Importante evento politico e organizzativo unitario anticapitalista e antifascista a Torino
Sessantamila in piazza per Askatasuna, per gli spazi sociali, per la Palestina, contro la guerra e contro il governo Meloni
In prima fila le ragazze e i ragazzi. Tanti centri sociali da più città d'Italia. Presenze dall'estero. Apprezzato il Manifesto del PMLI su Mussolini in gonnella. Il governo rilascia fogli di via e ferma decine di manifestanti. Poi prende a pretesto gli scontri con la polizia ed i tanti feriti per varare altre misure fascistissime contro chi protesta nelle piazze.
Aprire un dialogo unitario sulla strategia per cambiare l'Italia
Sabato 31 gennaio a Torino un fiume di sessantamila manifestanti – composto da decine di organizzazioni civili, politiche, sindacali, sociali e studentesche, assieme a singoli di ogni sesso, etnia ed età provenienti da tutta Italia ed anche dall’estero - ha risposto in maniera prorompente all’appello dei militanti del centro sociale Askatasuna, sgomberato con la forza fascista della polizia di Piantedosi nel dicembre scorso. Coloro che sono scesi in piazza l’ha fatto con la convinzione di continuare un percorso di lotta sempre più urgente e necessario, iniziato con le battaglie contro il genocidio a Gaza e per la liberazione del popolo palestinese che si sono apprezzate come non mai in precedenza nei mesi recenti, e proseguite contrastando la repressione poliziesca, razzista e fascista dell’esecutivo cercando a più riprese di affossare i decreti “sicurezza” e le sue politiche economiche antipopolari.
In sessantamila per le vie di Torino
La giornata di lotta si è aperta intorno alle 14 con tre concentramenti in altrettanti punti della città, partecipati da un mondo variegato, popolare e soprattutto giovanile che oltre ai centri sociali ha tenuto insieme i sindacati di base, una larga fetta di associazionismo politico e civile, le organizzazioni palestinesi e quelle curde, assieme ai movimenti universitari e studenteschi, questi ultimi assoluta vivace maggioranza nel corteo.
Un’organizzazione su larga scala che è stata capace di bloccare un’intera città costringendo a chiudere strade, e con la zona dello storico edificio rosso di corso Regina Margherita occupato per quasi 30 anni quale sede di Askatasuna, completamente blindata con grate, barriere, camionette, e presidiato da decine di mezzi della polizia e da centinaia di agenti in assetto antisommossa armati fino ai denti.
Due cortei, in tempi diversi, sono conversi su quello principale in corso Vittorio Emanuele. Intorno alle 16 infatti, sono arrivati il secondo spezzone aperto dallo striscione “Dalla Palestina all’Italia, lotta partigiana” ed il terzo, e tutti hanno sfilato compatti dietro la scritta “Askatasuna vuol dire libertà. Torino è partigiana. Contro governo, guerra e attacchi agli spazi sociali”. “C’è chi vorrebbe anche in Italia l’Ice e la militarizzazione dei quartieri; – urla al microfono uno dei militanti di Aska - sono gli stessi che hanno sostenuto il genocidio in Palestina e le bombe in Iran.”.
Molti cori, slogan, striscioni e cartelli che hanno sfilato tra i fumogeni e le bandiere avevano come temi il rifiuto del riarmo, la necessità di investimenti su istruzione e sanità, la condanna della perdita di potere d’acquisto dei lavoratori, i grandi temi di Palestina e Kurdistan, ed ovviamente la libertà di organizzarsi e di gestire spazi sociali autonomi senza ingerenze repressive. La condanna al fascismo di governo è stato un tema che ha accompagnato tutta la manifestazione, a dimostrazione che in piazza c’era molto di più di una protesta limitata alla seppur importante riapertura di uno storico centro sociale.
