Come la mussoliniana legge Acerbo del 1923
Una nuova legge elettorale per blindare la dittatura di Mussolini in gonnella

Il 26 febbraio i partiti che sostengono il governo neofascista (Fratelli d'Italia, Forza Italia, Lega e Noi moderati), hanno depositato alla Camera e al Senato il testo definitivo della nuova legge elettorale. Una legge proporzionale con forte premio di maggioranza ed eventuale ballottaggio che, essendo cucita su misura, vorrebbe assicurare alla loro coalizione la vittoria alle prossime elezioni politiche, sia che si tengano alla scadenza naturale della legislatura (autunno 2027), sia che vengano anticipate per convenienza politica.
Ciò potrebbe accadere per esempio in caso di vittoria del NO al referendum sulla giustizia, se Giorgia Meloni decidesse di sciogliere subito le Camere e andare al voto anticipato per non farsi logorare per oltre un anno dopo quella che sarebbe di fatto un'indubbia sconfitta politica. O anche, in caso di vittoria del Sì, se decidesse di passare subito all'incasso sull'onda di quello che cercherà di rivendicare come un plebiscito sulla sua persona. Per poi, appena riconfermata a Palazzo Chigi, mettere subito mano al premierato, che le assicurerebbe i pieni poteri come al duce del fascismo.
È per questo che Mussolini in gonnella ha voluto imprimere questa accelerazione al suo disegno di legge elettorale, con l'obiettivo di farlo approvare entro l'estate, possibilmente già entro il mese di giugno. Ma prima ancora di esaminarne il contenuto va denunciato per l'ennesima volta la vergognosa abitudine dei partiti della destra (nel caso specifico) e della “sinistra” borghese di confezionarsi e votarsi in fretta e furia la propria legge elettorale maggioritaria sempre a pochi mesi dalle elezioni. Un caso unico al mondo per numero di volte, dalla legge Mattarella del 1993 ad oggi, secondo quanto sottolineato dall'Istituto Cattaneo di Bologna, che su questo progetto di legge elettorale ha pubblicato un recente rapporto.
Si tratta di un marchio ormai tipico della seconda repubblica neofascista, sia che serva a ridimensionare la prevista vittoria della coalizione avversaria, come fu con la legge Calderoli del 2005 (il “Porcellum”, successivamente bocciato dalla Corte costituzionale); sia che serva a favorire l'inciucio tra le due correnti borghesi e blindare il potere delle rispettive leadership, come fu per il “Rosatellum” di Renzi e Berlusconi nel 2017 (che solo in parte riuscì a frenare la vittoria del Movimento 5 Stelle di Grillo); oppure che serva, come in questo caso, sia a impedire una rivincita del “centro-sinistra allargato” (PD, M5S, AVS e IV di Renzi e + Europa di Magi, il cosiddetto campo largo), sia a garantire la vittoria del “centro-destra” con una maggioranza blindata, tale da permettere alla premier neofascista di completare senza problemi la Repubblica neofascista, presidenzialista, federalista e interventista, come preconizzato nel “Piano di rinascita democratica” di Gelli e da Berlusconi.

