La società di delivery sotto controllo giudiziario della procura di Milano
Glovo schiavista
Salari da fame, niente diritti, supersfruttamento

Sono ormai alcuni anni che il settore delle consegne a domicilio, e in particolare del cibo pronto (food delivery ), è sotto la lente d'ingrandimento dei magistrati, perché appare sempre più chiaro che le società che lo gestiscono trattano i lavoratori alle loro dipendenze, i cosiddetti ciclofattorini o rider , con sistemi disumani al limite dello schiavismo, approfittando anche di una legislazione che fino a poco tempo fa era quasi inesistente, e pure del fatto che i maggiori sindacati italiani non hanno dato il giusto peso alle denunzie che provenivano dai rider , considerando la loro attività come “lavoretti” per studenti universitari o per arrotondare altri guadagni.
La realtà è ben diversa, come ha dimostrato l'indagine condotta dal Nucleo ispettorato del lavoro dei carabinieri per conto della Procura di Milano. A disporla il Pubblico Ministero del capoluogo lombardo Paolo Storari, già impegnato a combattere il fenomeno dello sfruttamento e del caporalato nelle ditte che lavorano al servizio e per conto delle grandi firme della moda. A finire nel mirino della Procura Foodinho srl, la branca italiana che gestisce il servizio di consegne a domicilio di Glovo, assieme all'amministratore unico del marchio spagnolo, Oscar Pierre Miquel.
La società iberica nel 2018 acquisì le attività italiane di Foodora, ma rifiutò di assumere i rider alle stesse condizioni della concorrente, che li inquadrava con qualche tutela in più. Glovo ha la quota più rilevante del mercato del food delivery italiano, con circa 40mila rider , di cui 2mila nella sola area metropolitana di Milano. Nel 2020 fu la prima società del settore a essere condannata all’assunzione come dipendente di un rider di Palermo. Negli ultimi anni, diverse pronunce giudiziarie hanno imposto alla piattaforma spagnola di rendere trasparenti gli algoritmi. Nel 2024 il Garante della privacy le ha inflitto una multa da “5 milioni di euro per aver trattato illecitamente i dati personali di oltre 35 mila rider attraverso la piattaforma”. Era già stata multata in Spagna nel 2022 per 79 milioni perché non aveva contrattualizzato i suoi lavoratori in base alle legge di quel Paese.
Evidentemente questi comportamenti sono la caratteristica di Glovo. “Ciclofattorini pagati 2,50 euro a consegna – scivono i PM – sotto la soglia di povertà e in contrasto con l’articolo 36 della Costituzione”, quello sul salario che deve essere dignitoso. In teoria sono lavoratori a partita Iva, che solo quando desiderano si rendono disponibili a consegnare in bici il cibo di Glovo, nel tempo che vogliono ritagliarsi per arrotondare le proprie entrate. In pratica, ricostruisce invece la Procura, sono ciclofattorini (per lo più stranieri in condizioni di bisogno) subordinati di fatto a un datore di lavoro molto particolare, la app di Glovo: che li eterodirige digitalmente, li traccia secondo un punteggio di accettazione e puntualità, li sprona a fare più in fretta se li vede in ritardo sulla tabella di marcia, e se li vede fermi li incalza per chiedere il motivo.
Altro che “lavoretto”. Qui si sta parlando di turni massacranti, fino a 12 ore per sei-sette giorni a settimana, in cambio di uno stipendio così basso da essere inferiore fino al 76% rispetto alla soglia di povertà e fino all’81% in meno rispetto a quanto previsto dalla contrattazione collettiva. Glovo è stata accusata di capolarato, sfruttamento del lavoro, inquadramento incompatibile con il lavoro “autonomo”, e per questi motivi è stata sottoposta a controllo giudiziario con procedura d’urgenza. La nomina di un amministratore giudiziario non sostituisce ma affianca i vertici dell’azienda, ed è disposto quando c’è da interrompere una situazione di ritenuta illegalità, ma l’interruzione dell’attività imprenditoriale potrebbe comportare ripercussioni negative sui livelli occupazionali o sul valore del gruppo.
Dalle testimonianze raccolte durante le indagini emergono le reali condizioni di lavoro dei rider . Oltre alle paghe da fame, non esistono indennità aggiuntive automatiche per il tempo di viaggio, per le attese o per le spese sostenute. Se il tempo si allunga o i costi aumentano, ricade tutto sul lavoratore. Le attese al ritiro nei ristoranti possono superare anche i 10/20 minuti, riducendo sensibilmente il valore effettivo del compenso. Quasi 4 rider su 10 dichiarano di essersi infortunati almeno una volta, ma solo una minoranza ha denunciato l’episodio alle autorità competenti, spesso per timore di perdere l’accesso alle consegne o ai bonus concessi dall'algoritmo.
A erodere lo stipendio sono anche i costi vivi: la manutenzione del mezzo, le attrezzature (zaino, giubbotti, casco) che vengono fornite solo una volta. Quando poi si deve pagare l'affitto, la situazione diventa insostenibile. Al riguardo a Firenze, a seguito di un intervento dei vigili del fuoco per spegnere un incendio, sono stati scoperti casualmente appartamenti dove decine di rider di origine pakistana vivevano in condizioni di sovraffollamento, per far fronte ai prezzi esorbitanti degli affitti delle case (spesso a nero) nelle città italiane.
Queste sono le reali condizioni, da schiavi, che vengono imposte a chi lavora per Glovo, nonostante l'azienda cerchi di darsi una immagine patinata. La stessa azienda che ha promosso una partnership con Visa per le Olimpiadi invernali di Milano Cortina iniziate pochi giorni fa (“Glovo e Visa ti premiano.”). Nell’ambito dei Giochi, infatti, dal 4 ottobre al 16 novembre 2025 con un ordine minimo di 40 euro su Glovo era possibile vincere un “Pacchetto hospitality” dal valore complessivo che poteva arrivare a oltre 11.000 euro. Non è difficile immaginare che sia stato proprio uno di quei duemila rider milanesi, sottoposto a salari da fame, con medie lavorative ottocentesche, senza diritti e supercontrollato, ad aver consegnato l’“ordine vincente” promosso da Foodinho-Glovo.

18 febbraio 2026