Dibattito parlamentare
Mussolini in gonnella non condanna l'aggressione Usa-Israele all'Iran. Non vuole rompere l'alleanza di ferro con Trump
Le opposizioni parlamentari non denunciano il vero obiettivo di Trump, il controllo totale del Medio Oriente. Mentre battono sul fatto che la guerra all'Iran è illegale, ma se fosse legale sarebbe giusta?
Non va concesso nessun uso delle basi Usa contro l'Iran

Alla fine l'11 marzo, a ben 12 giorni dall'inizio dell'aggressione di Usa e Israele all'Iran, Giorgia Meloni si è presentata in parlamento per spiegare la sua posizione e le intenzioni del suo governo di fronte a questo nuovo conflitto, provocato dai suoi alleati di ferro Trump e Netanyahu, che sta incendiando tutto il Medio Oriente.
Nei primi giorni dell'attacco, forse sperando in un rapido esito in stile “venezuelano” dell'attacco, si era messa in modalità attesa eventi, limitandosi a “non condividerlo né condannarlo”, pur condannando eccome la risposta “ingiustificabile” dell'Iran. Ma col passare dei giorni, l'imprevista resistenza iraniana e l'estendersi del conflitto all'intera regione, con il blocco dello stretto di Hormuz e i suoi immediati effetti sul prezzo del petrolio e sull'economia globale, il suo silenzio era diventato insostenibile; anche a fronte della crescente opposizione nel Paese, e perfino in buona parte della sua stessa base elettorale, alla nuova guerra di Trump e le sue previste ricadute sui costi per le famiglie e le imprese.
Così la premier neofascista si è decisa ad andare in parlamento, la mattina in Senato e nel pomeriggio alla Camera, per rassicurare il Paese sulla non partecipazione diretta dell'Italia alla guerra, ma lo ha fatto presentando furbescamente le sue comunicazioni con la formula: “in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo, nonché sugli sviluppi della crisi in Medio oriente”; così da mescolare il tema della guerra con gli altri già previsti dal vertice europeo, come l'Ucraina, la competitività, la sicurezza e difesa e le migrazioni. Ben sapendo che se sulla guerra all'Iran le posizioni dei partiti della sinistra parlamentare (PD, M5S e AVS) sono abbastanza convergenti, non lo sono altrettanto sugli altri temi, in particolare sull'Ucraina e la difesa europea.
Tant'è che con questa mossa Meloni è riuscita a impedire la presentazione di una risoluzione comune da parte dei tre partiti, che ne hanno presentate infatti tre distinte, sia pure molto simili nelle parti riguardanti la guerra in Medio Oriente. Tutte e tre bocciate dalla maggioranza di governo, che invece ha approvato in gran parte (solo alla Camera, dove le risoluzioni si possono approvare per parti separate) quella “centrista”, opportunamente aggiustata, di IV, Azione e +Europa, firmata anche da alcuni esponenti della destra “riformista” del PD.

