Commenti al Documento del CC del PMLI Vota NO al referendum
NO al regime neofascista dove la magistratura diventa un’organizzazione criminale e nemica del popolo
di Giorg - Roma
Alle pagine 2 e 3 de Il Bolscevico n. 4 del 5 febbraio scorso è stato pubblicato il documento votato dal Comitato centrale del Partito marxista-leninista italiano il 21 gennaio e intitolato ‘Vota no per affossare la controriforma piduista e fascista della giustizia
’.
Nel documento - che spiega analiticamente le ragioni politiche dell’invito a votare NO al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo prossimo e che costituisce una pietra miliare nella critica marxista-leninista del nostro Partito alla sovrastruttura istituzionale costituita dallo Stato borghese con una limpida esegesi storica e giuridica fondata sul materialismo storico e con una altrettanto chiara esegesi politica fondata su quello dialettico - vi si legge la seguente frase, che da sola spiega tutto: “occorre tagliare le gambe al tentativo della destra neofascista compatta, sostenuto anche da diversi parlamentari, politici e intellettuali della ‘sinistra’ liberale e riformista, di sottomettere i magistrati al potere esecutivo, come durante la dittatura mussoliniana e come preconizzato dal ‘Piano di rinascita democratica’ della P2 di Gelli e Berlusconi
”.
Per comprendere in pieno il significato di questa analisi da un punto di vista storico e politico bisogna comprendere innanzitutto cosa è lo Stato e quale è stata l’evoluzione di questa che deve essere considerata la fondamentale sovrastruttura del sistema capitalista nel contesto del capitalismo stesso.
Marx colloca la nascita del capitalismo in Europa tra il XIV e il XVI secolo: “
quantunque i primi passi della produzione capitalistica
– scrive il cofondatore del socialismo scientifico nel contesto di una ben più dettagliata analisi -
siano stati fatti per tempo in alcune città del Mediterraneo l’èra capitalistica non data tuttavia che dal sedicesimo secolo; dovunque essa nasce l’abolizione della schiavitù è da lungo tempo un fatto compiuto, ed il regime dei comuni, questa gloria del medio evo, è di già in piena decadenza
” (Carlo Marx, Il Capitale – Critica dell’economia politica
, Libro I, Sez. VII, Capo XXVI in Raccolta delle più pregiate opere moderne italiane e straniere di economia politica
, Volume IX, Parte II, p. 620, Torino, 1886). Il riferimento alle città del Mediterraneo di cui si legge è, ovviamente, da una parte a realtà industriali, commerciali ed economiche italiane come le repubbliche di Venezia, Genova e Firenze dove già nel Trecento era nato il capitalismo finanziario e dall’altra a Costantinopoli, la capitale dell’Impero Ottomano il quale a partire dal XVI secolo, pur non avendo mai sperimentato il feudalesimo ma avendo avuto sin dalla sua origine una forte monarchia assoluta, si inserì pienamente nelle dinamiche economiche capitaliste europee nate dal dissolvimento del feudalesimo, e che avrebbero gradualmente prodotto gli Stati territoriali, spesso a carattere nazionale, governati da una monarchia assoluta, che è la forma di governo nella quale ad avere tutti i poteri, incluso quello giudiziario, è solo ed esclusivamente il sovrano dello Stato territoriale.
Per secoli in Europa, quindi, si consolidarono le monarchie che regnavano su Stati territoriali, le quali, pur conservando formalmente cerimoniali di origine medievale e facendo persistere – per non inimicarsi la nobiltà – residui di diritto feudale, rafforzarono il sistema capitalista e in alcuni casi - come Spagna, Portogallo, Francia e Inghilterra – lo diffusero nel resto del mondo incontrando realtà geopolitiche al di fuori dell’Europa – come l’India dei Moghul – che avevano creato a loro volta, su modello europeo, un’economia capitalista.
In Italia il sistema capitalista fu protetto tra il XVI e il XVIII secolo dagli Stati regionali che nacquero pur con fortissime interferenze da parte di Stati potenti che avevano adottato il modello della monarchia assoluta nazionale (Francia e Spagna) o plurinazionale (Austria) e alla metà del XIX secolo.
Nel frattempo si era acceso uno scontro tra i monarchi assoluti e la borghesia che reclamava una propria rappresentanza e addirittura una Costituzione, avendo quest’ultima preso coscienza del fatto che le proprie imprese producevano la quasi totalità della ricchezza: così dapprima in Inghilterra, poi in Francia e nel resto d’Europa le monarchie divennero non senza traumi costituzionali con la formazione di parlamenti e di governi sempre più autonomi dal sovrano, creandosi all’interno dell’ordinamento giuridico istituzionale borghese quella divisione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) che tuttora persiste.
