Altri successi militari della Resistenza ucraina in risposta ai criminali bombardamenti russi sui civili
Zelensky: “Riceveremo garanzie di sicurezza dagli Usa non prima del cessate il fuoco, non prima della fine della guerra, e dopo il ritiro delle nostre truppe dal Donbass”
Il nuovo Zar del Cremlino Putin per scongiurare il tracollo economico e finanziario della Russia chiede aiuto agli oligarchi per continuare la guerra d’aggressione
Continuano ad avere successo sul campo le operazioni militari ucraine contro l’aggressione nazizarista russa. Il 28 marzo militari ucraini, utilizzando missili “Flamingo”, hanno colpito lo stabilimento Promsintez a Chapayevsk, nella regione di Samara, in Russia. Samara si trova 1.200 chilometri a est di Kharkiv e 1.500 chilometri a est di Kiev. Secondo quanto riportato dallo Stato maggiore ucraino, questa azienda è specializzata nella produzione di componenti esplosivi utilizzati per equipaggiare munizioni, bombe, missili. L'impianto produce oltre 30 mila tonnellate di esplosivi militari all'anno. Il giorno prima droni ucraini hanno colpito nella notte una raffineria di petrolio nella città di Yaroslavl, nella Russia centrale. Lo riporta il canale di notizie Telegram Exilenova Plus, secondo cui è stata colpita la raffineria Slavneft-Yanos, una delle cinque più grandi della Russia, in grado di produrre oltre 15 milioni di tonnellate all'anno. La città di Yaroslavl si trova a circa 700 chilometri dal confine tra Ucraina e Russia e a circa 230 chilometri a nord-est di Mosca.
Intanto la guerra continua. Nei giorni scorsi, il Ministero della Difesa russo ha annunciato che le forze di Mosca hanno assunto il controllo del villaggio di Sheviakivka nella regione nord-orientale di Kharkiv, nell'Ucraina orientale. Una notizia che però non è stata confermata dall'esercito ucraino. Nel frattempo, un'unità delle forze d'assalto aereo di Kiev ha dichiarato di aver riconquistato un villaggio a sud nella regione di Dnipropetrovsk, in precedenza caduto sotto il controllo russo. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky ha poi rimarcato che “le forze ucraine hanno compiuto progressi nelle zone meridionali della linea del fronte” e “i paracadutisti di Kiev stanno respingendo le forze russe dal territorio”.
Ancora morti, feriti e distruzioni civili si sono contati anche nell’ultima settimana. Il 24 marzo è stato di almeno cinque morti il bilancio degli attacchi russi in Ucraina, dopo un massiccio bombardamento aereo notturno che ha colpito diverse regioni del Paese. Il 28 marzo le forze russe hanno lanciato nella notte un attacco con droni contro la città di Odessa, provocando un morto e 11 feriti, tra cui un bambino. I raid hanno preso di mira anche un quartiere residenziale e un reparto di maternità, come reso noto dall'amministrazione provinciale. "Nella notte di oggi, i russi hanno colpito massicciamente Odessa. Non c'era alcun senso militare, si trattava semplicemente di terrore contro la vita civile ordinaria", ha affermato il presidente ucraino Zelensky su Telegram.
Dal punto di vista diplomatico hanno tenuto banco le dichiarazioni di Zelensky del 25 marzo sul ruolo di “mediazione” degli USA. Gli Stati Uniti hanno subordinato la loro offerta di garanzie di sicurezza necessarie per un accordo di pace in Ucraina alla cessione da parte di Kiev dell'intera regione orientale del Donbass alla Russia, ha dichiarato il presidente ucraino in un'intervista a Reuters pubblicata sul sito web. "Gli americani sono pronti a finalizzare le garanzie ad alto livello non appena l'Ucraina sarà pronta a ritirarsi dal Donbass", ha affermato il leader di Kiev, avvertendo che un tale ritiro comprometterebbe la sicurezza sia dell'Ucraina sia, per estensione, dell'Europa.
"Gli Stati Uniti hanno detto a Zelensky che le garanzie di sicurezza dipendono dal ritiro dal Donbass? È una bugia. Mi dispiace che lo dica, perché sa che non è vero e non è ciò che gli è stato detto. Gli è stato detto l'ovvio, le garanzie di sicurezza entreranno in vigore solo dopo la fine della guerra, altrimenti ci si inserisce nella guerra", ha risposto piccato il segretario di Stato americano Marco Rubio ai giornalisti dopo il vertice dei ministri degli Esteri del G7 vicino a Parigi. "Quello che gli è stato detto chiaramente, e avrebbe dovuto capirlo, è che le garanzie di sicurezza arrivano solo dopo la fine della guerra", ha spiegato. "Ma questo non è legato al fatto che debba cedere territorio. Non so perché dica queste cose, semplicemente non sono vere… Abbiamo detto all'Ucraina cosa pretende la Russia. Non la stiamo sostenendo, lo abbiamo spiegato loro. È una loro scelta. Non spetta a noi decidere per loro. Non abbiamo mai detto che devono accettare o rifiutare", ha proseguito Rubio. "Il ruolo che abbiamo svolto è cercare di capire cosa vogliono entrambe le parti e vedere se possiamo trovare un terreno comune. La decisione finale spetta all'Ucraina. Se non vogliono prendere certe decisioni o fare certe concessioni, allora la guerra continua. Lo stesso vale per la Russia: se non vogliono fare certe concessioni all'Ucraina, allora la guerra continua".
