Trump non piega la resistenza dell'Iran e spinge gli alleati a partecipare al controllo di Hormuz e alla guerra di aggressione
Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi: "La Repubblica Islamica dell'Iran rimane ferma e risoluta nella difesa della propria sovranità e integrità territoriale”
Il criminale di guerra e nazisionista Netanyahu invade il Sud del Libano. Hezbollah resiste e contrattacca

L'Iran resiste alle pesanti ondate di bombardamenti di aerei, missili e droni degli aggressori e il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, in un post del 16 marzo ha ribadito che “la Repubblica Islamica dell'Iran rimane ferma e risoluta nella difesa della propria sovranità e integrità territoriale”. Nel post Araghchi ha anche ringraziato "il Pakistan per la forte dimostrazione di solidarietà e sostegno al popolo e al governo della Repubblica islamica dell'Iran di fronte all'aggressione degli Stati Uniti e del regime sionista" dato che tutte le reti d’informazione del Pakistan avevano interrotto i programmi ordinari per rilanciare, parallelamente alla radiotelevisione nazionale iraniana, il primo messaggio dell’Ayatollah Sayyed Mojtaba Khamenei, terza Guida della Rivoluzione Islamica, con il titolo “La Repubblica Islamica dell’Iran vendicherà uno per uno tutti i suoi martiri”. Da notare che il Pakistan ha appena firmato un trattato di mutua difesa con l'Arabia Saudita.
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) iraniano affermava che la 55ª fase dell'Operazione Vera Promessa 4 aveva colpito siti "nel cuore dei territori occupati", in particolare a Tel Aviv e nelle vicinanze dell'aeroporto Ben Gurion, oltre a strutture collegate all'Industria Aerospaziale Israeliana (IAI), inclusi centri coinvolti nella produzione di armi aeree e spaziali e hub logistici a supporto delle operazioni di rifornimento in volo. Missili e droni iraniani avevano colpito con successo basi statunitensi nel Golfo Persico, tra le quali la base aerea di Al Dhafra negli Emirati Arabi Uniti, la base di supporto navale in Bahrain (Juffair) e la base aerea di Sheikh Isa. "I continui e potenti attacchi contro obiettivi, centri e interessi americani, così come quelli dell'entità sionista, continueranno con maggiore forza e su scala più ampia fino a quando l'aggressore non si arrenderà e non verrà punito", ribadiva il comunicato dell'IRGC.
La minaccia militare iraniana è stata “annientata”, ripete quotidianamente il criminale Trump e in un'intervista al Financial Times sosteneva che gli Usa sono pronti a colpire le strutture petrolifere iraniane, a cominciare dal terminale sull'isola di Kharg, già presa di mira con missili da crociera lanciati dalle basi nel fidatissimo aleato degli Emirati Arabi Uniti.
Fallito quello di costringere alla resa l'Iran con l'assassinio dei dirigenti, l'obiettivo principale dell'aggressore imperialista americano diventava un altro, il controllo militare dello Stretto di Hormuz e del passaggio dei rifornimenti petroliferi. Le navi cisterna non passano dallo stretto dall'inizio della guerra scatenata dai criminali Trump e Netanyahu e per ripristinarne il passaggio regolare basterebbe porre fine all'aggressione; al momento comunque non è bloccato completamente dall'Iran, si registra il passaggio di petroliere di paesi che non sono coinvolti nell'aggressione come quelle dirette in India o Turchia. Lo stretto di Hormuz è aperto, ma non ai nemici confermava il 16 marzo il ministro degli Esteri iraniano Araghchi mentre le agenzie battevano la notizia del passaggio della petroliera pachistana Aframax Karachi, che trasportava greggio da Abu Dhabi.
