Meloni non condanna l'aggressione di Usa e Israele all'Iran
I partiti del regime capitalista neofascista si accapigliano in parlamento in vista delle elezioni politiche del 2027
Schlein sdraiata sulla Costituzione borghese non chiede le dimissioni di Mussolini in gonnella
Trump rompe con Meloni dopo che costei ha dichiarato “inaccettabile” l'attacco del presidente degli Stati uniti al papa

Il 9 aprile Giorgia Meloni è andata in parlamento per la prevista “informativa urgente” chiesta dalle opposizioni sulla linea del governo per l'ultimo anno di legislatura, con particolare riferimento alle conseguenze politiche del terremoto referendario e alla guerra di Usa e Israele all'Iran e le sue gravi ripercussioni economiche.
Un passaggio obbligato, che nonostante la sberla ricevuta il 23 marzo e il sempre più imbarazzante e insostenibile sostegno al criminale di guerra Trump, la premier ha affrontato non sulla difensiva, ma ricorrendo a tutta la sua sicumera neofascista, respingendo ogni ipotesi di sue dimissioni, che “nemmeno l'opposizione invoca”, e rivendicando anzi la sconfitta del sì alla sua controriforma piduista e fascista della giustizia come “non la fine di un percorso, ma l'inizio di una nuova spinta” per il governo, arrivando a sentenziare che “un sì ti conferma, ma un no ti riaccende”. Così come ha riconfermato l'alleanza di ferro, “senza subalternità” e in nome dell'“unità dell'Occidente”, con il dittatore fascioimperialista. Per poi, già con i toni della campagna elettorale, magnificare le fantastiche “realizzazioni” del suo governo, che avrebbero “ridato credibilità internazionale e stabilità all'Italia”, e promettere che continuerà ad attuare il suo programma neofascista, “in ogni singolo giorno”, fino al “giudizio del popolo sovrano”.

“Il governo c'è” fino alla fine del mandato
La batosta referendaria? Colpa di una “grande polarizzazione” del voto e di un confronto “non sempre sul merito”. Ma comunque “la riforma della giustizia rimane una necessità”, e “il cantiere di quella riforma non deve essere abbandonato, come probabilmente qualcuno si augura”, ha sentenziato la premier in tono di rinnovata minaccia contro la magistratura. Alla quale, insiste, “spetta assicurare l'effettiva applicazione” delle leggi “scritte dalla politica”.
Quanto alle conseguenze politiche del voto, “non c'è alcuna ripartenza da fare” e “non servono nuove linee programmatiche”, né tanto meno dimissioni ed elezioni anticipate, che le “sarebbe convenuto sul piano tattico invocare”, essendo infatti “lo scenario che l'opposizione teme di più”: “Gli italiani sappiano che il Governo c'è, nel pieno delle sue funzioni, determinato a fare del suo meglio, ancora meglio, fino all'ultimo giorno del suo mandato, quando ancora una volta sarà nelle urne e non nel Palazzo che si farà un altro Governo. Non scapperemo, non indietreggeremo, non ci metteremo al riparo”, ha aggiunto con enfasi, arrivando a sostenere che le dimissioni forzate di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè, che “avevano lavorato bene”, le aveva chieste solo per non far perdere tempo al suo governo in “polemiche infinite”.

