Accolto il ricorso presentato dall’Unione sindacale di base (Usb)
Italia condannata dal Comitato europeo diritti sociali per le restrizioni del diritto di sciopero

Che il diritto di sciopero in Italia fosse limitato lo sapevamo già. Adesso c'è anche la condanna del Ceds, Comitato Europeo dei Diritti Sociali, organo del Consiglio d'Europa, che vigila sul rispetto della Carta sociale europea, un trattato internazionale in vigore da 60 anni vincolante anche per il nostro Paese. La decisione è stata adottata nel settembre scorso, ma è stata resa pubblica solo di recente. Accoglie un ricorso presentato dall’Unione sindacale di base (Usb) e individua tre violazioni principali nella normativa interna, in particolare nella legge 146/1990, che disciplina gli scioperi nei servizi pubblici essenziali.
In particolare il Ceds si è espresso, censurandole, sulle seguenti violazioni denunciate da Usb: impropria estensione della qualifica di "servizi essenziali" a settori lavorativi che non ne erogano; introduzione dell'obbligo di indicare la durata dello sciopero e la sua conclusione; previsione della "rarefazione oggettiva" tra uno sciopero e l'altro e individuazione di periodi di esclusione dallo sciopero. Vengono così demoliti tre pilastri della legge 146 che hanno fortemente indebolito il diritto di sciopero negli ultimi trentacinque anni. Una legge che ebbe il nulla osta da Cgil, Cisl e Uil. D'altronde i sindacati confederali ancor prima della sua approvazione, avevano già scritto e messo in pratica un codice di autoregolamentazione a cui poi si sono ispirate le norme che limitano gli scioperi nei “Servizi essenziali”.
Li abbiamo messi tra virgolette perché lo stesso Ceds accusa il governo in carica (ma anche quelli precedenti) di estendere a proprio piacimento le restrizioni anche a servizi che essenziali non lo sono, finendo per ridurre ingiustificatamente il diritto di sciopero di molti lavoratori. Nel tempo, infatti, la normativa italiana e l’interpretazione della Commissione di garanzia hanno compreso ambiti molto diversi tra loro, come: mense scolastiche, trasporti non sempre indispensabili, musei o attività culturali, cure termali, taxi. Secondo il Ceds, questa impostazione è sbagliata: non tutto ciò che è pubblico è automaticamente essenziale. Per il Ceds le limitazioni allo sciopero dovrebbero riguardare soltanto attività la cui interruzione metterebbe concretamente a rischio diritti fondamentali dei cittadini, come salute e sicurezza.
Un altro richiamo riguarda l'obbligo di annunciare la durata dello sciopero, con dichiarazioni di almeno 10 giorni di anticipo. Senza dimenticare che, al contrario di tanti altri paesi, gli scioperi in Italia possono al massimo durare solo un giorno. Secondo il Comitato, questa regola indebolisce l’efficacia stessa dell’azione dello sciopero. Infatti, sapere in anticipo quanto durerà l’astensione consente ad aziende e datori di lavoro, o alle autorità, di: organizzarsi per ridurre al minimo l’impatto; limitare il disagio e modulare la risposta; neutralizzare, di fatto, la pressione sindacale.
Infine c'è la terza violazione individuata dal Ceds, che riguarda le cosiddette “franchigie” e la “rarefazione” degli scioperi. Ci si riferisce: ai divieti di sciopero in determinati periodi (festività, vacanze, eventi pubblici); all’obbligo di distanziare nel tempo le agitazioni. Su questo punto, quello della rarefazione, la complicità dei sindacati confederali è sempre stata completa, tanto che, in nome della concertazione con governo e padroni, alcuni contratti nazionali del settore privato (che non hanno niente a che fare con i servizi essenziali) prevedono norme simili, comprese le sanzioni per i sindacati che non le rispettano. Questi vincoli, secondo il Ceds, diventano sproporzionati se e quando applicati a settori che non sono realmente essenziali.
Ma nel mirino della decisione europea, finisce anche la Commissione di garanzia sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali. Questa autorità amministrativa in teoria indipendente, avrebbe il ruolo di vigilare sul bilanciamento tra esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali, e gli altri diritti della persona. Ebbene, pur avendo a disposizione una legge molto restrittiva, criticata e combattuta da molti sindacati, la Commissione è stata accusata dal Ceds di aver interpretato la normativa in modo da comprimere eccessivamente il diritto allo sciopero. In particolare, negli ultimi anni, sono stati segnalati: richiami e limitazioni agli scioperi generali; interventi contro sindacati di base; blocchi di scioperi legati a eventi specifici (anche locali).
Ovviamente le condanne del Ceds investono in pieno il governo neofascista della Meloni. Questo esecutivo, a partire dal Mussolini in gonnella, i suoi ministri, sottosegretari, esponenti della maggioranza, invocano in continuazione ulteriori misure per limitare il diritto di sciopero, attaccano le mobilitazioni, i sindacati e i lavoratori, emettono ordinanze di precettazione, attizzano la Commissione di garanzia ad emettere multe e sanzioni ai sindacati, quando persino una istituzione della Commissione Europea accusa l'Italia di aver creato creato un sistema in cui scioperare è sempre più difficile, riducendo fortemente la libertà sindacale.
Intanto, all'atto pratico cosa cambia? La decisione del Ceds non annulla automaticamente la legge italiana, ma produce effetti importanti. In sostanza: c’è un obbligo politico e giuridico di adeguamento da parte del Parlamento, che dovrà intervenire per correggere le norme incompatibili con la Carta sociale europea; se il legislatore non agirà, i giudici potranno utilizzare questa decisione per interpretare le norme in modo più favorevole ai lavoratori. È già successo quando il Ceds intervenne censurando il Jobs Act, ritenendo insufficienti le tutele in caso di licenziamento illegittimo. Su quella base diversi giudici del lavoro hanno sollevato la questione, portandola innanzi alla Corte costituzionale. Il risultato è che, in seguito, alcune norme sono state modificate o ridimensionate. Anche la Commissione di garanzia dovrà rivedere il proprio orientamento, alla luce dei rilievi del Ceds.
La questione però non deve rimanere chiusa all'interno di organismi europei, parlamento e giudici italiani. Si devono muovere anche i sindacati, e non soltanto quelli di base come già stanno facendo, ma anche la Cgil deve rispondere duramente e senza compromessi a questo ennesimo attacco del governo Meloni alle lavoratrici e ai lavoratori, e al tentativo di mettere un bavaglio ancora più stretto al diritto di sciopero.

1 aprile 2026