Deliveroo sotto accusa dalla procura di Milano
Rider schiavi con salari da fame
Sotto inchiesta anche le grandi catene di fast food. La Cgil fa causa a Burger King per sfruttamento

Dopo Glovo è toccato a Deliveroo finire sotto accusa per le condizioni lavorative applicate ai propri rider. Ancora una volta è la procura di Milano, e in particolare il PM Paolo Storari, con l'ausilio dei carabinieri del Nucleo Tutela Lavoro, a indagare sui nuovi schiavi e sul caporalato digitale che, da quanto emerso finora, sono da considerare la norma nel mondo delle consegne del cibo a domicilio (food delivery). Dopo la più grande azienda del settore, è toccato alla sua diretta concorrente, che ha un fatturato annuo di 240 milioni di euro e nel nostro paese utilizza 20mila ciclofattorini (rider), di cui circa 3mila soltanto nell'area milanese.
Le accuse sono sostanzialmente le stesse: “sfruttamento dei lavoratori in stato di necessità”, approfittando di persone in larga parte immigrate che devono mantenere anche parenti all'estero, o costrette a un secondo lavoro da affiancare al primo per sommare due stipendi da fame. Queste sono le tipologie più frequenti di lavoratori, che oltretutto Deliveroo e Glovo inquadrano come autonomi, grazie al contratto pirata firmato soltanto dal sindacato fascista UGL con il padronato Assodelivery, mentre l'altra grande azienda del settore, Just Eat, dal 2022 ha scelto di inquadrare come dipendenti tramite il contratto della logistica, gran parte dei suoi ciclofattorini. Essere considerati “autonomi” significa manutenzione della bici a proprio carico, niente ferie pagate, ne malattie e infortuni.
Per la procura i rider “percepiscono retribuzioni sicuramente non proporzionate né alla qualità né alla quantità del lavoro”, di base poco meno di 4 euro l’ora nel caso di Deliveroo, “contrastanti con l’articolo 36 della Costituzione (oltre che con la contrattazione collettiva) perché non in grado di garantire una esistenza libera e dignitosa”. Dalle testimonianze di una quarantina di rider, raccolte durante l'inchiesta risulta che, nonostante un numero di ore di lavoro molto superiore alla normale media settimanale, percepiscono un reddito netto annuo sotto la “soglia di povertà”, calcolata su indicatori quali reddito di cittadinanza, cassa integrazione, nuova assicurazione sociale per l’impiego e indice di povertà Istat.
In particolare, basandosi sul fatturato attribuibile a Deliveroo nel 2025, per la procura “risultano sotto soglia 30 rider su 40 (80%), con uno scostamento medio rispetto alla soglia di povertà di 7.600 euro annui, e punte di 15.300 euro annui”. Se poi il raffronto viene fatto con i livelli retributivi previsti dal contratto collettivo di riferimento (Logistica), lo scostamento tra quanto effettivamente percepito e i redditi netti minimi determinati dal contratto nazionale, riguarda “35 lavoratori su 37, il 94%”.
Ma lo sfruttamento non riguarda solo l'aspetto economico. Essere eterodiretti, cioè controllati e condizionati dall'esterno, tramite un'applicazione e un algoritmo utilizzati in maniera invasiva, oltre a prefigurare un rapporto di lavoro subordinato anziché autonomo, creano condizioni degradanti per il lavoratore. Continuamente geolocalizzati da algoritmi che utilizzano logiche premiali per mettere in competizione i rider o più spesso punitive, che li emarginano fino all'espulsione dalla piattaforma se non riescono a effettuare le consegne assegnate. Non a caso per la procura milanese il software non è solo un aiuto logistico, né solo un supervisore implacabile, ma un caporale digitale.
Le testimonianze dei rider parlano chiaro: “se non accetto l’ordine non guadagno e l’app mi penalizza” testimonia Ahmadzai Yarkhan. “Mi collego appena esco di casa, lavoro circa 9-10 ore al giorno e faccio circa 50 km in bicicletta” ma la pressione a volte lo costringe a pedalare fino a 150 km al giorno, confessa Ghafoor Khan, afghano. Amad Shakeel ha descritto gli effetti dei turni estenuanti che iniziano alle 10 e terminano alle 23: “Lavoro circa 12 ore al giorno, faccio circa 15-16 consegne”. Ahmad Aftab, conferma di non avere alternative al lavoro “7 giorni su 7”, distribuito sui turni 9-15 e 18-23, per poter sostenere genitori e fratelli in Pakistan.