La guerra all'Iran e il rapporto con Trump
Nell'affrontare la spinosa questione della situazione internazionale e della “guerra in Iran” (non all'Iran, sic), “un'operazione militare (stessa formulazione di Putin) che l'Italia non ha condiviso” (né condannato), Mussolini in gonnella ha bruciato subito il terreno all'opposizione, ribadendo che la collocazione internazionale dell'Italia “non l'ha inventata questo governo, ma è la stessa da circa ottant'anni”, e che “la posizione italiana nella crisi iraniana è stata esattamente la stessa dei principali Paesi europei”. Dopodiché ha ammesso che “nel conflitto iniziato lo scorso 28 febbraio (non si sa da chi), siamo arrivati a un passo dal punto di non ritorno”, ma guardandosi bene dal precisare perché e a causa di chi: cioè della dichiarata e folle intenzione di Trump di “cancellare in una notte la civiltà dell'Iran”, contenente l'evidente e mostruosa minaccia dell'uso dell'atomica.
Non solo, quindi, evitando di condannare con nome e cognome gli aggressori dell'Iran, Trump e Netanyahu (mai nemmeno nominato), ma addirittura scaricando ogni responsabilità sul Paese aggredito e rivolgendogli esattamente gli ultimatum dei suoi due amici e alleati: la “cessazione degli attacchi verso i Paesi del Golfo”, la “rinuncia al proprio programma nucleare e alla costante minaccia nei confronti dei vicini regionali e oltre”, nonché il “pieno ripristino della libertà di circolazione nello Stretto di Hormuz, che non deve essere soggetta a nessuna forma di restrizione”. Anzi, ha rimarcato la premier neofascista con piglio marziale, “su questo punto (cioè la riapertura manu militari della via d'acqua) siamo già al lavoro con la coalizione per lo Stretto di Hormuz, promossa dal Regno Unito, alla quale partecipano oltre 30 Paesi”.
Quanto all'alleanza incrollabile con gli Usa, l'ha rivendicata con forza sostenendo che l'“Occidente poggia su due gambe, quella europea e quella nordamericana”, e che bisogna “lavorare per tenere insieme le due sponde dell'Atlantico e per rafforzare la Nato”; compito di cui lei si sente evidentemente investita sopra tutti, grazie al suo rapporto “privilegiato” col capo dell'Internazionale nera di cui anche lei fa orgogliosamente parte. Eppure è bastato che dichiarasse "inaccettabile" l'attacco del presidente degli Stati uniti al papa per scatenare l'ira del fascioimperiaslista Trump che in un'intervista al Corriere della Sera rompeva clamorosamente con la Meloni con queste parole: “Su di lei mi sbagliavo”. (A parte pubblichiamo l'intervista di Trump al Corriere )
Così come ha rivendicato il suo recente viaggio nei corrotti petro-Stati del Golfo, alleati di Usa e Israele nel volere la distruzione dell'Iran, ai quali ha “voluto esprimere loro la solidarietà e la vicinanza dell'Italia” (anche con l'invio di armamenti) e per “assicurare gli approvvigionamenti energetici indispensabili al nostro fabbisogno nazionale”. Ma anche, aggiungiamo noi, per gli investimenti dell'Eni e di altre aziende nazionali nel Golfo, sfruttando per prima a livello europeo la nuova situazione che si sta creando nella regione per far avanzare gli interessi espansionistici dell'imperialismo tricolore. In questo senso Meloni ha ragione di lamentarsi con l'opposizione, per aver ridotto invece la sua missione nel Golfo solo ad una “passerella o addirittura una fuga da presunti problemi di governo e della maggioranza”.

Il “mondo alla rovescia” di Meloni
Il resto del suo intervento è stato solo uno stucchevole elenco in chiave elettorale, di promesse realizzate e di brillanti successi del suo governo neofascista, talmente pieno di falsità e interpretazioni di comodo sulla reale situazione del Paese, da andare oltre a quanto ci aveva finora abituati: i conti dell'Italia sono “in ordine”, ed è tornata “attrattiva per gli investitori esteri”; l'economia “è solida” e il tasso di disoccupazione “ai minimi storici”; è “aumentato il lavoro stabile e diminuito il precariato”, mentre i salari “hanno ripreso a crescere”, è aumentato “il reddito disponibile delle famiglie” ed è diminuito il “rischio povertà o esclusione sociale”. E così via.
Ma non basta. Nel “mondo alla rovescia” di Meloni c'è ancora posto per altre promesse mirabolanti, come il fantomatico “piano casa” da 100 mila alloggi nei prossimi 10 anni, che sarà finalmente varato, “come da tradizione del governo”, in occasione del 1° Maggio, insieme a “ulteriori regole per combattere il lavoro povero”. E ovviamente, nell'interminabile elenco, non potevano mancare il “successo” nella lotta all'immigrazione, che adesso anche l'Europa ci copia, e la politica di “sicurezza”, una “priorità costante del nostro operato”, con l'esaltazione delle nuove norme penali sui rave party, i blocchi stradali, i Daspo, le occupazioni di case, le rivolte nelle carceri, il decreto Caivano, il fermo preventivo, e soprattutto gli sgomberi dei “centri sociali illegali e violenti”.
“Eppure, personalmente non sono soddisfatta dei risultati sulla sicurezza”, ha chiosato Mussolini in gonnella preannunciando ulteriori strette alla sua infame sicurezza fascistissima, che evidentemente intende completare in questa fine legislatura, insieme alla sua legge elettorale truffa, l'autonomia differenziata e gli altri punti del suo programma, per rafforzare il regime capitalista neofascista e per avvantaggiare il più possibile il suo partito e la coalizione della destra in vista delle elezioni politiche.

