Dopo il passaggio del ciclone Harry e le piogge torrenziali stato di emergenza per Sicilia, Calabria e Sardegna
Devastate le coste delle tre regioni. Niscemi sprofonda
Proteste e fondi insufficienti. Il governo deve risarcire tutti i danni e mettere in sicurezza tutto il territorio nazionale
Il ministro Musumeci deve dimettersi

Nella notte tra il 20 e 21 gennaio il fortissimo vento e le piogge torrenziali che si sono abbattute con eccezionale violenza nel Sud Italia al passaggio del ciclone Harry hanno devastato interi territori e seminato allagamenti e distruzione lungo le coste orientali della Sicilia, Calabria e Sardegna.
Onde alte oltre 15 metri, alimentate da un vento fino a 150 km/h hanno allagato e sferzato molti centri abitati e distrutto case, edifici e infrastrutture soprattutto nel litorale ionico e cagliaritano.
In Calabria l’area più colpita è il Catanzarese. Catanzaro Lido è stata completamente allagata da oltre un metro d’acqua. Mentre nel Sud della Sardegna le onde si sono abbattute con particolare forza tra Cagliari e Villasimius. La spiaggia del Poetto, già alle prese con una cronica erosione, è arretrata di molti metri con ingenti danni alle strutture balneari. Il mare ha divorato anche le famose spiagge di Porto Giunco e Su Giudeu.
Molto più grave la situazione Sicilia. A Catania il moto ondoso ha sventrato centinaia di abitazioni e spazzato via gli stabilimenti balneari tra la Plaia, San Giovanni Li Cuti e Mascali. Danni ingenti anche nel messinese: a Santa Teresa di Riva le onde del mare in tempesta hanno distrutto oltre 800 metri di lungomare e le strade adiacenti; a Scaletta Zanclea hanno inondato la città e divelto muretti e binari ferroviari, gli sfollati sono circa 200 e ancora di più le case rimaste senza elettricità. La spiaggia di Mondello a Palermo è stata completamente sommersa ed erosa per lunghi tratti.
Il centro più colpito è Niscemi nell'entroterra gelese dove la frana che il 12 ottobre del 1997 provocò già danni ingenti alle abitazioni, con oltre mille persone evacuate e circa 400 sfollati risarciti con la miseria di 600 mila lire al mese, per 13 mesi, e nulla più, in seguito alle piogge torrenziali di questi giorni si è riattivata provocando il crollo di un intero costone della collina su cui sorge la cittadina.
Gli sfollati sono oltre millecinquecento. Decine di case sono già precipitate a valle e altre decine rischiano di crollare lungo l’ampia zona rossa che si estende dal quartiere centrale di Sante Croci, fra i più colpiti con diversi crolli di case e infrastrutture pericolanti che sono state evacuate, fin verso la provinciale 10 che collega Niscemi a Vittoria.
Per fortuna non ci sono stati morti né feriti gravi. L’evento era stato ampiamente previsto dai meteorologi e le allerte diramate dalla Protezione civile hanno permesso evacuazioni e chiusure preventive di scuole e uffici.
Ma il bilancio dei danni è catastrofico e purtroppo è destinato a crescere se le previsioni degli esperti dovessero essere confermate. Perché, come ha spiegato il professor Marco Casini, segretario generale dell’autorità di bacino distrettuale dell’appennino centrale: “La frana di Niscemi è di tipo retrogressivo. Inizia dal basso (a valle) e risale, mangiando terreno verso il centro abitato. Questo è ciò che la rende particolarmente insidiosa per le abitazioni, poiché il ciglio si avvicina progressivamente a edifici che prima sembravano sicuri. É come togliere il primo libro da una fila inclinata”.
Al termine di un primo sopralluogo il capo della Protezione civile Fabio Ciciliano ha confermato che la frana ha ripreso il suo smottamento verso valle e ora “l'intera collina su cui sorge Niscemi rischia di franare sulla piana di Gela”.
I danni stimati ammontano ad oltre 1,2 miliardi di euro. Ma per Mussolini in gonnella Meloni la crisi climatica non c'entra; si tratta solo di “eventi eccezionali di maltempo” come ha ribadito nel corso del Consiglio dei ministri convocato d'urgenza il 26 gennaio per decretare lo stato di emergenza, un misero stanziamento di appena “100 milioni per gli interventi più urgenti” e la promessa che “Il governo adotterà un provvedimento interministeriale per consentire il ripristino e la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate”. Ciò vuol dire che il governo non ha nessuna intenzione di avviare un piano strutturale di messa in sicurezza del territorio e delle popolazioni che vi abitano, ma più semplicemente promette di “ripristinare” tutto come prima con una nuova colata di cemento, consumo di suolo e allestimento di ridicole “barriere di protezione al largo delle coste” proposte dal governatore della Sicilia Renato Schifani (FI) e dall’assessora regionale alla salute, Daniela Faraoni, che non a caso sono stati duramente contestati in piazza a Niscemi dagli sfollati che gli hanno urlato contro “Perché siete venuti? Noi qui non abbiamo più nulla. Noi abbiamo fatto anni di sacrifici. Voi cosa avete fatto? Niente!”.