L'“intervento” Usa-Israele come “male minore”
Sulla guerra all'Iran la linea che la premier si era prefissa era la seguente: prendere le distanze da essa, ma senza condannarla, né tanto meno condannare chi l'ha scatenata, rigettando tutta la responsabilità sull'aggredito; non prendere impegni precisi sull'utilizzo delle basi americane in Italia; sostenere i paesi del Golfo “nostri alleati attaccati dall'Iran” e la partecipazione a eventuali iniziative militari “difensive” europee; sollecitare una condivisione delle decisioni da parte delle opposizioni in nome degli “interessi nazionali”, anche per far emergere le divisioni nel “campo largo”.
Ed è quello che ha fatto col suo discorso nell'aula del Senato, iniziato invocando dalle opposizioni “uno spirito costruttivo e di coesione”, anche aprendo “un tavolo permanente a palazzo Chigi”, per confrontarsi “tutte le volte che sarà necessario, anche per le vie brevi”, e augurandosi con ciò che “l'Italia possa parlare, nelle prossime settimane, con una sola voce”. Dopodiché ha cominciato ad abbordare il tema della nuova guerra in Medio Oriente, ma come se non fosse una guerra d'aggressione all'Iran decisa a tavolino da Usa e Israele, mai nemmeno nominati, bensì un conflitto voluto non si sa da chi e prodotto automaticamente dall'attuale “crisi del diritto internazionale”, le cui cause sarebbero da addebitare unicamente all'aggressione di Putin all'Ucraina del 2022 e a quella di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023.
In questa sua narrazione di comodo, “l'intervento americano e israeliano contro il regime iraniano” rientra perciò nei “tanti interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale”. Un “intervento a cui l'Italia non prende parte e non intende prendere parte”, ha precisato. “Spero sia chiaro a tutti - rincarava però subito dopo Meloni, sposando senza vergogna le più insostenibili panzane di Trump per giustificare l'aggressione – che non possiamo permetterci un regime degli ayatollah in possesso dell'arma nucleare, unita peraltro a una capacità missilistica che potrebbe presto essere in grado di colpire direttamente l'Italia e l'Europa”. D'altra parte, per la premier neofascista, “viviamo in un mondo in cui siamo costretti a scegliere tra cattive opzioni”, e per quanto possano essere “drammatiche” le conseguenze di questo nuovo conflitto con le sue ricadute per l'Italia, “non sono neanche paragonabili ai rischi che correremmo se facessimo finta di nulla di fronte allo scenario di un regime fondamentalista che massacra i suoi oppositori, colpisce i Paesi del Golfo e si dota di missili a lungo raggio con testate atomiche”. Insomma, parafrasando Draghi: “Volete i condizionatori o la bomba atomica iraniana”?

La scelta tattica dell'ombrello europeo
Nella successiva replica dopo gli interventi, la premier neofascista ha cercato di tagliare corto alle critiche per la sua vergognosa difesa d'ufficio dell'intervento di Trump, dicendosi in fin dei conti “sulla stessa posizione dei maggiori Paesi europei, della quasi totalità dei Paesi europei, al netto della Spagna”: per Mussolini in gonnella la cosa più importante è non rompere l'alleanza di ferro col dittatore fascioimperialista. Non si tratta di una sua “subalternità” al presidente Usa, come le hanno rinfacciato Schlein, Conte e Fratoianni, ma di una comune e complice visione ideologica e culturale “sovranista” e fascista e di interessi geo-strategici condivisi, nel cui ambito intende ritagliare uno spazio per l'imperialismo italiano, seguendo le direttrici storiche del colonialismo mussoliniano. E questo a prescindere che nel caso in questione, visto l'andazzo non certo “venezuelano” della nuova guerra di Trump, preferisca non uscire dal perimetro prudenziale europeo.
Ciononostante ha riconfermato il nostro coinvolgimento “indiretto” già in essere nel teatro di guerra, informando che “stiamo fornendo assetti di difesa aerea ai Paesi del Golfo, così come hanno fatto gli altri principali Paesi europei. Questo non soltanto perché si tratta di Nazioni amiche e di partner strategici dell'Italia, ma anche perché in quell'area sono presenti decine di migliaia di cittadini italiani che dobbiamo proteggere, senza contare che nel Golfo sono di stanza circa 2.000 soldati italiani”.
Quei soldati che sono stanziati nelle basi americane a Erbil e nel Kuwait, che sono prese legittimamente di mira dai droni iraniani e dalle milizie irachene, ma che il governo non intende ritirare, almeno per ora, visto che invia altri armamenti ai Paesi alleati del Golfo anche a loro “protezione”. Lo ha ribadito anche il successivo Consiglio Supremo di Difesa presieduto da Mattarella, approvando la decisione del governo di “fornire sostegno e assistenza ai Paesi del Golfo, amici e importanti partner strategici dell’Italia, a tutela dei numerosi militari italiani presenti in quelle aree, in base a missioni in atto e già autorizzate dal Parlamento”. Come dire che continueranno a restare nonostante tutto, magari anche a ranghi ridotti.

