Critica marxista-leninista al film di James Vanderbilt
“Norimberga” riscrive la storia: Lo storico processo ridotto a dramma individuale per occultarne il significato antifascista e antimperialista
Pur rivendicandosi come ricostruzione del Tribunale Militare Internazionale, sceglie una narrazione selettiva che cancella il ruolo dell’Unione Sovietica, esclude i veri responsabili economici del nazismo e del fascismo e depoliticizza il fascismo. Una strategia revisionista che trasforma Norimberga in un monito morale e non in una lezione di giustizia internazionale contro l’imperialismo, il fascismo e la guerra
Il film Norimberga
, scritto e diretto da James Vanderbilt, si propone come una rievocazione cinematografica del Tribunale Militare Internazionale che, svoltosi dal 20 novembre 1945 al 1 ottobre 1946, giudicò i principali criminali di guerra del nazismo. Tuttavia, una lettura critica fondata sul materialismo storico mostra come l’opera non solo fallisca nel rappresentare la complessità reale del Processo di Norimberga, ma finisca per inserirsi consapevolmente nella lunga tradizione del revisionismo storico borghese, volto a delegittimare il significato politico e giuridico di quei giudizi e a riplasmarne il senso in funzione degli interessi ideologici dell’imperialismo contemporaneo.
Norimberga evento storico: processo collettivo, non dramma individuale
Il Processo di Norimberga fu un evento senza precedenti nella storia: ventidue criminali nazisti furono chiamati a rispondere di crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Dodici furono condannati a morte, sette a pene detentive, tre assolti; Hermann Göring, pur condannato all’impiccagione, si sottrasse alla giustizia suicidandosi, come aveva fatto in precedenza Robert Ley.
Il film di Vanderbilt, tuttavia, riduce questo evento storico collettivo a un dramma psicologico incentrato quasi esclusivamente su Göring, appropriandosi del nome “Norimberga” per un racconto che ne tradisce il contenuto reale. Questa operazione non è innocente: individualizzando il crimine, la narrazione cinematografica dissolve la responsabilità sistemica del nazismo come prodotto storico del capitalismo monopolistico tedesco e delle sue alleanze internazionali.
Particolarmente rivelatrice è l’assenza di figure centrali come Joachim von Ribbentrop e Albert Speer, protagonisti reali del processo e simboli rispettivamente dell’aggressione imperialista tedesca e della fusione tra industria, lavoro forzato e guerra totale. Questa esclusione si colloca in una linea di continuità con la storica tendenza delle potenze imperialiste occidentali a circoscrivere la portata del processo, evitando che esso colpisse il cuore economico del nazismo.
Come già accadde a Norimberga, dal punto di vista della componente anglo-americana del Tribunale, anche nel film restano fuori scena i veri grandi responsabili: i banchieri, gli industriali (come i Krupp) del Reich. Esso riproduce così, sul piano simbolico, la stessa operazione politica attuata nel dopoguerra dagli imperialisti occidentali: colpire alcuni caporioni nazisti sacrificabili per salvare i responsabili dell’apparato economico e statale del nazismo, funzionali alla futura “guerra fredda” contro l’ascesa del socialismo in Europa e in Asia e del movimento comunista internazionale.
La cancellazione del ruolo dell’Unione Sovietica
Ancora più grave è la totale rimozione del ruolo dell’Unione Sovietica, una delle quattro potenze fondatrici del Tribunale e il Paese che pagò il prezzo più alto della guerra contro il nazifascismo, con oltre 22 milioni di morti. Nel film non vi è traccia del procuratore sovietico Roman Rudenko, dei giudici sovietici, né dell’enorme mole di prove decisive - soprattutto sui crimini commessi nell’Europa orientale - fornite dall’Armata Rossa.
Questa omissione non è casuale. Storicamente, i sovietici concepirono il processo come uno strumento per denazificare, demilitarizzare e democratizzare realmente la Germania, distinguendo nettamente tra la cricca hitleriana e il popolo tedesco, come chiaramente affermato da Stalin già nel 1942. Al contrario, le potenze occidentali erano già orientate a recuperare parti del nazismo e del militarismo tedesco in funzione antisovietica.
