Discorso dell'ex governatore della Banca europea e premier italiano all'università di Lovanio
Draghi: “Federiamo l'Ue affinché diventi una potenza e sia in grado di fronteggiare il nuovo ordine mondiale”

L'università Cattolica di Lovanio, in Belgio, ha conferito a Mario Draghi, ex presidente della Bce ed ex presidente del Consiglio italiano, il dottorato honoris causa.
Durante la cerimonia, Draghi ha pronunciato un discorso molto importante sulla situazione internazionale e sul ruolo che a suo avviso dovrebbe avere l'Europa nel mondo che lo conferma quale leader politico indiscusso e lungimirante della Ue imperialista.
Dopo aver elogiato il ruolo di protezione degli Stati Uniti verso i Paesi europei nel dopoguerra che avrebbe garantito “pace e prosperità”, Draghi si è soffermato sul nuovo corso degli USA di Trump e su quello che di fatto identifica come elemento centrale di destabilizzazione del cosiddetto “ordine mondiale”, e cioè l'ingresso della Cina nell'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC o WTO) aggravato dal fatto che “mai prima d'ora un Paese di tali dimensioni abbia l'ambizione di diventare esso stesso un polo separato”.
Per Draghi il crollo dell’ordine mondiale, e quindi del ruolo sostanzialmente unico e predominante dell'Alleanza Atlantica e degli USA, è un dato di fatto e una minaccia. “La minaccia – sottolinea infatti Draghi - è ciò che lo sostituisce”, riferendosi da un lato all'imperialismo di Trump che impone dazi e considera per sua stessa ammissione la frammentazione politica europea funzionale ai suoi interessi, e al socialimperialismo cinese che sta via via rafforzandosi anche grazie alla collaborazione con la Russia di Putin e con l'area Brics, che di fatto gli consente di controllare nodi critici nelle catene di approvvigionamento.
“Questo è un futuro in cui l'Europa rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata, tutto in una volta - chiosa minaccioso Draghi -. E un'Europa che non è in grado di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori.”. E qui il ruolo centrale che l'ex presidente della BCE ha da sempre nell'Olimpo istituzionale e capitalista europeo, gli impone un'accelerata che si traduce in un chiaro richiamo all'urgenza di intervenire nei settori strategici “in maniera autoritaria”, pena la fine del ruolo globale dell'UE imperialista. “Tra tutti coloro che ora sono intrappolati fra USA e Cina, solo gli europei hanno la possibilità di diventare essi stessi una vera potenza”.
E per Draghi la ricetta funzionale a concretizzare questa accelerazione va ricercata soprattutto nel passaggio dell'UE dal modello confederale a quello federale nel quale la sovranità rimane sì in capo ai singoli Stati aderenti, ma con poteri limitati, subordinati a una sola legge fondamentale vincolante per tutti i Paesi. In questo modello l'unico soggetto riconosciuto a livello internazionale dovrà essere lo Stato Federale, di fatto una istituzione completamente nuova e dichiaratamente imperialista a sé stante in contrapposizione alla Cina, ma anche indipendente – per quanto possibile - dagli USA.
Oggi l'UE è un'unione di Stati indipendenti e sovrani che cooperano su trattati specifici, mantenendo però la propria autonomia, e per Draghi questo è l'orpello più pesante che tarpa le ali a quello che è già un polo imperialista di fatto, ma con minor forza economica ma soprattutto bellica, dei suoi contendenti globali.
“Laddove l'Europa si è federata – ha avvertito Draghi -, sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria, siamo rispettati come potenza e negoziamo come un unico soggetto. (…) Laddove non lo abbiamo fatto, in materia di difesa, politica industriale, affari esteri, siamo trattati come un insieme informale di Stati di medie dimensioni, da dividere e trattare di conseguenza. (…) Alcuni diranno che non dovremmo agire finché la nostra posizione non sarà più forte, finché non saremo più uniti, finché l'escalation non sarà meno costosa. Ma questo compromesso è illusorio. È solo agendo che creiamo le condizioni per agire in modo più deciso in seguito.”
Insomma, il leader europeo più autorevole al servizio dell'imperialismo d'occidente, diviso tra massoneria e Vaticano, colui che attraverso una carriera passata tra incarichi pubblici e privati nei quali ha sempre rappresentato gli interessi del grande capitale finanziario, industriale e bancario, in Belgio ha rilanciato con vigore e con urgenza la necessità di pestare sull'acceleratore del consolidamento del polo imperialista europeo al fine di renderlo capace di contendere l'egemonia mondiale alle altre superpotenze, rafforzando e unificando soprattutto la sua politica militare, industriale ed estera. Quantunque si limiti a rivendicare alla Ue il ruolo di potenza mondiale, è evidente che egli vuole che essa diventi a tutti gli effetti una superpotenza capace di fronteggiare sia il socialimperialismo cinese e l'imperialismo russo sia il predominio dell'imperialismo americano.