Per questi motivi Deliveroo, così come Glovo, è stata messa sotto controllo giudiziario, con un amministratore che affiancherà i vertici dell’azienda, per bonificare gli indici del reato di caporalato per il quale sono indagati Deliveroo come società e l’amministratore Andrea Giuseppe Zocchi come persona fisica, che avrà il compito di “regolarizzare i lavoratori, e adottare assetti organizzativi (anche in difformità da quelli proposti dall’impresa) idonei a evitare il ripetersi di fenomeni di sfruttamento e di retribuzioni sotto soglia di povertà”.
Rispetto all'inchiesta precedente c'è però una novità. La procura ha iniziato ad interessarsi dei clienti delle piattaforme digitali, ossia le grandi società come Mcdonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga, Poke House spa, Crai Secom spa Kentucky Fried Chicken. Al momento ha soltanto chiesto l'esibizione dei modelli organizzativi e dei presidi di controllo. Tutto però fa presagire che, in quanto committenti delle aziende di food delivery, siano considerate proprio quelle che più traggono profitto dalle condizioni contrattuali vantaggiose che le piattaforme digitali possono offrire, grazie appunto all'abbattimento del costo del lavoro tramite l’eterodirezione algoritmica di lavoratori pagati sotto soglia di povertà.
E se è così, hanno modelli organizzativi idonei a impedire l’agevolazione colposa di reati altrui? O tutti fanno finta di non sapere? Ossia le stesse accuse, formulate sempre dalla procura di Milano e dal PM Storari, rivolte ai grandi marchi della moda, che hanno fatto finta di cadere dalle nuvole e di non sapere che i propri subfornitori praticassero prezzi concorrenziali a prezzi stracciati, grazie al doping di opifici-fantasma dove gli operai cinesi venivano sfruttati per pochi euro l'ora in condizioni disumane, permettendogli poi di rivendere capi di abbigliamento a migliaia di euro ricavando lauti profitti.
Il lavoro di contrasto alle nuove forme di caporalato e di semi-schiavitù della procura di Milano è davvero encomiabile. Ma non potrà sopperire a tutta l'inadeguatezza dimostrata dalla politica e dalle istituzioni borghesi, sia a livello nazionale che locale, e pure dei maggiori sindacati (quelli confederali), che fino ad ora hanno voltato lo sguardo dall'altra parte di fronte a queste condizioni di super sfruttamento, nonostante siano oramai note da tempo. Il diritto penale non può sostituire una regolazione organica del settore, anzitutto con l’inquadramento dei rider nel contratto collettivo nazionale della logistica, controlli amministrativi efficaci, indispensabili per combattere la compressione dei salari e la frammentazione delle responsabilità e riconoscere la dignità di questi lavoratori.
Qualcosa si sta già muovendo, e i rider hanno scioperato già numerose volte, spesso in forma spontanea, e sindacati di base e Cgil iniziano a farsi sentire. In questi giorni la Cgil ha portato in tribunale Burger King per lo sfruttamento dei rider. Si tratta di una causa che, per la prima volta, coinvolge un’azienda committente che usa le piattaforme digitali per recapitare il cibo a domicilio. Secondo il ricorso, il colosso della ristorazione ha omesso il monitoraggio e gli interventi correttivi previsti sia dal proprio codice etico sia dai protocolli a tutela dei lavoratori che era tenuta a osservare e far osservare. Per questa ragione si parla di “pubblicità ingannevole” e di “condotta antisindacale”.
La denuncia della Cgil conferma il ragionamento degli inquirenti ed è volta a coinvolgere e a scardinare l'intera filiera del caporalato digitale che funziona attraverso l’occultamento della subordinazione, le reti di appalti e subappalti, la logica del cottimo e del “lavoro a chiamata”, la strumentalizzazione del lavoro autonomo e il ricatto tramite la sorveglianza a distanza.

4 marzo 2026