Referendum sulla giustizia
Disfatta Meloni. Ora scendiamo in piazza per mandare a casa Mussolini in gonnella
Importante contributo al NO dei giovani e degli astensionisti di sinistra
14 milioni e mezzo di no

Quello che per Giorgia Meloni doveva essere un plebiscito che l'avrebbe proiettata verso una nuova vittoria alle prossime politiche e la conquista del premierato mussoliniano, si è infranto contro una muraglia di oltre 14 milioni e mezzo di NO (oltre 15 contando anche l'estero), pari al 53,7% dei votanti, contro il 46,3% di Sì, trasformando il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo in una vera e propria disfatta politica per Mussolini in gonnella.
Una disfatta che va infatti al di là dei pur oltre 2 milioni di voti, pari a 7,4 punti percentuali di distacco, con cui i sostenitori del NO hanno affossato senza appello la sua controriforma costituzionale fascista e piduista della giustizia, che mirava a cancellare l'indipendenza della magistratura per assoggettarla al potere esecutivo, attuando con ciò il “Piano di rinascita democratica” di Gelli e Berlusconi, da completare con la repubblica presidenziale nella forma del premierato.
Se un plebiscito c'è stato è quello che quasi l'Italia intera, salvo le regioni del Nord di tradizionale radicamento leghista – Lombardia, Veneto e Friuli, ma con la significativa eccezione dei loro capoluoghi Milano, Venezia e Trieste – ha pronunciato contro la premier neofascista e il suo disegno mussoliniano, giacché in tutto l'intero Centro-Sud e insulare del Paese, più ampie porzioni del Nord come Emilia-Romagna, Liguria, Piemonte, Valle d'Aosta e Trentino-Alto Adige, senza contare i grandi centri urbani, per il Sì non c''è stata proprio partita, e il NO ha prevalso nettamente e in maniera omogenea ovunque. Comprese le regioni del Meridione, dove pure l'affluenza è stata inferiore alla media nazionale, pari al 58,9%.
Anzi, è proprio in queste regioni del Sud che si sono registrate le più alte percentuali del NO, come in Campania (62,5%, la più alta d'Italia); seguita dalla Sicilia (61%, pur a fronte della più bassa affluenza, col 46,1% di votanti); la Basilicata, col 60%, e la Sardegna, col 59% di No. Ma ottimi risultati, del tutto paragonabili a quelli di Toscana ed Emilia-Romagna, hanno avuto anche la Puglia (57,1%), la Calabria (57%), il Molise (54,7%, ancora sopra la media nazionale) e l'Abruzzo, con ancora un netto 51,8% di No.
Da sottolineare il risultato di Napoli, dove con il 75,5% il NO ha segnato il picco più alto d'Italia tra i capoluoghi di regione. Seguita subito dopo da Palermo col 68,9%, un risultato superiore perfino ai pur straordinari livelli raggiunti da Bologna (68,2%) e Firenze (66,6%). In realtà in tutti i capoluoghi di regione, e più in generale nella maggior parte dei grandi centri urbani della penisola, il NO ha vinto in maniera nettissima.

La rimonta del NO contro tutti i fattori avversi
Si tratta di un risultato al di là di ogni aspettativa, che le agenzie di sondaggi non avevano minimamente previsto, tant'è che fino alla vigilia parlavano di un probabile testa a testa, o addirittura una vittoria del Sì se l'affluenza al voto avesse superato una soglia intorno al 47-50%. Va considerato infatti che ancora a metà gennaio, quando il governo fissò la data del referendum, comprimendo i tempi della campagna per sfruttare i sondaggi favorevoli, al Sì veniva attribuito un solido vantaggio intorno al 20%, e la rimonta del No veniva data per improbabile, se non impossibile.
Va considerata inoltre l'enorme quantità di mezzi a disposizione della campagna governativa, da tutte le reti Rai e Mediaset alla maggior parte della stampa di regime, rispetto alle limitate possibilità dei Comitati per il NO e dei partiti e movimenti che li appoggiavano. La stessa premier neofascista, quando ha cominciato a profilarsi la rimonta del NO, è entrata prepotentemente in campo a reti e quotidiani unificati per recuperare il vantaggio perduto, non esitando ad usare la più sporca retorica demagogica contro i magistrati per intimorire gli elettori, come quella che se avesse vinto in NO “avremo immigrati illegali, spacciatori, stupratori e pedofili rimessi in libertà che mettono a repentaglio la vostra sicurezza”, e “figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita”.
Eppure niente di tutto ciò è riuscito ad arginare l'inaspettata disfatta che si stava preparando; anzi, col senno di poi pare che questa campagna della premier e dei suoi accoliti, così sporca, becera e piena di falsità contro il NO e i magistrati, sia stata addirittura controproducente, visto che secondo i flussi analizzati dall'Istituto Cattaneo, tra il 10 e il 30% gli elettori di destra al Sud ha scelto il NO, mentre circa un 12-15%, tra i sostenitori del “centro-destra” su tutto il territorio, ha disertato i seggi. Secondo altri analisti, circa l'11% degli elettori del “centro-destra” avrebbe votato NO, e altrettanto avrebbe fatto il 18% (quasi uno su cinque) degli elettori di Forza Italia: notizia che ha indispettito non poco Marina Berlusconi, dopo che già aveva visto sfumare il sogno di “dedicare la vittoria” al defunto padre.