L’Italia unita deve la propria legislazione dapprima all’estensione all’intera penisola delle norme del Regno di Sardegna e della sua Costituzione (lo Statuto Albertino, quindi all’attività legislativa dello Stato unitario: per ciò che riguardava la giustizia, gli articoli dal 68 al 73 dello Statuto, a tale tema dedicati, contenevano solo pochi e generici princìpi, per di più tutti derogabili da parte del legislatore a causa del carattere flessibile della costituzione. L’articolo 68 stabiliva che “la Giustizia emana dal Re ed è amministrata in suo nome dai Giudici che Egli istituisce
”, e la legislazione ordinaria dapprima piemontese e poi italiana non diede a giudici e rappresentanti della pubblica accusa speciali autonomie. Nello Statuto addirittura si parlava di ‘ordine giudiziario’ e non di ‘potere giudiziario’ come per quello legislativo ed esecutivo. Il potere dei giudici e dei pubblici ministeri di fatto altro non era che un ramo del potere esecutivo costituito dal governo, e tale situazione non mutò neppure con la nascita del Consiglio superiore della magistratura istituito all'articolo 4 della legge n. 511 del 14 luglio 1907: tale organismo, con sede presso il Ministero di Grazia e Giustizia, era un semplice organo consultivo e amministrativo per le nomine di alcune cariche entro la magistratura.
La situazione dei magistrati non mutò durante il ventennio fascista, anzi peggiorò: privi di una reale autonomia dal potere politico essi furono strumenti, insieme ai corpi di polizia e a quelli militari anche essi in gran parte ereditati dal precedente ordinamento liberale, dei crimini del fascismo, del quale applicarono le leggi e le fecero rispettare: i magistrati, così, non batterono ciglio di fronte alla normativa coloniale e a quella antiebraica di stampo razzista, alle norme che imponevano l’italianizzazione forzata a popolazioni slave, alle norme corporative che fecero fare ai diritti dei lavoratori un salto indietro di secoli, così come magistrati inquirenti e giudicanti tacquero in Etiopia durante la devastante repressione italiana che provocò nel 1937 molte decine di migliaia di morti civili etiopi. Non batterono ciglio neppure i magistrati che furono destinati a comporre sia l’abominevole tribunale della razza presso il Ministero degli Interni, al quale migliaia di ebrei italiani devono indicibili sofferenze, sia lo spietato Tribunale speciale per la difesa dello Stato che fu responsabile di decine di condanne a morte e di decine di migliaia di anni di reclusione irrogati non solo a tanti italiani antifascisti, ma anche a tantissimi slavi dell’Adriatico.
La fine della seconda guerra mondiale, la lotta partigiana e l’ascesa al potere di una classe politica sostanzialmente antifascista portarono poi alla Costituzione attualmente in vigore dal 1948, i cui articoli da 101 a 110 sono dedicati ai magistrati, stabilendo per essi una serie di garanzie quali l’inamovibilità, la sottoposizione soltanto alla legge, e stabilendo che sulla carriera del magistrato vigili quello stesso Consiglio superiore della magistratura istituito nel 1907 che con la Costituzione diviene organo di rilevanza costituzionale preposto all’autogoverno della magistratura.
È dal 1948 in poi, quindi, che i magistrati italiani costituiscono un potere dello Stato realmente autonomo rispetto a quelli legislativo ed esecutivo, un potere che, così come è strutturato attualmente, ha reso finora alla Repubblica e renderebbe impossibile anche in futuro il compimento di nefandezze giuridiche quali quelle compiute nel corso del XIX dai governi regi e, soprattutto, dal regime fascista: beninteso, le renderebbe impossibili soltanto qualora la magistratura continui ad essere anche per il futuro un potere realmente indipendente dal potere esecutivo, ma non accadrebbe qualora la magistratura venisse indebolita a un punto tale da farla ritornare, nei fatti, a quella che ha conosciuto l’Italia nel secolo esatto che va dallo Statuto Albertino all’attuale Costituzione.
L’obiettivo del governo Meloni è proprio quello, reazionario, di privare la Repubblica di un potere dello Stato fondamentale come quello della magistratura, e lo priva condizionandolo e mettendolo all’angolo, affinché non possa disturbare i piani del nuovo regime retto dalla Meloni: “la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici
– si legge nel prosieguo del documento del Comitato centrale del Partito - ricalca infatti quasi alla lettera il piano di Gelli, che stabiliva di ‘separare le carriere requirente e giudicante’ . Auspicava inoltre la ‘responsabilità del Guardasigilli verso il parlamento sull'operato del pm (modifica costituzionale)’. Obiettivo da realizzare anche attraverso la ‘riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento (modifica costituzionale)’
”.