Scontri, fermi e arresti
Che il percorso seguito dal corteo non sarebbe mai stato quello voluto dalla prefettura era cosa nota, soprattutto perché alla richiesta di rimodulare l’iniziativa evitando il centro cittadino e accorpando in un unico corteo i tre annunciati, i promotori avevano risposto con un secco no, espresso attraverso un comunicato che rigettava la visione governativa del concetto di violenza evocato preventivamente, denunciando invece quella formalmente “legale” per le leggi borghesi che incide quotidianamente sulle vite delle masse popolari.
All’altezza di corso San Maurizio, il corteo ha svoltato nel grande viale dove da oltre un mese l’intero quartiere di
Vanchiglia (che comprende anche lo stabile sede dello spazio sociale Askatasuna) è sotto il tallone di ferro di un ingente dispositivo poliziesco che ha sequestrato tutte le attività quotidiane, scuole comprese nel nome della sicurezza di regime. Lì, per un paio d’ore, migliaia di manifestanti hanno cercato di raggiungere l’immobile sgomberato e di riappropriarsene, dando vita ad una coraggiosa lotta di strada nella quale hanno fronteggiato lo schieramento di forze di polizia lanciando fuochi d’artificio, sassi, petardi e bombe carta, ai quali la polizia di Piantedosi ha risposto con il lancio di centinaia di lacrimogeni ed un uso smisurato di idranti.
Con qualche carica, anche i manganelli mussoliniani si sono abbattuti sui manifestanti che stavano opponendo alla violenza fascista di regime che perdura da un mese in tutto il quartiere, quella popolare di chi non ha intenzione né di perdere spazi aggregativi così importanti per il tessuto sociale della città, né tanto meno di piegare la testa nei confronti del governo Meloni, nemico giurato delle masse popolari e degli antifascisti. Come è dimostrato anche dagli apprezzamenti del cartello del PMLI che invita a buttar giù il governo Meloni, Mussolini in gonnella.
La grande giornata di lotta è poi terminata al Regio Parco, punto di conclusione della manifestazione. Alla fine si conteranno almeno trenta manifestanti finiti in ospedale perché colpiti dalle cariche meloniane, ed altrettanti feriti curati in loco. L’obolo a Piantedosi da parte dei suoi sgherri stavolta è stato di una dozzina di fermati condotti in Questura, e due tradotti nel carcere di Torino. Prima del corteo, la Questura di Torino ha fatto sapere di avere identificato 747 persone, con controlli a 236 veicoli e 4 aerei, oltre ad aver consegnato 24 i fogli di via preventivi; 10 avvisi orali e 7 Daspo urbani.
La corsa di Meloni al nuovo decreto “sicurezza”
Supportata dalle TV e dalla stampa del regime capitalista neofascista che all’unisono hanno enfatizzato gli scontri dandone una visione filogovernativa e reazionaria, Meloni ed altri esponenti di governo hanno dichiarato apertamente la rapida approvazione del nuovo decreto “sicurezza” già in cantiere, facendo intendere anche l’introduzione di nuove aggiunte repressive. “Questi non sono dissenso né protesta – ha affermato Meloni - Sono aggressioni violente con l’obiettivo di colpire lo Stato e chi lo rappresenta. E per questo devono essere trattate per ciò che sono, senza sconti e senza giustificazioni.”.
Le fa eco il ministro dell’interno Matteo Piantedosi che dopo aver ricevuto la telefonata di Sergio Mattarella in solidarietà del poliziotto colpito che ha fatto il giro dei media, ha rincarato la dose: “Le immagini del vigliacco e infame pestaggio di un poliziotto da parte di questi squadristi rossi confermano l’urgenza di ricorrere a nuovi e più forti strumenti per sconfiggere i violenti e i delinquenti che si nascondono dietro i movimenti ed il diritto di manifestare”. E per non farsi mancare nulla, calzando non solo il fez, ma anche la sfacciataggine della menzogna, ha affermato che “La Repubblica italiana ha già sconfitto il terrorismo e sconfiggerà anche questo movimento antagonista ormai chiaramente eversivo”. Un parallelismo sbagliato e inaccettabile, espresso solo per infuocare l’opinione pubblica di destra e quella anticomunista.
