Il vertice del ministero della Giustizia a tavola nel ristorante dei Senese
Delmastro (FdI) in affari col boss camorrista
Il nero curriculum dell'ex sottosegretario costretto a dimettersi

Andrea Delmastro, l'ormai ex sottosegretario alla giustizia di FdI del governo Meloni, defenestrato dal governo insieme alla Bartolozzi e alla ministra Santanchè dopo la schiacciante vittoria del NO al referendum, era socio dell’erede del prestanome del boss Senese, ma "a sua insaputa".
Ha sostenuto di non aver avuto mai idea del fatto che Miriam Caroccia fosse la figlia di Mauro Caroccia, condannato per intestazione fittizia di beni con l’aggravante mafiosa a quattro anni di carcere.
Attualmente detenuto, Caroccia senior è un prestanome del clan di Michele Senese, detto ’O Pazzo, il più spietato di Roma.
Senese, classe 1957, camorrista originario di Afragola (Napoli) viene inviato appena ventiduenne a Roma da Carmine Alfieri, per assolvere al compito, per conto della Nuova Famiglia, di muovere guerra e dare la caccia ai cutoliani presenti nella città. A Roma Senese, caldeggiato dal clan Moccia, inizia ad imporsi come un vero e proprio boss, fondando un'associazione criminale dedita principalmente al traffico di sostanze stupefacenti e un crescente impero criminale, stringendo alleanze con altre organizzazioni come la Banda della Magliana, il clan Pagnozzi, i Fasciani e i Casamonica, stringendo un solido legame con Massimo Carminati e altri clan camorristici e cosche mafiose, fino ad arrivare a controllare lo spaccio di droga in diversi quartieri di Roma, come San Basilio, Cinecittà, Tor Bella Monaca, Tuscolano e Tiburtino, tramite gruppi associati.
Un legame fondamentale visto che, come ha svelato Il Fatto Quotidiano , la giovane Caroccia è amministratrice unica e socia di maggioranza della società "Le 5 Forchette srl", con sede a Biella, patria di Delmastro.
Fino a poche settimane fa il sottosegretario aveva il 25% della società, mentre un 5% a testa lo avevano politici di primo piano di FdI in Piemonte: il segretario provinciale e assessore a Biella Cristiano Franceschini, il consigliere regionale Davide Eugenio Zappalà, la vicepresidente del Piemonte Elena Chiorino che si è dimessa per lo scandalo e viene sostituita come vicepresidente dal putiniano di FdI Maurizio Marrone. Il 10% delle quote era invece di Donatella Pelle, moglie di Domenico Monteleone, avvocato indicato come vicino a Delmastro.
Dopo che era sta resa pibblica la vicenda, Delmastro ha cercato di minimizzare: “Si tratta di una società con una ragazza non imputata e non indagata, che poi si scopre essere figlia di; nel momento in cui si scopre, immediatamente, per rigore etico e morale che mi contraddistingue su questa battaglia, mi sono tolto dalla società”.
Ma le cose non stanno così. Miriam Caroccia non pare abbia avuto rapporti frequenti con Delmastro, anche se stando all’atto notarile, abbiano firmato insieme a Biella la costituzione della srl. Risulta invece che il sottosegretario si è recato nel ristorante Bisteccheria d’italia, di proprietà della società e sito in Roma in via Tuscolana 452, in almeno un’occasione. Eppure la ormai ex socia, a quanto ricostruito dal "Fatto", non lo riconosce. A dirgli che al tavolo del suo ristorante c’è il suo socio è infatti suo padre Mauro, che in quel momento era ancora a piede libero e gestiva la bisteccheria. Sui social è Mauro Caroccia a sponsorizzare il locale romano cioè dove è ubicata “l’unità locale” indicata negli atti della società “Le 5 Forchette”, di cui Delmastro aveva il 25% delle quote.
