Contributi
L'Editoriale per l'8 Marzo di Martenghi è una chiamata alla lotta

di Antonio - Napoli
L’intervento della compagna Martenghi va letto per quello che è: non un articolo celebrativo, ma una chiamata alla lotta. L’8 Marzo non nasce come festa, nasce come rottura. Nasce dalle operaie che scesero in piazza a Pietrogrado nel 1917, innescando la Rivoluzione russa. È dentro quella frattura storica che si afferma l’idea che l’emancipazione femminile non sia una concessione morale, ma una conquista politica e sociale.
Oggi il sistema capitalistico continua a reggersi sul lavoro sottopagato delle donne, sulla precarietà, sul doppio sfruttamento: in fabbrica, negli uffici, nei servizi - e poi in casa. Il lavoro domestico gratuito è una colonna invisibile dell’economia. Senza mettere in discussione questo meccanismo, parlare di parità significa muoversi dentro confini stretti, facilmente riassorbibili dal sistema.
La denuncia delle politiche del governo guidato da Giorgia Meloni si colloca in questa lettura: quando si restringono gli spazi di dissenso, si enfatizzano sicurezza e ordine, si comprimono i diritti sociali e si rafforza un’idea tradizionalista di “Dio, patria e famiglia”, le prime a pagare sono le donne delle classi popolari. Non è un caso che molte battaglie femminili - dal lavoro ai servizi pubblici, dai consultori ai centri antiviolenza - si scontrino con politiche di taglio e privatizzazione.
Come marxisti, dobbiamo però porci una questione strategica: la radicalità dell’analisi deve tradursi in capacità di costruire egemonia. Non basta denunciare, bisogna organizzare. Non basta evocare il conflitto, bisogna radicarlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei quartieri popolari.
Il rapporto con movimenti come Non Una Di Meno non può essere di contrapposizione sterile. Le lotte contro il patriarcato, il femminicidio, la violenza di genere sono terreno comune. Il compito delle forze di classe non è separarsi, ma portare dentro quei movimenti la consapevolezza che il patriarcato moderno è intrecciato al capitalismo.
L’8 Marzo, allora, non è solo memoria. È programma: piena occupazione e parità salariale; servizi pubblici universali che socializzino il lavoro di cura; difesa e ampliamento dei diritti civili e sociali; partecipazione paritaria reale nei luoghi decisionali; organizzazione collettiva delle lavoratrici.
La strada è lunga e tortuosa, come ricordava Mao Zedong. Ma per chi si richiama alla tradizione marxista la prospettiva resta chiara: senza trasformazione profonda dei rapporti di produzione e del potere politico, l’emancipazione sarà sempre parziale.
L’8 Marzo deve tornare a essere giornata di lotta di classe femminile e popolare. Non per nostalgia del passato, ma per costruire il futuro.

11 marzo 2026