Sotto sequestro 27 milioni di euro
“Frode fiscale sul caporalato” alla Ceva logistica
Era finita sotto amministrazione giudiziaria nel 2019. La procura di Milano: “Politica d'impresa”, non iniziative isolate

Sugli ultimi numeri de Il Bolscevico ci siamo occupati più volte di aziende finite nel mirino della procura di Milano e del PM Paolo Storari per supersfruttamento, paghe sotto il livello di povertà, caporalato. Ma la procura del capoluogo lombardo sono anni che da la caccia a questi “soggetti imprenditoriali”, spesso appartenenti ai cosiddetti Grandi marchi del Made in Italy o alle grandi catene globali di distribuzione del cibo e delle merci.
In una delle prime inchieste, nel 2019, era finita sotto la lente della procura la Ceva Logistic, multinazionale della logistica controllata dal gruppo Cma-Cgm, di proprietà della famiglia franco-libanese Saadé. Un colosso da 7 miliardi di dollari di fatturato e 110.000 impiegati in 170 Paesi, terza al mondo per le navi portacontainers. Fu la prima azienda del settore a finire sotto amministrazione giudiziaria per agevolazione colposa del caporalato di società-serbatoio di manodopera. Un controllo amministrativo che sembrava aver dato i suoi frutti, tanto che il Tribunale di Milano aveva riconosciuto a Ceva di aver “profuso enorme sforzo di collaborazione”, sino a “diventare una sorta di azienda modello nella logistica” in un mercato “fortemente condizionato da illegalità diffusa”.
Dal 2019 era arrivato al timone della società Christophe Boustouller come indice di discontinuità, mentre dal 2022 il gigante francese è diventato anche sponsor della Ferrari e supporto dei suoi trasporti nel circuito della Formula Uno, per sostenere un'immagine di marchio “premium” globale e all'avanguardia. Ma come spesso accade dietro le immagini patinate si nasconde una realtà ben diversa. Secondo quanto emerso dalle indagini, nelle aziende coinvolte sarebbero state adottate pratiche irregolari finalizzate a ridurre il carico fiscale e contributivo. Tra i metodi contestati figurano: manipolazione delle buste paga; utilizzo di indennità di trasferta non dovute esenti da tassazione, ricorso al falso part-time, con turni reali di dieci o dodici ore e retribuzioni registrate per quattro o cinque ore, mancato versamento di IVA e contributi previdenziali.
La nuova indagine, come quella vecchia, ruota attorno a un meccanismo che la procura definisce “società serbatoio”, cioè cooperative, consorzi o microaziende a cui vengono subappaltate attività operative nei magazzini. Queste realtà, spesso composte da pochi addetti, prive di adeguata struttura organizzativa e finanziaria e caratterizzate da cicli di vita molto brevi, permetterebbero di rendere opaca la responsabilità lungo la filiera. Questi schemi consentirebbero alle imprese committenti coinvolte di ridurre drasticamente i costi del lavoro, generando margini economici rilevanti lungo la catena di subappalto.
Come dice un vecchio proverbio, “il lupo perde il pelo, ma non il vizio”. L'indagine del 2019 e quelle del 2026 confermano che si tratta di un vero e proprio sistema, molto esteso, tanto che la procura di Milano esclude si tratti di iniziative sporadiche di singoli manager. Le condotte contestate sarebbero espressione di una precisa strategia aziendale orientata alla massimizzazione del profitto attraverso l’evasione fiscale e la compressione del costo del lavoro. Alla società viene contestata la responsabilità amministrativa per non aver adottato modelli organizzativi idonei a prevenire i reati tributari commessi nel loro interesse e vantaggio.
Quest'ultima accusa è stata formulata grazie al nuovo approccio alle indagini degli investigatori, che nel passato partivano dalle cooperative e dalle imprese più piccole per risalire la filiera. Oggi le indagini partono direttamente dai grandi gruppi che beneficiano economicamente del sistema di subappalti, analizzando i flussi finanziari e la struttura contrattuale delle filiere. In questo contesto il sequestro preventivo rappresenta uno strumento previsto dal codice penale che consente di sottrarre alle aziende somme equivalenti ai presunti profitti ottenuti attraverso il mancato pagamento di imposte o contributi. La misura viene applicata prima dell’avvio del processo sulla base delle evidenze raccolte durante le indagini.
Nel caso specifico, quello che doveva essere “il volto nuovo” della società, l'AD Boustouller, è finito sotto inchiesta, mentre i decreti di sequestro preventivo d’urgenza, emessi il 27 febbraio 2026, ammontano a un valore complessivo di oltre 27 milioni di euro. Nel mirino dei pm Paolo Storari e Daniela Bartolucci finiscono Ceva Logistics Italia srl, con un sequestro che ammonta a 24.677.769,13 euro e Ceva Ground Logistics Italy S.p.A. (già Gefco Italia), il cui sequestro ammonta a 2.713.766,52 euro, somme ritenute profitto dell’illecito e finalizzate alla confisca.

1 aprile 2026