Qualcuno potrebbe obiettare che la Meloni non è Gelli e neppure Mussolini e che i tempi sono cambiati rispetto agli ultimi due nominati, ma il nostro Partito ha colto perfettamente, nella sua analisi scientifica, il minimo comun denominatore tipico di ogni regime autoritario – quello fascista, soprattutto, che fu inaugurato da Mussolini, del quale Licio Gelli voleva la riesumazione sotto mentite spoglie e che la Meloni vorrebbe riproporre e reintrodurre a distanza di un secolo – e questo minimo comun denominatore dell’autoritarismo neofascista altro non è che l’accentramento in una sola mano di tutti i poteri pubblici, e il primo obiettivo deve essere, in questa sciagurata tensione autoritaria neofascista, la riduzione ai minimi termini della magistratura, soprattutto in quanto moltissimi dei suoi membri hanno una formazione democratica, formata sui valori di quella stessa Costituzione che, lo si comprende dalla precedente disamina storica, è la vera fonte del loro potere.
Così lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura punta a indebolire tale organo e a minare la sua indipendenza mentre il sorteggio dei consiglieri togati contrapposto all’elezione di quelli laici punta a dare la certezza, al governo, che questi ultimi, appositamente scelti, saranno sicuramente professori di diritto e avvocati illustri con grande esperienza, mentre per i magistrati il sorteggio lascia la loro elezione al puro caso, che potrebbe portare, e presumibilmente porterà, al ruolo di consigliere togato magistrati senza la dovuta esperienza, inficiando l’indipendenza dell’organo di autogoverno.
“La separazione delle carriere
– prosegue il documento del Comitato centrale - ha infatti il fine di creare un corpo separato dei pubblici ministeri (pm) che risponda solo al ministro della Giustizia; il quale, quando sarà abolita l'obbligatorietà dell'azione penale (un provvedimento già pronto che il governo tiene coperto per non allarmare le elettrici e gli elettori), deciderà insindacabilmente quali inchieste perseguire e quali seppellire in qualche cassetto. Uno strumento del governo per applicare una giustizia di classe borghese, tanto spietata e punitiva con gli oppositori del regime capitalista neofascista e i meno abbienti, quanto indulgente e protettiva con i membri della classe borghese, i ricchi, i ‘colletti bianchi’ e i politicanti borghesi corrotti
”.
Come dare torto a una simile analisi del nostro Comitato centrale? È impossibile, e il riferimento alla giustizia di classe e alla lotta di classe sta a ricordare a tutti i lavoratori italiani che il vero motore del conflitto sociale del mondo capitalista è proprio la lotta di classe, la quale è essa stessa a influenzare la sovrastruttura giuridica e istituzionale dello Stato borghese, la quale ha molteplici varianti che nella storia si sono succeduti: la sovrastruttura istituzionale di un qualsiasi Stato borghese, infatti, è come un bidone della spazzatura che è posto a copertura del secchio, per cui anche se cambiano e vengono sostituiti o aggiustati i coperchi (gli assetti istituzionali) il capitalismo (ossia il bidone) resta sempre lo stesso. Non essendo altro che un’organizzazione burocratica creata dalla classe economicamente dominante – ossia dalla borghesia - per il mantenimento della propria supremazia economica e sociale, essa nei secoli è stata ed è camaleontica: la monarchia assoluta, quella costituzionale, quella parlamentare, la repubblica, il bonapartismo, il fascismo, il nazismo, il franchismo, il peronismo e persino una sovrastruttura giuridica apparentemente di tipo socialista (come oggi accade in Cina) sono tutte variabili istituzionali tra di loro intercambiabili, e hanno l’obiettivo di mantenere la pace sociale e di evitare o ridurre al minimo la lotta di classe, e proprio nei periodi storici nei quali quest’ultima si accentua (come negli anni Venti e Trenta dello scorso secolo, ma anche oggi la conflittualità sociale sta aumentando ed è destinata ad aumentare) i regimi si trasformano da democratici in autoritari e la repressione aumenta, con gli effetti descritti dal Partito per i proletari.
Ecco i motivi per i quali in questo contingente momento storico è importante dire NO al quesito referendario, perché l’attuale architettura costituzionale che prevede la magistratura come potere di controllo sul governo verrà stravolta con la controriforma, e i più penalizzati da essa non saranno i magistrati ma le masse popolari.
Il Comitato centrale lo ha fatto comprendere, ma è bene ribadirlo: questo voto referendario è epocale perché dal suo esito dipende l’assetto istituzionale dello Stato borghese come lo abbiamo visto negli ultimi 80 anni, e il rischio se non vince il NO è la restaurazione di un vero e proprio regime autoritario di stampo neofascista.
Che tutti i sinceri democratici, i lavoratori, i giovani, gli elementi progressisti si uniscano al Partito marxista-leninista Italiano in questa battaglia epocale per la salvaguardia di quelle libertà residue che ancora sono rimaste e facciano propaganda referendaria facendo chiaramente comprendere che è meglio vivere in una democrazia borghese che prevede una magistratura attiva piuttosto che in un regime neofascista dove la magistratura diventa essa stessa un’organizzazione criminale e nemica del popolo: per questo bisogna votare NO al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo.
25 febbraio 2026