Il film riproduce questa visione dell’imperialismo occidentale, presentando Stati Uniti e Gran Bretagna come unici soggetti morali e giuridici del processo, e cancellando deliberatamente la componente socialista sovietica e internazionalista della giustizia di Norimberga.
Norimberga e il revisionismo storico: una lunga continuità
L’opera di Vanderbilt si inserisce in una tradizione ideologica che, sin dall’immediato dopoguerra, ha cercato di contestare la legittimità stessa del processo. Già allora, non solo i criminali nazisti, ma anche settori del liberalismo occidentale - emblematico il caso di Benedetto Croce - misero in discussione il diritto dei vincitori a giudicare i vinti, aprendo la strada a una narrazione che equiparava aggressori e aggrediti.
Questa linea giunge fino al revisionismo più esplicito, che mette sullo stesso piano fascismo e antifascismo, Hitler e Stalin, riproponendo menzogne di origine nazista come quelle sull’eccidio di Katyn, smascherate proprio a Norimberga grazie a testimonianze e prove documentali. Il film, pur non esprimendo apertamente tali tesi, ne condivide l’impianto di fondo, depotenziando il significato storico del processo e svuotandolo della sua carica antifascista e antimperialista.
Nel finale, il protagonista Douglas Kelley, ormai caduto nell’alcolismo e frustrato dall’assenza di risonanza del suo libro e delle sue avvertenze, utilizza la radio come piattaforma pubblica per lanciare un monito agli americani: i nazisti non sono una “specie” estinta, ma potrebbero ripresentarsi nella società contemporanea sotto forme non riconoscibili, senza uniformi né simboli evidenti, e potremmo non accorgercene finché non è troppo tardi. Questa scena, pur rivendicando un intento moralmente allarmistico, è politicamente e metodologicamente insufficiente: propone una lettura del fascismo come deriva psicologica individuale, come se la radice del male fosse “anomalia” della psiche o debolezza morale dei singoli.
Si tratta di un’operazione ideologica che sposta il problema dalla struttura alla coscienza, trasformando il fascismo in un fenomeno di “malvagità ordinaria” o “banalità del male”. La teoria della banalità del male, ripresa dalla tradizione liberale e spesso associata a una lettura apolitica della storia, soggettivizza il fascismo, lo riduce a conformismo individuale, obbedienza burocratica o carenze morali, e così facendo dissolve la responsabilità di classe. Il fascismo, invece, non nasce dal “male interiore” degli individui, ma dalla crisi del capitalismo e dalla necessità della borghesia di spezzare il movimento operaio, reprimere ogni opposizione e imporre un nuovo regime di oppressione mediante la violenza di massa e la guerra imperialista.
In questa prospettiva, la scena finale del film non mette in discussione il nesso struttura-sovrastruttura: non considera che l’ideologia e la psicologia sono sovrastrutture che emergono dalla base economica e servono a giustificare lo sfruttamento e la guerra. Così, il monito di Kelley diventa un allarme “umanitario” astratto, che non indica le cause reali del fascismo né la sua funzione sociale, ma suggerisce soltanto una vigilanza morale individuale. Questo tipo di psicologismo è funzionale all’ideologia borghese perché depoliticizza la storia, libera il capitalismo dalla responsabilità storica e rende “inevitabile” la degenerazione umana, quindi impossibile la trasformazione sociale.
In sintesi: non è il “male” che nasce nella coscienza dei singoli, ma il fascismo che nasce dalla crisi del capitale e dalla necessità della borghesia di reprimere la classe operaia e le masse lavoratrici e popolari. Nel film, la lettura del fascismo come rischio “psicologico” per la società americana serve, in ultima analisi, a evitare di riconoscere il fascismo come fenomeno storico e politico prodotto dalle contraddizioni del sistema capitalistico e imperialista.