Per non sapere tutto questo, il sottosegretario dovrebbe non aver mai visto un solo video di promozione del ristorante collegato alla sua società. Ma è possibile che Delmastro ignorasse l’identità del padre di Miriam cioè il vero gestore del ristorante? Difficile da credere. Resta da capire che cosa abbia portato un sottosegretario alla Giustizia, di professione penalista, piemontese, a entrare in società con una ragazza romana che aveva appena 18 anni all’epoca della creazione della srl. E resta da capire chi ha messo in contatto Delmastro (e gli altri politici piemontesi) con l’ultima dei Caroccia, maggiorenne da pochi mesi. Chi conduce la diciottenne romana allo stesso tavolo dei quattro, quando il 16 dicembre 2024 la società viene costituita nello studio del notaio Carlo Scola a Biella? “Caroccia? Mi ricordo, è comparsa personalmente”, dice al "Fatto" il notaio Scola, che ha curato pure altri affari di Delmastro.
Sono diverse le foto scattate nella "Bisteccheria d’Italia" a Roma, oltre a quella che ritrae Delmastro abbracciato a Caroccia è emerso uno scatto che ritrae il sottosegretario a cena nella bisteccheria, sigaretta in bocca ed espressione sorridente, con un gruppo di persone. Tra loro è ben visibile Giusi Bartolozzi, ex braccio destro del ministro Nordio, nota alle cronache per altre faccende quali il caso Almasri o la magistratura definita durante la campagna per il Sì "plotone d’esecuzione..“Così ci togliamo di mezzo la magistratura”. La fotografia è stata pubblicata da Il Fatto quotidiano e risale al 3 giugno 2025, quando ancora quindi il sottosegretario deteneva le proprie quote, vendute lo scorso novembre poi a una società fondata da lui stesso.
Da quel momento in poi, ha detto Delmastro, non avrebbe avuto più niente a che fare con il locale, ma il Domani ha però pubblicato una foto dello scorso gennaio, all'inizio della campagna referendaria, in cui il sottosegretario si trovava nel ristorante per una cena con la polizia penitenziaria. Lo scatto è sul profilo Facebook di Raffaele Tuttolomondo, sindacalista del corpo e molto vicino a Delmastro, postato lo scorso 30 gennaio. Quando il legame, a detta del sottosegretario, era già stato reciso.
La Meloni e i vertici di FdI lo hanno difeso a spada tratta per settimane: "Gli italiani valuteranno se c’è stata una manina che ha tirato fuori la cosa peggiore sul governo negli ultimi giorni di campagna referendaria" ha affermato la ducessa prima dell'esito referendario che lo ha convinta a dimissionarlo. Secondo il racconto di alcune delle persone che erano presenti nella bisteccheria: “Quelle cene non erano soltanto occasioni conviviali. Erano molto di più. Quegli incontri sono stati decisivi per definire rapporti, legami, gerarchie interne. In quelle occasioni, e sono state tante, si prendevano decisioni ‘strategiche’”... “Intorno a quel tavolo si definì come dovessero essere assegnati i direttori generali. Tra le altre nomine si parlò della carriera di Giacinto Siciliano, con un passato da direttore del carcere di Biella, città di Delmastro, che diventa Provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria per Lazio, Abruzzo e Molise; Carlo Berdini invece è stato scelto per diventare responsabile per la Campania e Mario Antonio Galati è andato a guidare Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. Alla Bisteccheria si è parlato anche di Massimo Parisi che ha ottenuto il ruolo chiave di vicecapo del Dap”. Qui è interessante confrontare la data della fotografia, il 3 giugno, con una nomina estremamente pesante per il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria; quella, appunto, di Parisi che risale al giugno 2025.
Mauro e Miriam Caroccia sono accusati di aver “trasferito e reinvestito” nella società di cui è stato azionista Andrea Delmastro i proventi delle attività illecite del clanSenese. Le ipotesi di reato contestate dalla procura di Roma, sono riciclaggio e intestazione fittizia dei beni.