Ritorno al proporzionale ma con alto premio di maggioranza
Questo è infatti il duplice scopo del ddl a prima firma del senatore di FdI Lucio Malan, “Stabilicum”, come l'ha voluto chiamare il partito della premier in nome delle maggioranze di governo “stabili” che sostiene di poter assicurare, e che lo ha ideato e fatto accettare ai suoi alleati dopo un'estenuante maratona notturna e qualche modifica. Le quali però non ne cambiano l'impianto sostanziale presidenzialista né l'ispirazione politica mussoliniana, che derivano direttamente dalla famigerata legge Acerbo del 1923, con la quale Mussolini stravinse le elezioni politiche del 1924 assicurandosi una schiacciante maggioranza parlamentare. Matrice da allora di tutte le leggi elettorali maggioritarie fatte in Italia, a partire dalla “legge truffa” democristiana del 1953.
Il primo scopo, quello di impedire una possibile rimonta del campo largo, è ottenuto tornando a un collegio unico nazionale proporzionale e cancellando di conseguenza gli attuali collegi uninominali; quelli cioè dove il seggio è attribuito al partito o coalizione che ottiene anche un solo voto in più, cosa che provoca un effetto maggioritario di per sé, tanto più accentuato quanto più grande è il collegio. L'attuale “Rosatellum” (dal senatore ex renziano, ora calendiano di Azione, Ettore Rosato) ne prevede 147, più altri 8 all'estero, sui 400 seggi della Camera, il resto dei seggi sono distribuiti in proporzione ai voti complessivi dei partiti.
Nel 2022 furono proprio i collegi uninominali a far fare il pieno di seggi al “centro-destra”, perché Letta rifiutò di allearsi col M5S, e anche solo di accordarsi su una desistenza elettorale senza alleanza politica (votare insieme quello dei due candidati PD e M5S più favorito), col risultato che la stragrande maggioranza dei collegi uninominali furono vinti dai candidati della destra, che se li era spartiti preventivamente con un accordo di ferro.
Ma secondo le previsioni stavolta la situazione sarebbe più incerta, perché se il campo largo unito tenesse (cosa tutta da vedere), alle prossime elezioni potrebbe conquistare la maggioranza dei seggi uninominali nel Centro-Sud e anche in diversi grandi centri del Nord. Da qui l'idea della premier di eliminare i collegi uninominali - tranne i 7 del Trentino-Alto Adige (per un accordo politico con la SVP), quello unico della Val d'Aosta e gli 8 dell'estero, per un totale di 16 – e tornare al proporzionale, ma con un forte premio di maggioranza e qualche altro trucchetto per fare il pieno di seggi per altra via. E questo è il secondo scopo della nuova legge.
Cosicché dei 384 seggi rimanenti per la Camera, 314 sono assegnati in proporzione ai voti, e gli altri 70 (il 17,5%, ben un sesto del totale) formano il premio di maggioranza, che spetta in blocco alla coalizione che raggiunga almeno il 40% dei consensi nella parte proporzionale. In questo modo la coalizione che raggiungesse il 40% dei voti nel proporzionale otterrebbe una maggioranza del 57,5%. Per il Senato, che ha un totale di 200 seggi elettivi (più 5 senatori a vita), il premio è di 35 seggi, stessa percentuale della Camera. Nel caso nessuno raggiunga il quorum del 40%, ma le due principali liste avversarie ottenessero entrambe tra il 35 e il 40%, è previsto un secondo turno di ballottaggio e chi vince prende tutto il premio. Altrimenti anche i seggi del premio verranno distribuiti con criterio proporzionale.

Doppio turno, liste bloccate, pluricandidature, soglia 3%
Il doppio turno (come nell'“Italicum” di Renzi, che però fu bocciato dalla Consulta nel 2017 perché poteva assegnare maggioranze sproporzionate al primo partito pur avendo scarsa rappresentanza reale) è un vecchio cavallo di battaglia presidenzialista di FdI, che è riuscita ad imporre, obtorto collo, agli alleati. La premier neofascista non è riuscita tuttavia a imporre le preferenze, da lei rivendicate demagogicamente in passato contro lo “strapotere dei partiti”, per cui restano le liste bloccate del “Rosatellum”, con candidati scelti dalle segreterie e capolista che si può presentare in più collegi (fino a sei). Si è opposta alla preferenze soprattutto la Lega, che teme la concorrenza di FdI e di FI nei suoi feudi storici del Nord, ma a dirla tutta anche dentro FdI molti di quelli che vogliono mantenersi il seggio in parlamento le vedono come il fumo negli occhi, per cui è già stato studiato l'escamotage: FdI presenterà un emendamento di ripristino delle preferenze, tanto per salvare la faccia, che poi verrà ritirato all'ultimo minuto per non rischiare che venga approvato con il voto segreto.
Nel ddl Malan non è passato del tutto il nome del candidato premier sulla scheda, come chiedeva la Meloni (che sarebbe stato inevitabilmente il suo), ma comunque i quattro partiti si sono accordati per l'inserimento del nome del candidato premier nel programma della coalizione, “nel rispetto delle prerogative del capo dello Stato”. Ciò al fine di creare ulteriori difficoltà nell'instabile campo largo, costringendolo a scegliere prima delle elezioni il proprio candidato premier, eventualmente con le primarie.
La soglia di sbarramento per i partiti minori è stata lasciata al 3% (nel “centro-destra” si ipotizzava di aumentarla al 4%), guarda caso proprio dopo l'uscita di Vannacci dalla Lega e la creazione del suo partito Futuro nazionale, che nei sondaggi è dato appena sopra questo quorum, così potrà sempre contare sui suoi voti in parlamento. Inoltre può tornare utile per tenere in gioco anche Azione, dato che Calenda sembra sempre più tentato di entrare organicamente nella coalizione neofascista.

