Lo certifica l'Istat
Stangata su spesa e bollette
Dal 2021 i prezzi dei beni alimentari saliti dal 24% e le bollette di luce e gas del 34,1%
Il 16 gennaio sono stati pubblicati i dati forniti dall'Istat relativi all'andamento dei prezzi in Italia, aggiornati a dicembre 2025, da cui emerge un aumento dello 0,2% su novembre 2025 e dell’1,2% su dicembre 2024, la salita è invece dell’1,5% su base annua (era +1% nel 2024 rispetto al 2023). Sull’andamento dell’inflazione media annua pesa la dinamica dei prezzi dei Beni energetici regolamentati (+16,2% da -0,2% del 2024), degli Energetici non regolamentati (-3,8% da -11,3%) e quella dei Beni alimentari non lavorati (+3,4% da +2,3%).
Più che la ridda di numeri e percentuali relativi a qualche mese o trimestre precedente, a colpire è l'andamento dell'inflazione negli anni tra il 2021 e il 2025. Se un dato come quello registrato recentemente, che oscilla tra l'1 e il 2%, si può ritenere “normale” e in linea con la media inflazionistica europea, negli ultimi cinque anni l'inflazione cumulata, ovvero la perdita del potere d'acquisto del denaro, è stata del 17,1%. I numeri nudi e crudi non dicono comunque tutto perché, a differenza degli altri Paesi, in Italia il vero problema sono la mancata crescita dei salari che non stanno al passo con il caro vita. Inoltre dobbiamo considerare come gli aumenti sono maggiori per i beni di largo consumo e di prima necessità.
Il carrello della spesa - che comprende beni alimentari, prodotti per la cura della casa e della persona - è aumentato del 24%, sette punti in più rispetto al tasso generale. Super rincari che, dopo i ripetuti allarmi lanciati dalle organizzazioni dei consumatori, hanno portato l'Antitrust ad aprire un'indagine dei confronti della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), accusata di fare cartello e speculare sui prezzi. Il costo dell'energia è schizzato invece del 34,1%, addirittura il doppio dell'aumento medio, con un picco nel 2022, anno dell'invasione dell'Ucraina da parte della Russia.
Il Codacons stima l'aggravio in 496 euro a nucleo familiare. Secondo l'Unione nazionale consumatori la stangata raggiunge i 730 euro a Bolzano, la città più colpita dai rincari, mentre la Federconsumatori prevede per il 2026 nuovi aumenti pari a 672,60 euro, dovuti in particolare all'incremento delle accise sul diesel che si riflette sulla distribuzione dei beni di largo consumo. Sarebbe un incubo per molte famiglie, che negli ultimi anni hanno visto erodersi il proprio potere d'acquisto. Non conta solo quanto salgono i prezzi, ma chi ne paga il prezzo più alto.
Lavoratrici e lavoratori, pensionati/e, precari e tutti quelli a reddito basso sono i più colpiti. Ovviamente chi ha poche entrate le riverserà anzitutto nella spesa alimentare, per scaldarsi, rinunciando ai consumi superflui o non strettamente necessari, che ricadono invece sulle famiglie che hanno una possibilità di spesa maggiore. Tenuto conto di questo, se si esclude il 2023, l'incidenza degli aumenti è superiore su chi appartiene alle classi di spesa minore. Ad esempio nel 2022, picco massimo dell'inflazione, questa ha inciso meno del 10% sul quinto più ricco delle famiglie, e di quasi il 20% sul quinto più povero.
I provvedimenti del governo sono stati pochi, miseri o addirittura ridicoli come il “carrello tricolore”, che nel nome richiamava il ventennio mussoliniano. Una misura presto abbandonata perché non ha sortito nessun effetto in quanto non prevedeva prezzi bloccati ma si affidava alla “buona volontà” della GDO che in realtà, come abbiamo visto, ha speculato più di altri sull'aumento dei prezzi. Per quanto riguarda il bonus bollette invece, quel poco di sostegno pari a 200 euro annui che era stato esteso a famiglie con isee fino 25mila euro tornerà nella versione standard, isee fino 9350 euro, ovvero ristretto soltanto a chi non può proprio pagare.
In ogni caso il vero problema sta nel fatto che il divario tra l'aumento delle retribuzioni contrattuali e l'inflazione ha superato i nove punti percentuali tra il 2019 e il 2024, secondo gli ultimi dati dell'Inps. Nonostante un piccolo recupero siamo lontani dal periodo pre Covid. Un divario che non viene certo colmato dai cosiddetti contratti pirata, ma nemmeno da quelli sottoscritti dai sindacati confederali. Lo stesso meccanismo adottato per calcolare l'inflazione (Ipca-Nei), esclude la componente energetica che invece, come abbiamo visto, è la più impattante sul caro vita.
La scelta di utilizzare questo metodo fu presa con la motivazione (fatta propria da Cgil-Cisl-Uil) che l'alto prezzo dell'energia rispetto agli altri paesi già penalizzava le aziende italiane, che non potevano accollarselo anche in sede di rinnovo contrattuale. Ma in questo modo se lo sono caricato sulle spalle le lavoratrici e i lavoratori. È perciò urgente e necessario rivendicare un meccanismo automatico, immediato e universale (adesso solo qualche contratto, ma alla sua scadenza, prevede il recupero) di adeguamento dei salari all'aumento dell'inflazione.
28 gennaio 2026