Fatto sta che il Pentagono sta valutando la possibilità di dirottare verso il fronte mediorentale le forniture militari originariamente destinate all'Ucraina. Lo ha rivelato il Washington Post, sottolineando come la guerra contro l'Iran stia mettendo a dura prova le scorte di munizioni statunitensi, in particolare i missili intercettori per la difesa aerea necessari per contrastare l'offensiva della Repubblica Islamica. Il presidente Trump ha commentato le indiscrezioni confermando la mobilità degli arsenali americani nel mondo: "Abbiamo armi e munizioni ovunque, a volte le spostiamo da una parte all'altra. L'Ucraina non è la nostra guerra", ha dichiarato il dittatore di Washington, pur aggiungendo che risolvere il conflitto tra Putin e Zelensky sarebbe per lui "un grande onore".
Il 28 marzo il presidente ucraino Zelensky è tornato sull’argomento di fatto chiudendolo. "La maggior parte dell'iceberg non è visibile, ma credetemi, ne ho mostrato solo una piccola parte. Parlo in tutta franchezza… Si possono avere opinioni diverse al riguardo, ma tutti i segnali emersi durante l'intero processo negoziale indicano, e questa non è solo una mia analisi, ma mi sembra assolutamente corretta, che potremo ricevere garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti non prima del cessate il fuoco, non prima della fine della guerra, ma dopo il ritiro delle nostre truppe dal Donbass".
Intanto Putin avrebbe chiesto agli oligarchi russi di contribuire all'esiguo bilancio della difesa del Paese per proseguire la guerra di aggressione all’Ucraina. A riportarlo è il Financial Times
, citato dal quotidiano inglese Guardian
del 28 marzo, secondo cui almeno due uomini d'affari russi avrebbero comunicato al leader di Mosca la loro disponibilità a contribuire al bilancio della difesa. Come riferisce ancora il quotidiano britannico, Putin avrebbe intenzione di portare avanti il conflitto fino a quando non avrà messo le mani sulle aree della regione ucraina del Donbass che ancora non sono sotto il suo controllo. Nel frattempo, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato che la Russia contatterà gli Stati Uniti per un nuovo ciclo di colloqui su una soluzione di pace “non appena le condizioni lo consentiranno”.
Come riportato sempre dal Guardian, lo scorso anno la spesa per la difesa russa è aumentata del 42% raggiungendo i 13.100 miliardi di rubli (circa 139 miliardi di euro), mentre il Cremlino ha cercato di stabilizzare l'economia con la tassazione. Lo scorso gennaio, per esempio, la Russia ha aumentato l'Iva al 22% nel tentativo di raccogliere ulteriori 600 miliardi di rubli in tre anni dalle piccole e medie imprese. Ma il deficit di bilancio del Paese a gennaio e febbraio è cresciuto di oltre il 90% della cifra prevista per l'intero anno, a seguito delle sanzioni statunitensi che hanno costretto Mosca a vendere petrolio a prezzi molto scontati. Nei giorni scorsi, il ministro dell'Economia russo, Maxim Reshetnikov, ha dichiarato che il Cremlino “sta valutando un'ulteriore imposta sugli extraprofitti quest'anno se il rublo continuerà a indebolirsi”.
Le spese russe per la guerra d’aggressione all’Ucraina sono cresciute in questi anni al punto di costringere il Cremlino ad attingere dal Fondo Pensioni, diventato una sorta di salvadanaio per pagare le spese della guerra. La liquidità del fondo si sta assottigliando a ritmi incontrollati, nonostante gli aumenti delle tasse, perché lo Stato ha dovuto non solo finanziare interamente la macchina militare ma anche attutire le conseguenze delle storture economiche derivanti da guerra e sanzioni, un gioco che si sta rivelando insostenibile sul medio periodo. Secondo gli analisti persino russi, le riserve basteranno per ancora 12-15 mesi, cioè al massimo fino al 2027, termine oltre il quale la Russia potrebbe vedere concretizzarsi i rischi di collasso ormai sempre più evidenti.
L’alta inflazione e i tassi d’interesse folli stanno causando danni incalcolabili all’economia civile, con fallimenti a catena e nazionalizzazioni. La stretta economica ed il giro di vite sulle connessioni a Internet hanno generato una sensazione di sfiducia verso il sistema bancario e diffuso la paura di non poter effettuare pagamenti, visti i continui stop dei circuiti di carte elettroniche, con la conseguenza che sono in corso prelievi in massa dai conti correnti (20 miliardi di dollari solo a gennaio) con seri rischi di crisi di liquidità per gli istituti di credito, i quali sono già enormemente esposti soprattutto con l’industria bellica, avendo in pancia una massa enorme di crediti potenzialmente tossici. Non è un caso che la Banca Centrale russa in questa situazione abbia ormai iniziato anche a vendere l’oro delle riserve nazionali. Alcuni contano che la recente crisi iraniana ed il conseguente shock dei prezzi possa alleviare le pene economiche del Cremlino, ma la situazione non appare affatto semplice. Gli attacchi ucraini su raffinerie e hub petroliferi si sono fatti ormai precisi e sistematici. E se nel 2025 il conto per Mosca è stato di circa 13 miliardi, quello del 2026 rischia di essere infinitamente peggiore. Il recente colpo messo a segno a Ust-Luga ha dimezzato il volume di esportazioni nel baltico, con una perdita stimata di 2 milioni di barili al giorno, pari a circa 100 milioni di mancati introiti ogni 24 ore, cui si aggiungono quelli materiali delle esplosioni (che hanno coinvolto strutture non facilmente riparabili con le sanzioni vigenti e persino navi in fase di carico) e gli altri causati all’intera filiera visto che numerosi impianti di produzione e raffinazione si sono fermati o hanno dovuto rallentare le attività a causa dell’impossibilità di stoccare prodotti.
1 aprile 2026