Andrea Delmastro Delle Vedove, detto “Satanasso” per via del carattere incendiario, è nato nell’anno 1976 a Gattinara, Vercelli, viene dalla Fiamma tricolore del Movimento sociale, come il padre Sandro, deputato missino negli anni '90. Studia a Biella e a Torino, si laurea in Giurisprudenza. Inizia una carriera da avvocato penalista. Le cronache lo segnalano per un rogo di “libri di sinistra” davanti al liceo classico di Biella. Per zuffe ricorrenti contro le "zecche rosse". Per un convegno intitolato “Mussolini uomo di pace”. Folgorato dall’ascesa di Giorgia Meloni, entra a Montecitorio nel 2018: “Porto in Parlamento l’anima profonda del popolo italiano”. Diventa sottosegretario e avendo la delega alle carceri, si vanta di occuparsi solo del benessere della polizia penitenziaria. Non riconosce il reato di tortura, né l’evidenza dei pestaggi in carcere. Al punto da chiedere in Parlamento l’encomio solenne per gli agenti di custodia indagati per avere massacrato i detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, quando le immagini del pestaggio erano ormai diventate scandalo pubblico e nazionale, una vergogna per tutti, tranne che per lui. Famigerato il suo odio per i detenuti che gli fanno provare “una intima gioia”, quando li vede “soffocare dentro ai cellulari” in transito. A Del Mastro in gioventù, a Biella, gli andò bene una faccenda di guida in stato di ebbrezza, reato estinto. Gli andò bene – alla fine di un comizio del Fronte della gioventù – la brutta storia di una rissa e di un senzatetto finito all’ospedale con la mandibola rotta. Gli andò bene persino quella grottesca vicenda degli spari a Capodanno 2025, coinvolti nelle indagini lui, il suo caposcorta e quel tale Pozzolo Emanuele, deputato di FDI e ora con Vannacci, che andava in giro con una mini-pistola carica per farla vedere ai camerati, fino a che un colpo accidentale non è andato a conficcarsi nella coscia di uno dei commensali, senza che nessuno dei coinvolti ammettesse il misfatto, rimpallandoselo tra loro fra una bugia e l'altra.
Per non dire della condanna, in primo grado, incassata lo scorso anno per avere rivelato documenti coperti da segreto sul caso dell’anarchico Cospito detenuto al 41-bis a Giovanni Donzelli, che se li è poi rivenduti in Parlamento per accusare le opposizioni di intendersela con l’anarchico e addirittura con la mafia.
La procura di Roma aveva aperto un’inchiesta per stabilire se Delmastro, condividendo quelle informazioni, avesse violato la segretezza di alcuni documenti riservati. Nel novembre del 2023 Delmastro era stato rinviato a giudizio e poi condannato a febbraio del 2025 nel processo di primo grado a otto mesi di carcere, con pena sospesa. Il procedimento è attualmente in fase di appello. La ducessa Giorgia Meloni aveva commentato la notizia della condanna dicendosi "sconcertata" e aggiungendo che "il sottosegretario Delmastro" sarebbe "rimasto al suo posto".
Inverosimili fin dal primo istante sono apparse le giustificazioni di Delmastro sul clan Senese. Troppo persino per Palazzo Chigi, Meloni, Fazzolari, Mantovano, i quali, travolti dal referendum, lo hanno dimissionato dal governo insieme a Bartolozzi e Santanchè. Viene spontaneo chiedersi cosa sarebbe accaduto invece nel caso di una sciagurata vittoria del Si.
Ennesimo spaccato del marciume delle forze politiche borghesi, in particolare del partito di Mussolini in gonnella e quindi del carattere filomafioso di questo governo neofascista, ormai evidente a tutti.
Meloni va buttata giù con la lotta di piazza, prima che possa fare altri gravi danni alle masse popolari e al Paese.
 
1 aprile 2026