L’opposizione parlamentare e Rizzo si allineano al governo
A dar manforte al governo è arrivata alla fine anche tutta la finta opposizione parlamentare che ha fatto a gara a solidarizzare con gli agenti di Piantedosi, braccio armato della repressione di governo. Il pentastellato Giuseppe Conte si è infatti affrettato ad affermare che gli scontri alla fine del corteo “nulla hanno a che vedere con il dissenso democratico e che vanno respinti senza nessuna ambiguità”. Anche Elly Schlein si è immediatamente schierata con la polizia sostenendo che “La solidarietà mia e di tutto il Partito democratico va agli agenti delle forze dell’ordine”, ma anche Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni di Avs sono corsi in tutta fretta a recuperare le dichiarazioni di alcuni loro colleghi di partito che oltre alla solidarietà agli agenti, avevano fatto intendere che esiste al contempo anche una violenza di Stato. “Condanniamo – hanno scritto - con fermezza e senza ambiguità la violenza scatenata da una frangia di manifestanti.”, mettendo così a tacere qualunque voce fosse stata aizzata dalla destra di regime in cerca di nemici nel cosiddetto “campo largo”, ed anche per spegnere immediatamente le fiamme (tricolori) scaturite già prima della manifestazione dalle parole della procuratrice generale del Piemonte Lucia Musti che aveva parlato genericamente di “un’area grigia della borghesia colta che giustifica i violenti”.
Infine, non possiamo esimerci dal condannare l’ennesima vergogna della quale si è macchiato Marco Rizzo che sull’emittente Rete 4, berlusconiana e megafono del più becero e razzista appoggio al governo Meloni, ha apertamente difeso e solidarizzato con le “forze dell’ordine” del regime capitalista neofascista. Naturalmente ciò non ci sorprende, poiché è perfettamente in linea col suo nuovo gallone da fulgido dirigente neofascista di Democrazia sovrana popolare putiniana.
Pieno appoggio al comunicato di Askatasuna
Nelle ore immediatamente successive alla fine della manifestazione, i militanti di Askatasuna hanno diffuso un importante comunicato rivendicando la pluralità delle lotte che hanno fatto convergenza a Torino, ed anche le strategie con le quali esse sono state condotte.
“Non si tratta di una scuola, di un quartiere, di una città, di alcune decine di persone, ma dell’orizzonte verso il quale questo sistema vorrebbe tutte le scuole, tutti i quartieri, tutte le città, tutti coloro che dissentono – dicono i militanti – (…) ed è un bene che Meloni, Piantedosi, la Russa, abbiano timore: in questo Paese siamo in molti e molte a non essere disposti a subire politiche securitarie, razziste, omofobe e guerrafondaie”.
Significativo e pienamente condivisibile anche il passaggio che risponde alla poderosa operazione di governo di discredito del movimento e di strumentalizzazione degli scontri: “Oggi coloro che non sono più disposti ad accettare supinamente queste politiche erano lì, fianco a fianco, chi più avanti, chi più indietro. (…) Quando lo Stato, in tutte le sue forme, mostra il volto profondo della violenza con cui intende gestire l’esistente, impone militarizzazione, scherno e dileggio nei confronti della popolazione non ci si può stupire di ciò che questo scaturisce.”