Per Trump la bandiera della difesa della libera circolazione nello Stetto è pura propaganda e gli serve per spingere gli alleati a partecipare alla guerra di aggressione una volta preso atto che non è riuscito a piegare la resistenza dell'Iran. Allo scopo minacciava persino gli alleati della vituperata Nato se non gli daranno una mano. Si tratta di una messa alla prova degli alleati dato che la bandiera della libera circolazione è fra le principali che sarà messa in campo nello scontro finale con il socialimperialismo cinese, nel caso per il controllo dello stretto di Taiwan, il corridoio strategico per il commercio mondiale, che collega il Mar Cinese Meridionale a quello Orientale.
Trump è al lavoro per formare una coalizione di paesi per scortare le petroliere nello Stretto di Hormuz, rilanciava il 16 marzo l'informatissimo sito americano Axios, ma al momento si registra solo il consenso della Corea del Sud, uno degli alleati imperialisti ingaggiati anche per Taiwan. Altri due Giappone e Australia si dichiaravano momentaneamente non disponibili all'impegno. L'alleato inglese Starmer, sbeffeggiato da Trump perché non gli ha messo subito a disposizione la base di Diego Garcia, pensava alla possibilità di inviare droni dragamine, il presidente francese Macron sosteneva che “la Francia interviene in un quadro strettamente difensivo di protezione dei suoi interessi, dei suoi partner regionali e in favore della libertà di navigazione”. Il tedesco Merz e il greco Mitsotakis si tiravano fuori.
Solo il presidente romeno Nicusor Dan annunciava l'11 marzo che presenterà in parlamento la proposta di accettare il dispiegamento di equipaggiamenti e forze militari degli Stati Uniti per sostenere le operazioni aeree contro l'Iran. Si tratterebbe di ospitare aerei cisterna, sistemi di monitoraggio e infrastrutture di comunicazione satellitare, quelli che viaggiano nelle basi italiane tanto per capirsi, presentata come “una collaborazione simile a quella che altri Paesi della Nato stanno portando avanti". La Romania è membro della Nato dal 2004.
Trump nella citata intervista al Financial Time sbottava: "abbiamo un'organizzazione chiamata Nato. Non eravamo obbligati ad aiutarli con l'Ucraina ma li abbiamo aiutati. Ora vedremo se loro aiuteranno noi. (…) Se non ci sarà alcuna risposta o se la risposta sarà negativa, penso che sarà molto grave per il futuro della Nato". E aggiungeva che anche la Cina dovrebbe aiutarlo visto che riceve il 90% del petrolio che passa" da Hormuz, in caso contrario potrebbe annullare il viaggio a Pechino previsto a fine mese.
A dire il vero dal greggio che passa da Hormuz dipendono soprattutto Corea del Sud (70% delle importazioni) e Giappone (90% delle importazioni). La Cina è scesa nel tempo al 50% di dipendenza dal greggio del Golfo e solo a poco più del 10% di quello iraniano, ha riempito per resistere fino a sei mesi le scorte strategiche e diversificato le fonti energetiche; al rivale imperialista per il dominio del globo può rispondere che “la sicurezza dello Stretto di Hormuz non dipende dal numero di navi militari che lo pattugliano. Dipende dal fatto che le armi tacciano” e passare per la superpotenza “ragionevole” rispetto al toro infuriato Trump, tanto da mantenere ancora l'invito al summit bilaterale.

Il criminale Netanyahu invade il Libano
La terza settimana della guerra di aggressione d Usa e Israele all'Iran si apriva con la notizia di una famiglia palestinese sterminata dai soldati sionisti mentre in auto stavano tornando nel villaggio di Tammun, presso Nablus, nella Cisgiordania occupata; il plotone di esecuzione militare nascosto in un mezzo civile con targa palestinese era schierato lungo la strada e secondo la consueta fonte militare che fornisce le veline a tutta la stampa imperialista schierata a difesa dei criminali sionisti, si è “sentito minacciato” dall'auto che arrivava troppo veloce, hanno fatto fuoco sugli occupanti e assassinato i genitori e due bambini. Da Gaza la notizia di nuovi morti palestinesi e del criminale blocco sionista del valico di Rafah. L'attacco dei criminali sionisti contro il popolo palestinese continua per quanto l'attenzione degli occupanti sia al momento concentrata nell'aggressione all'Iran, e in particolare a bersagli civili e economici, e nell'invasione del Libano che secondo il governo di Beirut già conta 773 morti, 1.993 feriti e 816 mila sfollati provocati dai primi tredici giorni di bombe.
