Il manganello del nuovo Decreto sicurezza contro i manifestanti Pro Palestina a Genova
80 denunciati per mezz’ora di blocco pacifico di un casello autostradale
La solidarietà del PMLI

Dal corrispondente di Genova de “Il Bolscevico”
Il 22 settembre 2025 a scendere in piazza era stata l’intera città di Genova. Lo sciopero generale era stato organizzato da Usb, ma altri sindacati di base avevano aderito alla lotta, raccogliendo sotto le loro bandiere oltre 20 mila manifestanti antifascisti, antimperialisti, anticapitalisti. Il tema dello sciopero generale era, e non poteva che essere, in difesa e in supporto della Global Sumud Flotilla e per protestare contro il genocidio e i crimini contro l’umanità commessi dallo Stato nazi-sionista di Israele, ma pure contro la complicità del governo neofascista della ducessa Meloni, Mussolini in gonnella.
Il corteo pacifico, ma determinato, aveva percorso anche un tratto di strada all’interno del porto di Genova; c’era da bloccare il transito di armi, attraverso lo scalo genovese, verso Israele. Quel lunedì di fine estate vide così la città percorsa da rumorosi cortei che scendevano dalle alture, che giungevano dai quartieri, e che prima di dirigersi verso il centro cittadino confluirono presso varco Albertazzi; la porta d’ingresso delle merci del porto commerciale di Genova. A un certo momento un gruppo di circa 200 manifestanti si era staccato dal concentramento e pacificamente si era avviato presso il casello dell’autostrada A10 di Genova Ovest. Si sono seduti per terra e pacificamente hanno tenuto un sit-in bloccando la carreggiata e l’accesso autostradale. I manifestanti Pro Pal sono rimasti sul sito per circa 30 minuti, poi sono rientrati nel corteo principale. Le cosiddette forze dell’ordine li hanno filmati, quindi identificati e 80 di loro ora sono stati denunciati con la nuova ipotesi di reato.
Questo è il primo caso in Liguria in cui viene attuata la nuova normativa varata con il Decreto sicurezza, che trasforma in reato penale la semplice protesta sit-in e il blocco stradale, anche quando il blocco è avvenuto senza ricorso alla violenza, o elevazione di barricate, e l’unico strumento utilizzato per interrompere il traffico stradale, o quello ferroviario, è il proprio corpo.
Le disposizioni di legge stabiliscono che nel caso a commettere questo “reato” sia una persona singola il rischio è un mese di reclusione e una multa di 300 euro, ma quando è compiuto da più persone, cioè da più manifestanti, la pena potrebbe salire da 6 mesi a 2 anni. E qui si potrebbe utilizzare uno scritto di un personaggio storico, a dire il vero molto distante dalla nostra filosofia, ma che rende l’idea; il pastore protestante tedesco Martin Niemoller. In un suo, molto noto, sermone scrisse: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari” e “Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”. Perché la stretta reazionaria del governo neofascista Meloni ora ha colpito i partecipanti dei movimenti Pro Palestina, domani colpirà le operaie/i che lottano per la difesa del posto di lavoro, poi chiunque combatte contro il dissesto idrogeologico che sta divorando case e vite, ma poi toccherà anche alle pensionate/i che protestano perché non riescono ad arrivare alla fine del mese e poi ci sono i disoccupati, i precari.
Poiché le norme contenute nel fascistissimo decreto sicurezza colpiscono, e colpiranno, chiunque manifesti il proprio dissenso, sono norme repressive con cui dovrà fare i conti chiunque in vari modi si mobiliterà; dalla CGIL in avanti a salire o se si preferisce a scendere. Cosa aspettano la sinistra istituzionale, i sindacati, la “società civile”, tutti coloro che considerano la Costituzione italiana la luce a cui fare affidamento a reagire, riempire le piazze e mandarli a casa? Forse aspettano che dal balcone di piazza Venezia si affacci la Meloni con il manganello in mano e il fez sul capo?
Massima solidarietà, dal PMLI, agli 80 manifestanti Pro Palestina denunciati.

4 febbraio 2026