Hollywood come apparato ideologico dell’imperialismo USA
Non è possibile ignorare il contesto di produzione del film. Norimberga
appare perfettamente allineato ai desiderata ideologici dell’imperialismo statunitense, così come storicamente veicolati dall’industria culturale hollywoodiana e consacrati dall’Accademia (è molto probabile che il film sarà, infatti, candidato al Premio Oscar). La centralità anglo-americana, la rimozione sovietica, l’individualizzazione del crimine e l’occultamento delle cause economiche del fascismo rispondono a una precisa funzione: riscrivere il passato per legittimare l’ordine mondiale imperialista presente.
In questo senso, il film non è solo storicamente fuorviante, ma politicamente funzionale alla narrazione di un Occidente “liberatore”, occultando il fatto che furono proprio le potenze occidentali a riassorbire rapidamente quadri nazisti, a salvare il grande capitale tedesco e a trasformare la Germania occidentale in avamposto antisovietico.
Norimberga, memoria storica e responsabilità penale internazionale nel presente
La distorsione e la semplificazione del Processo di Norimberga operate da prodotti culturali come questo film non costituiscono un mero problema storiografico o cinematografico. Esse producono un effetto politico ben più profondo: disarmano, sul piano concettuale, l’opinione pubblica delle masse lavoratrici, popolari e giovanili, rendendola incapace di comprendere la necessità storica e giuridica della responsabilità penale internazionale per i crimini contro la pace e contro l’umanità.
Norimberga non fu un’anomalia né un atto di vendetta dei vincitori, ma la prima affermazione concreta del principio secondo cui la sovranità statale non può costituire scudo per i crimini sistemici commessi da classi dirigenti, apparati militari e poteri imperialisti. Svuotare quel processo del suo contenuto politico, occultarne la dimensione antifascista, antimperialista e internazionalista, rimuoverne il ruolo decisivo dell’Unione Sovietica e ridurlo a un dramma individuale significa negare la sua funzione storica universale.
In tal modo, si prepara il terreno ideologico per l’impunità presente. Non comprendere Norimberga significa non essere in grado di concepire, oggi, la legittimità di chiamare a rispondere davanti a un tribunale internazionale i responsabili di guerre di aggressione, di stermini sistematici, di politiche di annientamento di interi popoli, di un genocidio in corso come quello dei palestinesi nella Striscia di Gaza. La normalizzazione del revisionismo storico finisce così per proteggere, sul piano culturale, leader contemporanei fautori acclarati di crimini contro la pace e contro l’umanità.
In questa prospettiva, l’incapacità di riconoscere il significato politico-giuridico di Norimberga contribuisce a rendere “impensabile” che figure come il führer nazisionista Netanyahu, il nuovo zar Putin o il dittatore fascioimperialista Trump - rappresentanti, in forme diverse, di progetti statali imperialisti, aggressivi, genocidi e neofascisti - possano essere sottoposti a un giudizio internazionale per le loro responsabilità politiche e militari, così come lo furono i dirigenti del Terzo Reich. Non si tratta qui di anticipare sentenze, ma di rivendicare un principio: nessun potere, nessuna potenza, nessun capo di Stato o di governo dev’essere sottratto alla giurisdizione della storia e del diritto internazionale.
Norimberga insegna che i crimini di massa non sono deviazioni occasionali, ma prodotti di sistemi politici ed economici concreti che si chiamano fascismo, nazismo e imperialismo. Oscurare questa lezione significa accettare rassegnatamente un mondo in cui il diritto internazionale è applicato solo ai vinti e ai deboli, mentre i potenti restano strutturalmente impuniti. Difendere la verità storica di Norimberga non è dunque un esercizio memoriale, ma un atto politico necessario per riaffermare, oggi come ieri, la possibilità di una giustizia internazionale realmente universale, fondata non sull’egemonia imperialista, ma sul principio dell’eguaglianza dei popoli e della responsabilità dei governanti imperialisti e neocolonialisti.
28 gennaio 2026