Preceduta dall'ennesimo raid contro i quartieri periferici di Beirut e strutture mediche con un bilancio di 14 operatori sanitari uccisi in poche ore, la mattina del 16 marzo arrivava la dichiarazione del portavoce delle Forze di Difesa Israeliane che annunciava ufficialmente la già palese invasione del vicino Libano che definiva “un'operazione di terra mirata, con l'obiettivo di ampliare la zona di difesa avanzata e creare un ulteriore cuscinetto di sicurezza per i residenti del nord". Leggi occupazione e controllo militare del Libano meridionale fino al fiume Litani. Una nuova operazione militare che affianca quella contro l'Iran con il portavoce dell'Idf che annunciava l'avvio di una nuova ondata di attacchi "su vasta scala" contro le infrastrutture iraniane, comprese fabbriche, edifici publici e depositi di carburante. Il governo sionista del criminale Netanyahu lavora a pieno regime su tutti i fronti di suo interesse.

Hezbollah: “Ci siamo preparati per un confronto di lunga durata”
Sheikh Naim Qassem, segretario generale di Hezbollah del Libano, nel discorso pronunciato il 13 marzo in occasione della Giornata mondiale di al-Quds (Gerusalemme) definiva l’occupazione della Palestina “la più grande ingiustizia storica contro il popolo palestinese” e affermava che “questo giorno ha un significato e un ruolo speciale nel richiamo alla liberazione della Palestina e anche nella diffusione di questo messaggio a tutti gli oppressi del mondo, affinché si liberino dal giogo della schiavitù e dell’oppressione”. Proseguiva dicendo che “l’aggressione che il nemico sionista-americano conduce contro la regione e il mondo è in realtà il risultato di quello stesso seme vergognoso e funesto, il seme del tumore canceroso che da oltre 70 anni non permette a questa regione di raggiungere calma e stabilità” e concludeva affermando che i combattenti di Hezbollah “sono pronti ad un combattimento diretto e corpo a corpo con il nemico. Ci siamo preparati per un confronto di lunga durata: saranno colti dalla sorpresa sul campo di battaglia”.

La neofascista Meloni al fianco degli aggressori
“Uccidere quelli che sono gli interlocutori con cui si deve o si dovrà negoziare è tradimento infame di qualsiasi regola del dialogo e del rispetto! Come si può credere dopo alla volontà di confronto?”, dichiarava il presidente della Cei cardinale Matteo Zuppi il 13 marzo nella Giornata di preghiera e digiuno per la pace voluta dai vescovi italiani, un chiaro atto di accusa contro Usa e Israele.
Invece il governo della neofascista Meloni è al fianco dell'aggressione dei criminali Trump e Netanyahu seppur ripeta l'ipocrita ritornello del “non siamo in guerra”. Non è vero perché partecipano alla guerra le basi americane in Italia come la Naval air station di Sigonella, una delle basi statunitensi più importanti in Italia, che ha un ruolo attivo nella guerra all'Iran perché da qui partono i droni Triton e gli aerei P8 si alzano quotidianamente fino al Golfo Persico e nel mar Rosso per monitorare e coordinare attacchi e bombardamenti. Il sistema di collegamento è effettuato e diretto dal MUOS di Niscemi, uno dei quattro centri Usa, con quelli alle Hawaii, Virginia e Australia, fondamentali per la trasmissione di ordini a aerei, missili, droni e sommergibili. L'imperialismo italiano è al fianco degli aggressori e ovvio bersaglio della reazione iraniana ce lo ricordano episodi come quello dell'11 marzo quando due droni hanno distrutto marzo alciuni automezzi nella base italiana di Camp Singara, adiacente a quella Usa, a Erbil nel Kurdistan iracheno. Il 15 marzo era attaccata anche la base italiana a Ali Salem in Kuwait, anch'essa adiacente alla grande base americana più volte colpita dai missili iraniani; distrutto il drone spia americano in dotazione al reparto italiano. Il governio della neofascista Meloni invece di chiudere le basi ha deciso di ridurre i militari presenti. Due basi dalla relativa importanza militare ma che rappresentano la volontà dell'imperialismo italiano di mantenere comunque una sua presenza al fianco degli alleati anche in quella parte della regione, una posizione tenuta ferma dai governi di qualsiasi colore che si sono avvicendati a Palazzo Chigi.
