Nei musei statali come nel made in Italy regnano precariato e supersfruttamento
Il precariato non ha confini e regna anche nei musei statali. Questo è quanto emerge dal cambio di concessionario agli Uffizi di Firenze. Il passaggio dall'Opera Laboratori Fiorentini, che ha ceduto il passo, dopo vent’anni, a Coop Culture, ha visto la riassunzione di tutti i lavoratori a tempo indeterminato, ma ha lasciato a casa quelli che il vecchio concessionario faceva lavorare a chiamata, o con altre forme di precariato.
Su questo tema, il primo febbraio Tomaso Montanari ha tenuto una lezione aperta di Storia dell’Arte proprio davanti all’entrata degli Uffizi. Lo storico dell'arte, oltre a rivestire il ruolo di Rettore dell’Università per Stranieri di Siena, fa parte del Comitato Scientifico delle Gallerie degli Uffizi. L'iniziativa è stata fatta in sostegno ai lavoratori precari storici delle Gallerie che ora si trovano senza lavoro. L’incontro, a cui hanno partecipato alcune centinaia di persone, è stato organizzato dal sindacato Sudd Cobas e dall'Arci Firenze.
La notorietà degli Uffizi, e dello stesso Montanari, ha fatto sì che la vicenda conquistasse l'attenzione dei notiziari, cogliendo quasi di sorpresa la maggior parte delle persone, in quanto si sta parlando di uno dei musei più famosi e visitati d'Europa. Questo deriva in gran parte dalla percezione, distorta e non attinente alla realtà, che certe forme di sfruttamento semi schiavistiche siano confinate solo in certi settori, in certe regioni e magari dove impresari e dipendenti non sono italiani. Ma il precariato e il supersfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori museali è ben noto ai sindacati, in particolare a quelli di base, che devono lottare contro “cooperative” che si comportano allo stesso modo di quelle operanti nella raccolta della frutta e degli ortaggi, e certe volte contro le organizzazioni sindacali più grandi, pronte a firmare accordi irricevibili.
Nel suo discorso Montanari ha denunciato come tutto abbia origine dagli anni novanta, quando le funzioni cruciali dei cosiddetti “invisibili” al grande pubblico, cioè gli addetti alla biglietteria, alla vigilanza, alla pulizia dei musei e dei grandi siti monumentali furono esternalizzate, “col sistema della concessione ai privati, che viene così istituzionalizzata anche per i Beni culturali (la cui tutela è affidata, tra i principi fondamentali della Costituzione, alla Repubblica): un sistema che tanti disastri ambientali ha causato nella realizzazione delle opere pubbliche, a cominciare dalle autostrade”. Quella Costituzione che a parole promuove “il pieno sviluppo della persona umana” ma poi, nella sostanza, non si rivolge a persone e cittadini, ma a “clienti e consumatori”.
Per lo storico dell'arte “Un lavoro stabile e dignitoso per i precari e le precarie degli Uffizi dovrebbe essere il punto di partenza per pensare una cultura costruita nel rispetto dei diritti e della dignità di chi lavora". Invece, come denuncia il sindacato Usb, che ha dichiarato lo stato di agitazione contro la Cooperativa CoopCulture, non vengono rispettati nemmeno i contratti di lavoro individuali e gli orari firmati da ogni lavoratore, “mancano le pause pranzo e non vengono rispettate le ore totali previste.....ci sono anche problemi sulla sicurezza e la salute di chi lavora appaltato”.
La replica, totalmente inaccettabile, non si è fatta attendere: “il riferimento alle Gallerie come ente diretto interlocutore di questa vicenda sia da ritenersi completamente infondato” perché i lavoratori precari e stagionali in oggetto sarebbero stati alle dipendenze del precedente concessionario dei servizi delle Gallerie le quali “non possono che stigmatizzare e condannare duramente la sistematica strumentalizzazione lontana da ogni senso dello Stato del loro nome e della loro reputazione per garantire visibilità mediatica servendosi di forme di disagio in sé comprensibili ma che non le riguardano”.
Come ha commentato il sindacato Sudd Cobas "il fatto che le Gallerie degli Uffizi abbiano recentemente ribadito di considerarsi estranee alla questione la dice lunga sulla filosofia con cui fino ad oggi sono stati concepiti questi appalti”. Dire che si tratta di un problema del concessionario significa comportarsi come fanno i grandi marchi del lusso, del Made in Italy, quando si scopre che i loro capi da migliaia di euro sono realizzati da schiavi. Dichiarano di non saperne nulla, terrorizzati che la loro preziosa immagine possa venire anche solo sfiorata. Lo stesso accade all’interno di Musei che fatturano diversi milioni di euro all’anno, che vengono enfatizzati dal governo come tesori nazionali da valorizzare. Questi schiavi moderni sono indispensabili, ma non si devono vedere, devono rimanere “invisibili”.
Gli schiavi lavorano nei capannoni dei subappaltatori della moda nascosti nella Piana tra Firenze e Pistoia, ma anche nelle celebrate sale dei musei più visitati del mondo. Non si tratta certo di una questione circoscritta all'area fiorentina o Toscana. Quello che possiamo chiamare a tutti gli effetti precariato di stato, lo ritroviamo nella gestione dei Beni culturali di tutta Italia, e nelle stesse amministrazioni statali e locali, anche in quelle amministrate dal “centro-sinistra”, che a parole dicono di combatterlo ma che nella pratica ne fanno largo uso. Sopratutto con le concessioni in appalto a privati e cooperative, dove magari non si lavora sotto il sole a raccogliere pomodori, ma dove la logica di utilizzare lavoratrici e lavoratori in semi schiavitù (ma senza sporcarsi le mani) è la stessa.
4 marzo 2026