Reticenza sulle basi e nulla per fronteggiare i rincari
Sulle basi americane in Italia, Meloni si è coperta dietro la formula che il loro attuale utilizzo per missioni di ricognizione, rifornimento, logistica ecc. è conforme ai trattati (che però in parte sono segreti), e che se ci dovessero essere richieste per “operazioni cinetiche” (bombardamento), la competenza sarebbe del governo, “ma in quel caso per noi spetterebbe al parlamento”. Ma a domande precise si è rifiutata di precisare qual è oggi la posizione del governo su questo utilizzo, mentre la volontà del popolo italiano è chiara: non va concessa nessuna utilizzazione delle basi Usa per la guerra all'Iran, neanche di supporto logistico o di intelligence come sta già avvenendo adesso.
Sulle misure che il governo intende mettere in campo per fronteggiare l'impatto economico della guerra sui prezzi, a cominciare dai carburanti, l'intervento della premier ha mostrato solo l'assenza di qualsiasi strategia: sulle cosiddette accise mobili, proposte anche da Schlein, “il governo valuterà” (ma intanto nell'ultima Legge di bilancio le aveva aumentate per mezzo miliardo). Per il resto ha annunciato un “monitoraggio sull'andamento dei prezzi” e la solita minaccia demagogica di punire fiscalmente quelle aziende che dovessero speculare sui prezzi. Ma si è ben guardata da ogni accenno a tassare subito i superprofitti delle società energetiche, della difesa e delle banche per ridurre i costi delle bollette e calmierare i prezzi dei carburanti e dei generi di prima necessità.
Anche la risoluzione della maggioranza rispecchia fedelmente la linea espressa nell'intervento di Meloni: non condanna Usa e Israele per l'aggressione all'Iran, ma condanna solo il “regime islamista” iraniano; non rifiuta fin da ora, a differenza della Spagna, l'uso delle basi americane; sostiene di “lavorare con i principali partner europei” per un “ritorno alla diplomazia” (ma la premier lo aveva definito “sicuramente impossibile fino a quando l'Iran continuerà con i suoi attacchi ingiustificati verso i Paesi del Golfo e altri Paesi della regione”); riafferma la partecipazione “da osservatore” dell'Italia al Board of peace imperialista e antipalestinese di Trump, e così via.
Con l'aggiunta di una significativa disponibilità a rafforzare la difesa militare del “territorio europeo” (leggi Cipro, che ospita una base inglese utilizzata da Usa e Israele per gli attacchi all'Iran e anche in Palestina e Libano, e verso cui è già stata inviata una fregata); e soprattutto la disponibilità ad “adattare e rafforzare” le missioni europee Aspides e Atalanta, che ora operano nel Mar Rosso e davanti al Corno d'Africa, “per la protezione delle rotte marittime critiche e per la prevenzione di interruzioni nelle catene di approvvigionamento vitali per l'Italia e per l'Unione europea”: che è esattamente quel che pretende Trump, con le pressioni e le minacce che sta esercitando sui Paesi alleati affinché inviino navi da guerra per aiutarlo a “riaprire” lo stretto di Hormuz.