La riunione dei ministri degli Esteri Ue del 16 marzo si chiudeva con la posizione espressa dall'Alta rappresentante per la Politica estera dell'Ue, Kaja Kallas, che dichiarava “questa non è la guerra dell'Europa, il nostro focus è la distensione” e che anche la missione Aspides per proteggere la navigazione nel Mar Rosso sarebbe stata rafforzata ma senza estenderne il mandato allo Stretto di Hormuz.
Dalla Casa Bianca Trump commentava che "non abbiamo bisogno di nessuno. Siamo la nazione più forte del mondo" e confermava che la questione della sicurezza dello stretto di Hormuz un "test" per gli alleati. E rilanciava assicurando che il segretario di Stato Marco Rubio avrebbe annunciato a breve i paesi che faranno parte della coalizione a guida americana per intervenire a Hormuz.
A quanto pare l'unico che in questo momento soddisfa le richieste di Trump è il criminale Putin. Dopo l'incontro tra gli inviati speciali americano Steve Witkoff e russo Kirill Dmitriev dell'11 marzo in Florida si registrava la decisione della Casa Bianca di sospendere provvisoriamente le sanzioni contro il petrolio russo, condannata dall'Ucraina e dal cancelliere Merz, e la riammissione degli scambi con una società con sede negli Emirati Arabi Uniti boicottata perché usata da Mosca per aggirare le sanzioni e importare processori e altri componenti elettronici da usare per scopi militari.
In una lunga intervista alla rete tv Nbc, Trump chiosava “è più difficile raggiungere un accordo con Zelensky che con Putin”, dopo aver commentato la notizia che la Russia aiuta in qualche modo l'Iran sostenendo che in fondo è poco male, fa la stessa consa degli Usa con l'Ucraina. Trump blandisce il collega criminale imperialista Putin, pensa forse così di staccarlo dall'abbraccio strategico con il rivale socialimperilista Xi.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite finalmente faceva sentire la sua voce e l'11 marzo ma adottava una bozza di risoluzione a favore degli aggressori perché condannava gli attacchi dell'Iran contro i paesi del Golfo e la Giordania e chiedeva a Teheran di cessare immediatamente le ostilità. La mozione passava grazie all'astensione di Cina e Russia.
Il ministro degli Esteri omanita Badr Al-Busaydi ha dichiarato l'11 marzo che il suo Paese "non normalizzerà le relazioni con Israele e non aderirà al Consiglio di Pace" di Trump, dal quale si è già ritirata provvisoriamente l'Indonesia. Il 12 marzo Olanda e Islanda annunciavano di aver sottoscritto la denuncia sul geniocidio sionista a Gaza presentata dal Sudafrica il 29 dicembre 2023 alla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia. “Lo sfollamento forzato, la fame, la privazione degli aiuti umanitari e gli atti commessi contro i bambini possono essere considerati atti di genocidio", denunciava il documento del governo olandese.
Intoppi neanche presi in considerazione dal criminale di guerra Trump che il 15 marzo a bordo dell'Air Force One di ritorno dalla Florida, chiudeva la giornata dichiarando ai giornalisti a bordo che “Cuba vuole un accordo, me ne occuperò dopo l'Iran”.

18 marzo 2026