Infine, nel Comunicato titolato significativamente “Quando il popolo indica la luna, lo stolto guarda il dito”, Askatasuna giustamente denuncia e chiarisce: “Il corteo nazionale contro lo sgombero di Askatasuna è stato un successo al di là di tutte le aspettative. Lo sappiamo noi e lo sa, soprattutto, il governo... Sicuramente al governo lo hanno capito. Parte quindi, scientifica, la grancassa per decontestualizzare e ricondurre una questione sociale nel campo dell’ordine pubblico... Prima è arrivato l’allarmismo securitario per scoraggiare la partecipazione, poi la violenza poliziesca in piazza, infine, oggi, l’uso sistematico di una narrazione mediatica criminalizzante. Tutto converge verso un unico obiettivo: impedire che si strutturi un’opposizione sociale reale e dal basso a questo governo. .. Vanno loro dietro PD e Movimento 5 Stelle, intenti ad affannarsi a inseguire la destra sul terreno dell’ordine e del manganello, tra dichiarazioni roboanti su legalità e condanne rituali... così non si fa altro che alimentare l’agenda Meloni, Piantedosi, Salvini, Crosetto”.
Un tassello verso un largo fronte unito per abbattere il governo Meloni
La manifestazione di Torino ha mostrato in tutta evidenza che c'è una grande spinta dal basso che vuole cacciare Meloni il prima possibile ed è disposta a lottare fino in fondo per centrare questo obiettivo.
Già nella piattaforma della mobilitazione nazionale, gli organizzatori convergevano sulla necessità impellente di “allargare e ricomporre un fronte unito che sappia organizzarsi e contrapporsi ai piani del Governo indipendentemente da sigle, strutture o organizzazioni”, e ciò è assolutamente un bene.
Tante delle componenti scese in piazza parlano correttamente di “opposizione al governo Meloni, contro crisi sociale e finanziaria di guerra”, di “conflitto plurale” per costruire “un'alternativa credibile” perché “resistere è possibile, resistere è un dovere”, e ci rifiuta di accettare all'interno di questo largo movimento di lotta la divisione “fra buoni e cattivi”, come forse mai in precedenza.
Anche questo ovviamente è un elemento più che positivo: unitamente alle esperienze precedenti evidenzia in maniera lampante questa grande e principale contraddizione senza la cui risoluzione non ci potranno mai essere risultati concreti. Eppure questa unità è destinata a maturare ancora una volta soltanto fino ad un certo punto se non si supereranno i problemi che l'hanno di fatto impedita finora.
Pensiamo ad esempio delle due reti che con prospettive diverse, chiedevano entrambe lo stop al famigerato ex-ddl 1660, ma che non sono mai riuscite a convergere unitariamente neppure sull'unico punto in comune, cruciale per entrambe.
Possiamo sintetizzare questa difficoltà prendendo in prestito e a monito le dichiarazioni rilasciate qualche giorno prima della manifestazione dal rappresentante di Spin Time, il gruppo che organizza l’occupazione di un grande palazzo nel rione Esquilino di Roma, secondo il quale l'obiettivo di questa larga mobilitazione sarebbe quello di organizzare un “Fronte unito contro il governo Meloni, ma non fino a includere la finta opposizione parlamentare che sostiene il riarmo”.
E invece, se si vuole cacciare il governo neofascista prima che completi il suo disegno antidemocratico e piduista col definitivo accentramento nelle mani dell'esecutivo di ogni potere, con la controriforma della “giustizia” e con la repressione spietata legalizzata dal fermo preventivo per i manifestanti e dallo scudo penale per le forze dell'ordine borghese e neofascista, è necessario coinvolgere tutti coloro che sono disposti a battersi in qualsiasi forma in questa battaglia, concentrandosi esclusivamente su di un punto: cacciare Meloni subito.
Le divergenze, siano esse di linea immediata oppure di strategia e di visione sociale, non devono condizionare l'unità d'azione perché è troppo importante e dirimente farla finita con la Mussolini in gonnella e col suo gruppo di gerarchi in camicia nera. È indispensabile comprendere in fretta che perdurando il governo Meloni non c'è spazio per nessun orizzonte diverso da questo, poiché il raggiungimento di ogni prospettiva sociale differente è subordinato alla sua caduta.
