Da Roma a Milano
Manifestazioni a sostegno della lotta del popolo iraniano

Sia pure con posizioni e rivendicazioni diverse, tra il 13 e il 18 gennaio in diverse città italiane si sono svolti presidi e manifestazioni in appoggio alla rivolta popolare iraniana contro il regime teocratico, capitalista e fascista degli ayatollah e in solidarietà con le migliaia di manifestanti, tra cui molti giovani, studenti e minorenni, vittime della brutale repressione scatenata dai Guardiani della rivoluzione e dalle forze speciali di polizia di Ali Khamenei che hanno fatto largo uso di fucili, pistole caricate con pallini di metallo, cannoni ad acqua e gas lacrimogeni per reprimere e soffocare nel sangue la rivolta.
Nei presidi organizzati soprattutto dalle varie comunità iraniane presenti in Italia e in particolare a Genova, Milano, Bologna, Ravenna, Firenze e Roma hanno preso parte centinaia di manifestanti in gran parte giovani. Ma non sono mancate le divisioni tra chi sostiene strumentalmente la rivolta invocando addirittura l'intervento militare del dittatore fascista Trump e del nazisionista Netanyahu per abbattere il regime ayatollah e sostituirlo con un governo asservito all'imperialismo straniero o addirittura con un regime monarchico con a capo Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, per consegnare il Paese non nelle mani della popolazione in rivolta ma nelle grinfie dell'imperialismo occidentale che così avrebbe mano libera su tutto il suo territorio e sullo sfruttamento della sue risorse.
Questa posizione filoimperialista che punta a tenere completamente fuori dai giochi il popolo iraniano è sostenuta trasversalmente da vari partiti, boss politici e associazioni che dall'Italia intrattengono stretti rapporti economici, diplomatici e di amicizia con il regime iraniano ma allo stesso tempo sono anche collusi con gli interessi economici e di potere dell'imperialismo nella Regione.
La presenza nei presidi di varie città di sostenitori dello scià che hanno esibito ritratti e cartelli con slogan inneggianti al suo ritorno in patria sventolando la vecchia bandiera tricolore iraniana con al centro il sole e il leone con la spada, simbolo dell’Iran dello scià, come è accaduto ad esempio il 17 gennaio a Roma in occasione della “terza marcia a sostegno del popolo iraniano” organizzata dal Partito Radicale e alla quale aderito anche Più Europa, Italia Viva e Azione, esprimono proprio questa posizione filomonarchica e imperialista.
In altri presidi è prevalsa invece la posizione democratico borghese di chi invece al posto dell'intervento militare invoca “un’iniziativa diplomatica che, accanto a misure sanzionatorie mirate nei confronti del regime iraniano, si rivolga anche ai Paesi della regione affinché contribuiscano a una transizione pacifica e democratica in Iran” limitandosi a rivendicare genericamente “la tutela dei diritti umani, e della libertà di parola” come è successo sempre a Roma il 16 gennaio in occasione del presidio organizzato davanti al Campidoglio da Amnesty international e da Women life freedom for peace and justice a cui hanno aderito fra gli altri Pd, Movimento 5 Stelle, Avs, Italia Viva, Più Europa, Rifondazione comunista, la Cgil ma anche la capogruppo capitolina di Forza Italia, Rachele Mussolini.
Purtroppo il popolo iraniano deve fare i conti con l'assenza al suo interno di un largo fronte unito in grado di organizzare e dirigere la rivolta popolare contro il regime antipopolare degli ayatollah seguendo le linee tracciate dal Partito Tudeh dell'Iran (comunista) che ha invocato: “Contrariamente a quanto afferma il dittatore al governo, questo movimento di protesta popolare non è la fabbricazione dell'imperialismo americano o del distruttivo regime israeliano, ma è il risultato diretto delle disastrose politiche economiche del Grande regime capitalista al governo, della corruzione diffusa, dell'insicurezza e della repressione di massa imposte al popolo dai leader del regime e dai loro associati. (…) Oggi, tutti noi dobbiamo concentrare tutti i nostri sforzi e le nostre energie per continuare ed espandere questa rivolta popolare fino a quando la vittoria non sarà raggiunta. La presenza diretta e la partecipazione diffusa di lavoratori, lavoratori, pensionati, funzionari, intellettuali e sezioni nazionali borghesi nel movimento popolare in corso sono essenziali per potenziarne la capacità. Costruendo solidarietà e unità tra tutte le forze sociali progressiste in questa lotta, dobbiamo cercare di affrontare contemporaneamente la dittatura al governo e le minacce dell'imperialismo americano. La mossa verso uno sciopero nazionale globale, per limitare la capacità della Repubblica Islamica di continuare a governare per poi scioglierlo completamente, oltre a cercare un governo di transizione nazional-popolare, con un referendum libero e democratico per determinare il corso futuro del Paese, sono tra le chiavi strategie da seguire.”
 

21 gennaio 2026