Partita la corsa al “premier” del campo largo
I leader dei partiti di opposizione, presenti al completo per l'occasione alla Camera, non le hanno risparmiato critiche e attacchi, sia per i contenuti che per i toni al solito strafottenti e di sfida del suo discorso, ma dando per scontata la sopravvivenza del governo per un altro anno e ciascuno badando più ad emergere sugli altri, nella già aperta competizione per la leadership del cosiddetto campo largo (PD, M5S, AVS, IV), che a cercare di metterla realmente in difficoltà, o addirittura esigerne le dimissioni. E, men che meno, a chiamare le masse a mandarla a casa con la mobilitazione di piazza.
Tutti i loro interventi, senza eccezione, sono stati di chiaro stampo elettorale, a cominciare da Elly Schlein, che proprio pochi giorni dopo ha rotto il riserbo dichiarando pubblicamente di essere “pronta a fare la premier”. Con il suo intervento completamente sdraiato sulla Costituzione borghese, più volte citata, non soltanto non ha chiesto le dimissioni della premier, ma addirittura l'ha rimproverata per aver sprecato “l'occasione storica di cambiare questo Paese”. “Di lei si ricorderà un'autonomia differenziata bocciata dalla Corte costituzionale, una riforma costituzionale bocciata dal voto popolare, un premierato proposto e poi abbandonato”, ha detto infatti quasi che ciò fosse un male per il Paese; finendo poi per concludere in chiave elettorale: “Ma non si preoccupi, toccherà a noi fare tutto questo, toccherà a noi costruire l'alternativa con gli alleati e tra le persone e riuscire finalmente ad attuare fino in fondo la Costituzione che avete provato a stravolgere”.
Anche il liberale trasformista Conte, ora in piena competizione con la segretaria del PD in vista delle primarie del campo largo, che aveva invocato appena profilatasi la vittoria del No, ha rinfacciato curiosamente a Meloni di non aver portato a compimento le riforme neofasciste che si era ripromessa: “Due numeretti: quattro anni, zero riforme”, ha esordito infatti nel suo intervento. “Gli italiani le hanno dato una sveglia, se ne renda conto”, ha detto mettendo ancora una volta il suo cappello sul voto dei giovani e degli astensionisti di sinistra che hanno determinato la vittoria referendaria: “La manderemo a casa con gli italiani, perché gli italiani non ne possono più delle sue menzogne”.

Distanziarsi dai partiti del regime capitalista neofascista
Stessa musica anche da parte del leader dei Verdi Bonelli, intervenuto per AVS, che ha esordito chiamando quello di Meloni “il discorso del suo declino”, essendo che “lei governa da quattro anni e non ha fatto assolutamente nulla”. Per poi chiudere anche lui dandole l'appuntamento elettorale al 2027: “Noi le diciamo, come Alleanza Verdi e Sinistra, che siamo pronti ad andare al voto, non abbiamo problemi. Abbiamo proposte; siamo pronti a governare l'Italia perché voi avete sfasciato l'Italia”.
E se il “centrista” Calenda gli ha fatto in controcanto, dicendo invece che “io non penso che il campo largo sia pronto a governare”, offrendo alla premier neofascista i suoi voti per continuare a governare fino alla fine del mandato, nell'“ora più buia che l'Europa e l'occidente abbiano affrontato”, il suo ex alleato e rivale Renzi, intervenendo al Senato, è stato lesto invece a cogliere l'occasione per imbucarsi nel campo largo, vestendo di nuovo i panni di chi fa i governi, dopo averli disfatti: “Nell'intervento di oggi - ha detto infatti l'ex premier - la presidente Meloni ha menato sulle opposizioni, perché si rende conto che se le opposizioni stanno insieme, magari scegliendo un leader o una leader alle primarie (per esempio la sua sponsorizzata come leader “anti-Meloni”, Silvia Salis, ndr) e con un progetto chiaro di futuro del Paese, lei alle prossime elezioni va a casa, con un "no" che altro che riaccenderla, la spegne!”.
A tutti questi politicanti borghesi neofascisti, liberali, riformisti, opportunisti, carrieristi e trasformisti, ben si attaglia questo passaggio dell'“Appello alle ragazze e ai ragazzi che lottano per cambiare l'Italia”, contenuto nell'editoriale di Giovanni Scuderi per il 49° Anniversario della fondazione del PMLI: “In vista delle prossime elezioni politiche, già le varie forze borghesi sono in gran movimento per riuscire ad accaparrarsi più posti possibili in parlamento, e magari nel governo, per gestire gli affari della classe dominante borghese e del capitalismo. Non seguitele, non agevolate i loro piani parlamentari e governativi col vostro voto. Anzi, prendetene le distanze col voto astensionista anticapitalista e antifascista, per il socialismo e, se volete per il PMLI ”.

15 aprile 2026