Non cadere nella trappola elettoralista
E proprio sulla prospettiva, questo movimento deve guardarsi bene dall'offrire la sponda alle direttive di chi ha già promosso e gestito il processo di istituzionalizzazione dell'area “sociale” ed antagonista, riuscendoci anche in una certa misura.
“Dobbiamo ribaltare un’azione repressiva come lo sgombero di Askatasuna in un movimento di forza”, ha proposto infatti il riformista Giorgio Cremaschi, ex sindacalista Fiom ed oggi leader di Potere al popolo (PAP). “Siamo di fronte a una crisi di sistema – ha continuato - in cui il potere reagisce con rabbia, violenza, oppressione. Oggi torna d’attualità l’alternativa: o socialismo o barbarie”. Peccato che il socialismo proposto da PAP, come abbiamo più volte denunciato sulle colonne del nostro giornale, non sia altro che una ricetta anch'essa riformista benché dipinta da rivoluzionaria, nella quale l'ingresso nelle istituzioni borghesi rimane il principale cardine, così come il sistema capitalista, del quale PAP mira a spuntarne soltanto le lance più acuminate.
Aprire un dialogo per concordare una strategia unitaria per cambiare l'Italia
I marxisti-leninisti italiani sostengono ed apprezzano le mobilitazioni sociali, ed anche la determinazione ed il coraggio mostrata dalle migliaia di manifestanti di Torino, come da tutte le attiviste ed attiviste in lotta per riprendersi o difendere dai manganelli meloniani gli spazi sociali autogestiti, così come per chiunque scenda in piazza contro il governo neofascista di Mussolini in gonnella Meloni.
Su questo punto però i centri sociali con alla testa Askatasuna possono e debbono fare un salto di qualità, non limitandosi a lottare per queste isole di libertà autogestita o ad un non meglio definito “contropotere” che fra l'altro può essere esercitato solo tra le mura dei centri sociali. D’altra parte è un fatto innegabile che al di fuori di essi – non dimentichiamolo – c'è il capitalismo e le leggi borghesi del governo che lo serve. Proprio su questo punto, rilanciamo la proposta del PMLI affinché quanto prima possibile possa aprirsi un dialogo franco e di reciproco rispetto, da pari a pari tra tutte le forze anticapitaliste, antifasciste e antigovernative per concordare una strategia unitaria con l’obiettivo di cambiare l'Italia in questa direzione. All’interno di questa discussione entra a pieno titolo anche il problema della conquista del potere politico da parte del proletariato.
A nostro avviso la vera libertà sociale, di classe, inclusi tutti i servizi ed i supporti, così come gli eventi ricreativi e sportivi per tutti, i doposcuola, le mense per i poveri, l'accoglienza alle masse popolari in difficoltà soprattutto economica che mirabilmente vengono realizzati e tenuti in vita non senza difficoltà nei centri sociali, così come l'antifascismo quale valore assoluto e denominatore comune, si potranno pienamente realizzare soltanto in una società socialista e col potere politico del proletariato.
A nostro avviso è pertanto importante far diventare ogni specifica battaglia sociale parte integrante di questo obiettivo senza il quale non c'è via d'uscita definitiva da questa sporca società capitalista. Non basta essere liberi all'interno dei centri sociali, così come nelle sezioni di partito o nelle redazioni dei giornali non allineati; limitare le lotte a questo significherebbe in sostanza mantenere fondamentalmente inalterato il potere della borghesia e del suo sistema capitalista.
Ma noi sappiamo bene che nella mente e nel cuore di chi è sceso in piazza a Torino, come in tutti coloro che nei mesi scorsi hanno riempito le piazze di tutta Italia, c'è ben altro; ed allora non resta altro da fare che cacciare subito il governo Meloni ed aprire con impegno questo importante percorso, decisivo per le sorti delle masse popolari italiane così come di quelle di tutto il mondo.
4 febbraio 2026