Diversi punti in contrasto con la Costituzione
Per valutare quanto questa legge sia stata scritta ad hoc per favorire la destra e ostacolare il campo largo, è utile una simulazione di Youtrend , pubblicata da “La Repubblica” del 27 febbraio, basata sulla media degli attuali sondaggi: col “Rosatellum” il campo largo (PD, M5S, AVS, IV, +Europa) vincerebbe alla Camera di stretta misura, con 192 seggi contro 186 del “centro-destra”, pur non arrivando alla maggioranza assoluta. Viceversa, con la nuova legge, vincerebbe la destra, ottenendo anche la maggioranza assoluta con 228 seggi (57%), contro 147 (36,75%) del campo largo: una bella differenza. Un risultato simile si avrebbe anche al Senato, con un sostanziale pareggio nel caso dell'attuale legge (96 a 95 per la destra).
Ci si potrebbe domandare perché non sia stata scelta una soglia minima più bassa del 40% per facilitare la vittoria della destra, e il motivo è che la sentenza con cui la Consulta riformò pesantemente l'“Italicum” (che nella prima versione prevedeva un quorum del 37% con premio di maggioranza del 55%) stabilì che l'esigenza della “stabilità” dei governi non poteva essere conseguita a spese della rappresentanza, che è un principio cardine della Costituzione. Per questo la Corte indicò nel 40% il livello minimo di quorum e nel 54-55% il livello massimo del premio di maggioranza, oltre a ribadire che le liste bloccate e le pluricandidature erano in netto contrasto col principio di rappresentanza.
Quindi la legge della maggioranza neofascista già contrasta con la sentenza quantomeno sulle liste e sull'entità del premio di maggioranza, e a maggior ragione anche sul doppio turno. Consapevole di ciò il ddl Malan stabilisce che il premio di maggioranza non può eccedere i 230 seggi per la Camera e i 114 seggi per il Senato, che rappresenterebbero rispettivamente maggioranze del 57,5% e del 57% (se si escludono i 5 senatori a vita). In questo modo il governo rivendica di non aver ecceduto di troppo i limiti dettati dalla sentenza della Corte.

Una legge elettorale “perfettamente compatibile” col premierato
Ma ciò è del tutto falso. Come dimostrato da una simulazione del report del Cattaneo (https://www.cattaneo.org/malan/) l'effetto maggioritario sarebbe potenziato dai 16 collegi uninominali e dalla redistribuzione proporzionale dei voti “sprecati” dovuti alla soglia di sbarramento del 3%, per cui se questi fossero una quota consistente, ad esempio del 6%, cosa del tutto plausibile, una coalizione che prende il 47% dei voti nel proporzionale alla Camera, otterrebbe 237 seggi, appena inferiore al 60%. Una maggioranza che le consentirebbe di eleggersi comodamente il presidente della Repubblica, la Corte costituzionale, i due Csm e l'Alta corte (se vincesse il Sì).
Non a caso il costituzionalista Gaetano Azzariti (“Il Manifesto” del 27 febbraio), tornando a chiedere che si torni ad un sistema proporzionale puro, o ad un proporzionale con l'estensione dei collegi uninominali (in modo da temperare l'effetto maggioritario), denuncia che con questa legge “si tende a piegare la nostra forma di governo parlamentare in senso presidenziale”. Anche il costituzionalista Michele Ainis, in un'intervista a “Il Fatto” del 28 febbraio, sottolinea l'abnormità incostituzionale del premio di maggioranza, e cita al riguardo la “legge truffa”, che almeno richiedeva il superamento del 50% per ottenerlo: “La chiamano 'Stabilicum' per la stabilità – ha aggiunto ironicamente il professore - ma se la stabilità è la suprema virtù, Mussolini era un grande virtuoso. E allora chiamiamolo 'Mussolinum'”.
E questo ci riporta alla fascista legge Acerbo, a cui infatti si ispira Giorgia Meloni per anticipare il premierato piduista e presidenzialista, che non a caso il suo scagnozzo responsabile dell'Organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli, si è affrettato a dichiarare “perfettamente compatibile” con la nuova legge. Mentre il presidente del Senato, il fascista Ignazio Benito La Russa, ha precisato: “È in sostanza, un gradino di meno di quello che potrebbe avvenire con una riforma costituzionale ad hoc. E mi sembra giusto”.
E a maggior ragione a noi sembra giusto rispondere invece a questa “legge elettorale fascistissima” con un bel NO tondo al referendum del 22 e 23 marzo, per affossare la controriforma piduista e fascista della giustizia e per frustrare le ambizioni dittatoriali di Mussolini in gonnella!
 
11 marzo 2026