Draghi è ancora portavoce dello stesso messaggio che lanciava ai tempi nei quali era Presidente del Consiglio in Italia in un governo di “emergenza nazionale” sostenuto da quasi tutti i partiti parlamentari; ai tempi affermava senza ritrosie, tatticismi o pudore che i Balcani, la Libia ed il Mediterraneo non potevano non essere obiettivi italiani, in un contesto sempre più aggressivo dell'imperialismo tricolore ed europeo.
Non a caso oggi Draghi spinge fortissimo sulla difesa, sull'esercito europeo imperialista non come collage di vari contingenti, ma come unica forza armata dislocata nei Paesi UE. Su questo tema, che fra l'altro va nella stessa direzione del riarmo voluto, cercato e disposto da NATO ed UE, ha affermato di “non poter aspettare oltre” facendo chiaramente capire l'urgenza di inserire questo fondamentale tassello che poi spianerà la strada anche al suo obiettivo finale del “federalismo pragmatico”.
Nel percorso che conduce a questo processo irrinunciabile per i profitti delle multinazionali economiche e finanziarie, Draghi prende ad esempio quanto è stato fatto sull'euro per sbloccare i troppi “egoismi nazionali” che lo zavorrano.
“L'euro – ha detto Draghi - è l'esempio di maggior successo. Coloro che erano disposti ad aderire sono andati avanti, hanno creato istituzioni comuni con un'autorità reale e, attraverso questo impegno condiviso, hanno forgiato una solidarietà più profonda di quanto qualsiasi trattato avrebbe potuto prescrivere. Da allora, altri nove paesi hanno scelto di aderire.”. Insomma, chi comprende l'urgenza del “piano Draghi” e dei suoi mandanti, può iniziare “anche al di fuori dei meccanismi più lenti del processo decisionale europeo”; a nessuno sfugge che questo invito è rivolto in particolare a Francia e Germania, ma anche all'Italia che ha sempre avuto una linea di piena convergenza con questa visione politica. Secondo Draghi gli altri Paesi arriveranno perché si convinceranno, oppure perché il rafforzamento del terzo blocco imperialista mondiale non darà loro alcun margine di manovra.
Insomma, il discorso di Draghi non è semplicemente un intervento celebrativo limitato a un evento particolare, bensì un indirizzo ben preciso lanciato dai forti potentati economici che egli rappresenta affinché i governi borghesi nazionali si diano una mossa ed affrettino questi passaggi. Questo appello è l'ennesima prova di ciò che abbiamo sempre sostenuto e appreso grazie agli insegnamenti di Lenin, e cioè di come, nell'epoca dell'imperialismo, sia sempre più inestricabile l'intreccio e la compenetrazione tra gli stati borghesi e i monopoli, e le centrali di comando del capitale finanziario, al punto che sono gli stessi uomini, com'è il caso di Draghi, ad occupare le poltrone di comando ora dell'alta finanza privata ora delle istituzioni governative nazionali e internazionali. E ora proprio Draghi suona la carica.
Una carica che non è rimasta inascoltata ma è stata ripresa e rilanciata con forza dall'asse Meloni-Merz, un asse d'acciaio tra Italia e Germania stipulato nell'incontro a Roma per egemonizzare l'UE, che con un documento comune ha voluto mettere questi temi sul tappeto dell'imminente vertice europeo. E per confermare la volontà di procedere in questa direzione con chi ci sta è stato organizzato un pre-vertice in Belgio in cui discutere e concordare questa linea comune. Nel prossimo numero avremo modo di approfondire tali avvenimenti e decisioni.
In ogni caso appare chiaro che la Ue è sempre più decisa ad adottare tutte quelle misure in politica militare, industriale ed estera per diventare senza indugi e a tutti gli effetti una superpotenza imperialista “in grado di fronteggiare il nuovo ordine mondiale”.
Di questo processo, a farne le spese saranno ancora una volta le masse popolari mentre spadroneggeranno ancor di più i grandi monopoli capitalistici europei assetati di profitto e in competizione con quelli americani e cinesi e cresceranno i pericoli che i popoli europei siano schiacciati, affamati e privati di diritti dal riarmo bellicista e dall'interventismo militare in ogni angolo del globo e trascinati nella guerra mondiale imperialista. Contro cui non avranno altra scelta che quella di distruggere questa alleanza capitalista e imperialista e di insorgere in caso di guerra mondiale imperialista. La via d'uscita non è la superpotenza europea ma il socialismo.

11 febbraio 2026