Gli astensionisti di sinistra e l'onda lunga della generazione Z
Il fattore determinante, per colmare lo svantaggio iniziale e capovolgere il risultato del referendum, è stato unanimemente riconosciuto nell'alta affluenza alle urne. Un'affluenza del tutto imprevista, che ha sfiorato il 60%, inferiore solo a quella del 65,5% raggiunta al referendum del 2016 che bocciò col 59% di NO un'altra controriforma costituzionale piduista, quella che istituiva il monocameralismo abolendo il Senato voluta da Matteo Renzi. Si tratta di circa 10 punti percentuali di affluenza in più di quanto i sondaggisti e i commentatori politici si aspettavano, considerato anche l'andamento degli ultimi referendum, che non hanno nemmeno raggiunto il quorum del 50%, e la cosiddetta “disaffezione al voto” che ha caratterizzato le più recenti consultazioni, con un aumento dell'astensionismo che alle europee del 2024 ha coinvolto oltre la metà dell'elettorato.
Ma proprio questo referendum popolare dimostra quanto queste previsioni fossero sbagliate e viziate da un incallito pregiudizio borghese, quello che l'aumento dell'astensionismo sia dovuto ad un disinteresse crescente delle masse verso la politica in quanto tale, una sorta di “stanchezza” del partecipazionismo, o addirittura di assenteismo, che caratterizzerebbe le cosiddette “democrazie mature” dell'Occidente. Il PMLI ha sempre detto che questa rappresentazione è falsa, e che in realtà l'astensionismo è un'opzione che le masse usano o non usano coscientemente a seconda del tipo di consultazione, della posta in gioco e del contesto socio-politico in cui essa si svolge.
In questo referendum, infatti, a fare la differenza sono stati i giovani e gli astensionisti di sinistra, che hanno capito l'importanza della posta in gioco politica per la difesa dei diritti delle masse e delle residue libertà borghesi, ma anche per cogliere l'occasione di dare una dura lezione a Mussolini in gonnella e al suo governo neofascista, determinando con la loro straordinaria partecipazione quell'aumento di affluenza e di NO che le è stato fatale.
Oltre al ritorno degli astensionisti di sinistra, è stata in sostanza l'onda lunga degli scioperi e delle manifestazioni per Gaza e contro i decreti “sicurezza” fascistissimi e le repressioni brutali della polizia, che hanno visto in prima linea la nostra meravigliosa generazione Zeta, a travolgere la premier neofascista. Secondo il sondaggista Nando Pagnoncelli, in un articolo sul Corriere della Sera del 24 marzo, un terzo degli astenuti alle europee del 2024 sono tornati a votare, e in “larga misura schierati per il No”, con il picco di partecipazione tra i giovani studenti. Inoltre, aggiunge l'ad di Ipsos, “la generazione Z, dai 18 ai 28 anni, ha il 67% di partecipazione al voto, con il 58,5% per il No”. Secondo un'altra fonte, Opinio Rai, il NO stravince tra gli under 34 col 61% contro il 39% di Sì.
La Meloni lo aveva fiutato, in parte, e non a caso il governo si è rifiutato in tutti i modi di concedere agli studenti fuori sede di votare a distanza. Aveva anche cercato di far breccia nel voto giovanile con una goffa comparsata al podcast radiofonico di Fedez, ma evidentemente non le è bastata per schivare la tranvata in arrivo.

Non dare tregua a Mussolini in gonnella
Le compagne e i compagni militanti e simpatizzanti del PMLI hanno dato un importante contributo a questa grande vittoria, non risparmiando le forze per tutta la durata della campagna elettorale, con le squadre di propaganda del Partito e nel lavoro di fronte unito all'interno dei Comitati per il NO, per far conoscere alle masse popolari le ragioni del No alle larghe masse popolari nelle piazze, nei mercati, davanti alle fabbriche, alle scuole e alle stazioni e nelle manifestazioni. Nel rivolgere loro un caloroso ringraziamento, in particolare alle compagne e compagni simpatizzanti, per essersi comportati al pari dei militanti, il PMLI ha sottolineato che “grazie ai vostri sacrifici, possiamo tranquillamente dire che il nostro Partito ha dato un contributo concreto, e nelle piazze, alla grande vittoria del NO che ha mandato KO Meloni, Mussolini in gonnella”.
La premier neofascista ha accusato il colpo, anche se ha cercato di dissimulare la rabbia ribadendo che ciò non cambia nulla nei suoi progetti politici: “Resta chiaramente il rammarico per un'occasione persa di modernizzare l'Italia”, ha ammesso infatti a denti stretti col solito video autoprodotto per evitare di affrontare le domande dei giornalisti; aggiungendo però che “il governo va avanti con responsabilità e determinazione attuando il programma”.
Invece, anche se ora la strada verso la nuova legge truffa maggioritaria e le altre controriforme in gestazione, come l'autonomia regionale differenziata e il premierato, si fa più difficile, non bisogna darle tregua lo stesso, scendendo in piazza per mandarla a casa subito. Guai a cadere nella trappola della riformista, liberale e imbelle opposizione parlamentare, e di altre forze extraparlamentari alla sua sinistra, che cercano di seminare tra i giovani antagonisti e gli astensionisti di sinistra nuove illusioni elettorali e parlamentari in vista delle prossime elezioni politiche, inchiodandoli nella difesa della Costituzione borghese anticomunista.
Mussolini in gonnella va buttata giù con la lotta di piazza, prima che possa fare altri gravi danni alle masse popolari e al Paese, a cominciare da un sempre possibile intervento dell'Italia nella guerra di aggressione all'Iran.
 
25 marzo 2026