E pensare che appena due mesi fa Schifani aveva annunciato interventi per oltre 2 miliardi contro il dissesto idrogeologico e indicava la Sicilia come “modello di riferimento per la governance”. Mentre l'altra assessora regionale del Territorio e dell'Ambiente, Giuseppa Savarino addirittura lo omaggiava col premio “Custode dell’ambiente” istituito il 30 settembre scorso dall'Assessorato al Territorio e Ambiente con ARPA Sicilia e volto valorizzare imprese, enti e realtà locali impegnate nella tutela, rigenerazione e sostenibilità del territorio.
Insomma una beffa sulla pelle di chi ora ha perso tutto! Esattamente come fece un anno fa il governo Meloni che invece di risarcire i danni causati dalle catastrofi alluvionali, ha istituito l’obbligo della polizza catastrofale che favorisce le compagnie assicurative, deresponsabilizza lo Stato e scarica tutti i costi sul groppone delle vittime.
Ancora peggio è riuscito a fare il ministro per la Protezione civile e per le Politiche del Mare, Nello Musumeci, il quale non si è nemmeno degnato di visitare le popolazioni colpite, e di fronte alle sacrosante proteste delle masse niscemesi, continua a fare il pesce in barile, tenta di scaricare tutte le responsabilità sui sindaci che a suo dire non avrebbero mai segnalato quello che stava accadendo a Niscemi, e spudoratamente punta il dito anche su un “certo fatalismo” che attanaglia la Sicilia.
Proprio lui (presidente della Provincia di Catania dal 14 febbraio 1994 al 28 maggio 2003, europarlamentare dal 19 luglio 1994 al 14 luglio 2009, vicesindaco di Catania dal 4 giugno 2005 al 23 luglio 2007, sottosegretario di Stato al Ministero del lavoro e delle politiche sociali dal 15 aprile al 16 novembre 2011 nel governo Berlusconi IV e presidente della Regione Siciliana dal 18 novembre 2017 al 13 ottobre 2022), proprio Musumeci, che nel marzo del 2022 da governatore della Sicilia ha firmato la relazione sull’aggiornamento del Piano per l’assetto idrogeologico (Pai) del Comune di Niscemi in cui la frana viene classificata “attiva” e “pericolosa”, ora si permette di parlare di “fatalità” e, invece di dimettersi seduta stante, cerca di sfuggire alla proprie responsabilità facendo finta di non essere mai stato a conoscenza della catastrofe annunciata che incombe su Niscemi?
La verità è che lo Stato, il governo, la Regione Siciliana, la Provincia di Caltanissetta, il Comune, la Protezione civile e tutte le istituzioni del Paese erano a conoscenza della situazione e della necessità di interventi urgenti e strutturali per fronteggiare l’emergenza Niscemi dopo la frana del 1997, ma nessuno, in 29 anni ha mosso un dito. A testimoniarlo ci sono le nove ordinanze della Protezione civile redatte dal 1997 al 2022; l’ordinanza di aprile 2006 del governo Berlusconi, i finanziamenti stanziati nel 2016 dalla ex “struttura di missione di Palazzo Chigi” (istituita dal governo Renzi e poi smantellata dal governo Conte I nel 2018), la gara di appalto del 2009 dove vengono elencati i 12 interventi urgenti per mettere in sicurezza Niscemi poi bloccati nel 2013 dalla Regione che ha rescisso il contratto con le imprese vincitrici “perché non riescono a portare a termine i lavori” e infine il nuovo piano di intervento del 2023 redatto dalla protezione civile regionale che ha stanziato altri 10 milioni di euro per lavori che non sono mai stati fatti.
Insomma l'ennesimo teatrino della politica che coinvolge tutti i governi nazionali e regionali che si sono succeduti alla guida del Paese dal 2007 ad oggi che ha provocato l'ennesimo disastro civile e ambientale. Un disastro annunciato dall'aggravarsi della crisi climatica e prodotto dal selvaggio sistema di sfruttamento, devastazione e saccheggio del territorio operata dal capitalismo per massimizzare i profitti della grande speculazione immobiliare e turistica e alimentato dall'incuria, dalla burocrazia e dal menefreghismo delle istituzioni e del governo borghesi a tutti i livelli e che solo per puro caso non ha provocato vittime e feriti come è già successo tante, troppo volte, in Italia a cominciare dal disastro del Vajont (9 ottobre 1963, oltre 1.917 morti); alluvione di Firenze (4 novembre 1966 35 vittime accertate); alluvione del Polesine (Novembre 1951 oltre 100 morti); frana di Sarno e Quindici (5 maggio 1998, 160 morti); alluvione del Piemonte (Novembre 1994 70 morti) tanto per citare i casi più luttuosi.
Appoggiamo le sacrosante proteste delle masse popolari sarde, siciliane e calabresi, alle quali va tutta la nostra solidarietà e vicinanza per i danni subiti, e chiediamo che il governo neofascista Meloni risarcisca tutto, subito e fino all'ultimo euro. Chiediamo altresì un piano nazionale per la messa in sicurezza di tutto il territorio nazionale utilizzando i 14 miliardi già stanziati per il ponte sullo Stretto che oltretutto non farà altro che aggravare le sofferenze delle popolazione e lo scempio del territorio.

4 febbraio 2026