismo dell'Est possa concretizzarsi “tramite strumenti come i BRICS”. Noi invece mettiamo in guardia le masse popolari dal sempre più grave pericolo di guerra mondiale tra gli imperialismi dell'Ovest e dell'Est, e in particolare tra l'imperialismo USA e il socialimperialismo cinese per l'egemonia mondiale. Ma come si può auspicare l'esistenza di due o più imperialismi, anziché lottare per abbatterli tutti, e definirsi “rivoluzionari”?
Insomma, la “rivoluzione” di Collot e di PaP è solo un richiamo per tutti i sinceri rivoluzionari che di certo ha solo il mantenimento del potere politico da parte della borghesia e la subalternità del proletariato ai suoi interessi. Tant'è vero che in tutta l'intervista, nemmeno la parola “socialismo” viene mai pronunciata.
Ma d'altra parte, come potrebbe essere diversamente da chi continua a tenere quale propria stella polare la Costituzione borghese del '48, anticomunista dal momento in cui riconosce la proprietà privata dei mezzi di produzione ed il ruolo sociale dell'impresa privata?
14 gennaio 2026