Sostanziale identità di giudizi governo-opposizioni
Ma su questo e su altri punti neanche le tre risoluzioni della sinistra parlamentare (nelle formulazioni comuni concordate sull'Iran) si differenziano sostanzialmente da quella del governo. A differenza di quest'ultima, che invece di aggressione parla solo di “conflitto in Iran”, esse parlano almeno di “attacco unilaterale” contro l'Iran, ma la differenza finisce qui. Infatti non chiedono l'immediata cessazione dell'aggressione e il ritiro di tutte le forze militari Usa-Israele dalla regione, ma si limitano a chiedere un “cessate il fuoco immediato” tra le due parti (come se fossero forze di pari entità e responsabilità), e la ripresa dei negoziati-farsa di Ginevra sulla rinuncia dell'Iran al nucleare, chiedendo addirittura all'aggredito il “rispetto stringente degli impegni e dalle necessarie garanzie di trasparenza”.
Non chiedono nemmeno di non inviare armi alle corrotte e complici monarchie del Golfo, che sono pienamente coinvolte per loro scelta nella guerra a fianco di Usa e Israele, né di ritirare tutti i nostri contingenti militari e nemmeno tutte le nostre missioni navali dalla regione, condividendo di fatto le posizioni del governo su questi punti. Si differenziano solo (ma è il minimo sindacale) sulle basi Usa, chiedendo che il governo vieti fin da ora il loro utilizzo per “attacchi militari all'Iran”, sul ritiro della partecipazione in qualunque forma dal Board of peace, e sulla Palestina, per la quale comunque insistono sulla formula ormai screditata e fallita dei due Stati.
Tra l'altro, intervenendo alla Camera, Elly Schlein ha definito l'aggressione all'Iran una “guerra illegale, che nemmeno doveva iniziare”: ma anche se avesse una qualche forma di “legalizzazione” preventiva da parte dell'Onu, come per la prima guerra del Golfo, o magari anche ex post, come per l'Afghanistan, l'Iraq, la ex Yugoslavia, la Libia ecc., sarebbe comunque una guerra giusta? Ormai anche nel linguaggio la “sinistra” borghese ha introiettato l'armamentario propagandistico dell'imperialismo; al punto dall'accettare perfino l'assassinio politico come prassi normale nei conflitti tra Stati, magari anche mentre stanno ancora conducendo negoziati, come la leader del PD ha fatto in aula dichiarando che “Khamenei era un dittatore sanguinario e non ci mancherà”.
Ma soprattutto, i partiti dell'imbelle opposizione parlamentare, non denunciano il vero obiettivo di Trump nell'aver scatenato questa flagrante guerra di aggressione, che è quello di controllare l'intero Medio Oriente per chiudere questa regione strategica alla Cina socialimperialista, in vista della guerra mondiale imperialista per decidere quale delle due superpotenze dominerà il mondo.

Consultazioni Meloni-Schlein “per le vie brevi”
E la richiesta di “collaborazione” lanciata alle opposizioni? Formalmente è stata respinta al mittente, almeno in aula, anche perché la premier neofascista non è riuscita a trattenersi in modalità istituzionale per più di due ore, finendo la giornata in piena rissa in aula come suo solito. Ma già all'indomani, pur lamentandosi per le “accuse, ironie e perfino insulti personali” con cui le opposizioni avrebbero accolto il suo “appello al dialogo sincero e pubblico”, ha rinnovato l'invito in una telefonata a Schlein, che da parte sua ha confermato che “ci aggiorneremo per le vie brevi ogni volta che fosse necessario”, anche in considerazione delle preoccupazioni per “l'attacco che c'è stato alla nostra base a Erbil”.
Evidentemente Mussolini in gonnella cerca la complicità delle opposizioni parlamentari per condividere le responsabilità di eventuali “incidenti” ai nostri contingenti militari nella regione, o decisioni “impopolari”, prese anche a livello europeo, che coinvolgano maggiormente l'Italia nel conflitto. Ma anche nel timore che si moltiplichino le proteste che sono già in atto nel Paese, come quella che il giorno dopo il dibattito parlamentare ha bloccato per quattro ore la stazione di Pisa, al grido “la guerra non passa di qui”, per una manifestazione degli attivisti del movimento No Base mobilitati anche da Livorno e Pontedera e la partecipazione di lavoratori USB, contro un treno carico di armi e veicoli militari proveniente da Piombino, costringendolo a tornare indietro.
 
18 marzo 2026