Corrispondenza delle masse
Appoggio la posizione del PMLI sull'aggressione all'Iran e faccio alcune riflessioni sull'imperialismo

Prendiamo atto del testo diffuso dal nostro Partito proletario: è giusto, necessario ed urgente condannare con forza l’aggressione militare perpetrata contro l'Iran ed arrivata finanche a fare fuori la Guida suprema della Repubblica Islamica. Il comunicato del PMLI mette in chiaro ciò che ogni analisi concreta deve sostenere: la violenza militare che colpisce uno Stato sovrano è una operazione dell'imperialismo, che, mascherandosi con pretesti di “sicurezza”, “esporta” ingerenze e governi fantoccio.
La vicenda denunciata non è un episodio isolato: è parte di una lunga catena che, negli ultimi trent’anni, ha visto interventi ed operazioni estere - a volte dirette, altre volte camuffate dietro “coalizioni” e risoluzioni - culminare nella caduta e nella tragica uccisione o eliminazione fisica di dirigenti nazionali, con effetti devastanti per i popoli interessati. Le immagini e i resoconti della cattura e dell’uccisione di Gheddafi (2011) e dell’esecuzione di Saddam Hussein (2006) restano monito amaro: interventi preceduti da mesi di propaganda e retorica sulla “responsabilità di proteggere” nonché sull’“esportazione della democrazia”, che alla prova dei fatti si sono tradotti in caos, frammentazione civile e dominazione geopolitica.
Raffrontare le cose - e denunciare analogie - non significa cancellare differenze. Tuttavia, quando l’imperialismo moderno - nelle parole e nelle azioni di personaggi come il fascio-yankee Donald Trump e il nazisionista Benjamin Netanyahu - procede con attacchi diretti o con campagne di delegittimazione, è doveroso leggere questi fatti per quello che sono: strumenti di dominio che mirano a rimodellare equilibri geopolitici e ad imporre interessi economico-strategici, anche con estrema violenza. I commenti e le analisi pubbliche registrano oggi un uso più spregiudicato e meno figurato della forza - e dunque richiedono una condanna ancor più netta. Non sono negligenti le chiamate alla memoria: l’“esportazione della democrazia” è stata, storicamente, il paravento retorico dietro cui si sono celate operazioni di "regime change" - con conseguenze umanitarie e politiche catastrofiche. L’esecuzione sommaria o l’eliminazione politica di leader nazionali (anche con origini socialiste come Saddam, Gheddafi e Maduro) si collocano in questo quadro: operazioni militari e paramilitari che hanno beneficiato di una campagna mediatica preventiva e di coperture diplomatiche. Per questo va ricordato ed evidenziato che oggi la violenza imperialista assume forme anche più sfacciate - blocchi economico-energetici, azioni ibride ed “operazioni speciali” - che devastano i popoli senza neppure il fastidio di un ampio dibattito internazionale.
A proposito del blocco e delle sanzioni: il caso di Cuba è paradigmatico. Le misure economiche statunitensi restano una forma di guerra prolungata che colpisce i bisogni fondamentali dei cittadini e che è stata (e viene) condannata a più riprese dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e da altri organismi internazionali. Le conseguenze sono reali: peggioramento dei diritti sociali e compressione delle possibilità di autodeterminazione politico-economica fino ad un prossimo strangolamento del Paese.
Parimenti, i tentativi - diretti o mascherati - di rapimenti o operazioni clandestine contro leadership progressiste e nazionaliste (si pensi agli episodi in Venezuela e alle operazioni di tipo “forcible removal”) testimoniano che la strategia imperialista non esita a far ricorso a metodi che si avvalgono del crimine politico internazionale.
La memoria di vicende come l’“Operation Gideon” e il più recente rapimento del Presidente Maduro va richiamata come esempio delle modalità con cui il controllo esterno può manifestarsi sotto forma di incursioni lampo e/o sostituzione forzata di governi.
In questo contesto, l’invocazione della vecchia dottrina Monroe come matrice storica del comportamento egemonico statunitense non è fine a sé stessa: la dottrina ha segnato per due secoli l’orizzonte politico dell’“emisfero occidentale” e ritorna, sotto nuove ed atroci forme, nelle pratiche di interventismo e nei tentativi di controllo delle aree ricche di risorse o di rilevanza strategica. Il riemergere di tali logiche - oggi amplificate dalla rete e dai media globali - ci offre però anche un’opportunità: la possibilità di smascherare, documentare e rendere pubbliche le porcherie imperialiste in tempo reale. La lotta antimperialista oggi passa anche per la produzione e la diffusione di informazioni indipendenti, per la solidarietà transnazionale e per la costruzione di alleanze contro ogni forma di dominio. Ciò al contempo richiede esigenza di disciplina teorica e di chiarezza di linea politica: in un mondo dove le narrazioni ufficiali manipolano i fatti, serve rigore marxista-leninista nell’analisi nonché fermezza nella denuncia. Inoltre, non ci si può posizionare da spettatori neutrali o "campisti', mentre si applicano politiche di aggressione che producono miseria e repressione. La lezione dei Maestri del proletariato si traduce oggi nella necessità di una pratica rivoluzionaria che combini chiarezza ideologica, lavoro culturale di massa ed iniziative concrete di solidarietà internazionale.
Sosteniamo integralmente la presa di posizione del PMLI contro le aggressioni dei blocchi imperialisti e chiediamo:
verità e trasparenza sui fatti; azioni diplomatiche per fermare l’escalation;
rifiuto netto di qualsiasi intervento che ponga norme di regime change al posto della sovranità dei popoli;
solidarietà attiva ai popoli colpiti dagli effetti del blocco e delle sanzioni;
mobilitazione culturale ed informativa per smascherare le mistificazioni e per costruire una solidarietà internazionale che prevenga nuove tragedie.
Seguiamo gli insegnamenti dello stimato compagno e Maestro Scuderi nonché la linea del CC del PMLI, studiando con attenzione la recente intervista a Mino Pasca e i documenti chiave del Partito.
Cartesio - Napoli

4 marzo 2026