Aumenta la povertà anche tra chi possiede casa e lavoro

Lo scorso 4 febbraio è stato presentato a Roma il rapporto intitolato ‘L’Italia delle povertà’ e sottotitolato ‘Dinamiche sociali, risposte pubbliche e racconto dei media’, un dettagliato e analitico studio di 132 pagine realizzato dall’Alleanza contro la Povertà in Italia in collaborazione con l’Istituto di Ricerche Educative e Formative, che sono rispettivamente la più importante rete di associazioni che si occupano in vari modi del fenomeno della povertà nel nostro Paese e un accreditato istituto di ricerca sociale fondato dalle Acli nel 1968.
Il rapporto ha il pregio di evidenziare che, accanto a condizioni di povertà assoluta e relativa che sono fisiologiche in ogni società capitalista avanzata e che comunque si stanno consolidando, stanno emergendo forme di povertà, disagio e vulnerabilità sociale di tipo nuovo, che coinvolgono sempre più famiglie, giovani e anche anziani che, pur appartenendo alle masse popolari, dispongono comunque di una casa senza dover pagare un affitto, e hanno un reddito derivante da lavoro o da pensione.
A collocarsi in quest’area di rischio è, secondo il rapporto, l’8,2% delle famiglie, che si aggiungono al 10,9% di nuclei famigliari già ufficialmente classificati come poveri dalle statistiche, un dato che che fa sì che quasi il 20% delle famiglie che vivono in Italia debbano considerarsi o in povertà o a rischio di imminente impoverimento.
Tra i principali fattori di impoverimento di chi ha reddito e abitazione propria, si rileva, ci sono i salari bassi, l'instabilità lavorativa e i lavori intermittenti, tutti fattori che fanno sì che oltre il 10% degli occupati che vivono nel nostro Paese siano attualmente a rischio di povertà, ovvero tra i 2,3 e i 2,4 milioni di persone che, con un valore superiore alla media europea, sono già scivolati in questa posizione sociale di rischio, che va considerata la possibile anticamera della situazione di povertà conclamata.
Sono indicativi e sintomatici di una situazione di rischio anche per chi ha casa e lavoro la compressione delle spese alimentari, il peso dei costi dell’abitazione di proprietà quali spese condominiali e bollette, le difficoltà di accesso alle cure sanitarie e all’acquisto dei farmaci, tutti elementi che emergono parzialmente nelle statistiche dell'Istat in quanto difficilmente inquadrabili da un punto di vista statistico, ma che incidono profondamente sulla qualità della vita di milioni di persone che comunque appartengono alle larghe fasce delle masse popolari.
Antonio Russo, portavoce nazionale dell’Alleanza contro la Povertà in Italia, ha affermato a margine dell'incontro di presentazione del rapporto: “l’area della 'quasi povertà' si è ampliata e si assiste a una progressiva normalizzazione della povertà stessa, che entra nella vita quotidiana senza manifestarsi come marginalità estrema e a perdere riconoscibilità pubblica”.
Dal canto suo Gianfranco Zucca, ricercatore dell'Istituto di Ricerche Educative e Formative, ha dato risalto alla problematicità della rilevazione statistica riguardante questo fenomeno: “nel rapporto – ha affermato Zucca - riportiamo dati su famiglie proprietarie di casa ma in condizione di 'quasi povertà', perché magari la struttura è un vecchio casolare di poco valore”.
Il risultato, drammatico per ciò che riguarda rilevazione statistica e divulgazione mediatica, è che un simile fenomeno non viene percepito in tutta la sua gravità né dalle statistiche né dai mezzi di comunicazione, e neanche le politiche dei governi che si sono succeduti – da ultimo quello della Meloni - hanno dato una risposta soddisfacente.
Infatti già lo scorso dicembre Alleanza contro la Povertà in Italia aveva espresso una forte preoccupazione su un emendamento alla legge di bilancio che dimezzava l’importo della prima mensilità dopo il rinnovo dell’assegno di Inclusione, il sussidio istituito dal governo Meloni per sostituire il cosiddetto reddito di cittadinanza. Alleanza contro la Povertà in Italia metteva in evidenza come il governo stesse introducendo un risparmio secco ai danni dei beneficiari del sussidio contro la povertà assoluta, calcolando che a partire dal 2026 tra le 350 e le 400 mila famiglie avrebbero completato il primo ciclo di 18 mesi e avrebbero presentato domanda di rinnovo, ma avrebbero avuto una perdita, con il dimezzamento della prima mensilità, di un importo stimabile tra i 250 e i 300 euro, con picchi più alti per le famiglie numerose o con minori.
Al di là del caso concreto sopra evidenziato, comunque, è evidente che mancano, o comunque sono del tutto insufficienti, le politiche del governo neofascista Meloni per contrastare la povertà e anche per impedire a coloro che hanno casa e lavoro di scivolare nella situazione di povertà, basti pensare alle inesistenti politiche governative sul tema del lavoro a basso reddito (si consideri quanto è avvenuto recentemente con l'indagine della magistratura sullo sfruttamento dei rider), che è la principale causa delle difficoltà economiche di chi possiede comunque un'abitazione e un lavoro.

25 febbraio 2026