Carneficina nazisionista in Libano
Hezbollah: “la resistenza continuerà fino all'ultimo respiro”
L'annuncio del premier pachistano Shehbaz Sharif dell'8 aprile era chiaro, Iran e Usa insieme ai loro alleati hanno concordato un cessate il fuoco immediato ovunque, compreso il Libano. Il cessate il fuoco di due settimane non include il Libano, replicava il criminale Netanyahu formalmente assente al tavolo negoziale mentre spediva i soldati a colpire diverse città nel sud del vicino paese, abitazioni civili e ambulanze comprese. Era solo l'acconto del feroce attacco che di lì a pochi minuti i nazisionisti avrebbero scatenato in tutto il Libano. Una vera e propria carneficina pianificata da tempo, avallata a posteriori dal criminale Trump e dai più fedeli alleati come il governo della neofascista Meloni financo dopo che l'attacco sionista colpiva deliberatamente ancora una volta le forze Onu e una sede dell'esercito libanese.
Seguendo la criminale tecnica collaudata nel genocidio palestinese a Gaza, l'esercito aggressore avvisava gli abitanti della città di Tiro di “evacuare immediatamente le vostre case e spostatevi a nord del fiume Zahrani”, ben più a nord del fiume Litani preso dai sionisti come riferimento di confine dell'area da mettere sotto diretto controllo militare e dove sono rimasti ancora 150 mila libanesi. Ma il bersaglio dell'attacco nazisionista era tutto il paese con il criminlae Netanyahu che annunciava “oggi abbiamo inferto a Hezbollah il colpo più grande che abbia subito dai tempi dei cercapersone. Abbiamo attaccato 100 obiettivi in 10 minuti”, in particolare sulla periferia meridionale di Beirut dove i bimbardamenti hanno presi di mira quartieri densamente popolati come Bir Hassan, Haret Hreik, Chiah, Hay al-Sellom e al-Rihab, quartieri dove si erano rifugiati molti degli sfollati dal sud del paese. Il primo bilancio stilato dalla Protezione Civile libanese era di oltre 250 morti e più di 1.150 feriti in gran parte nella zona della capitale Beirut.
Il ministro della Difesa sionista Katz esultava, “abbiamo eliminato più di 200 terroristi di Hezbollah”, i media libanesi mettevano in rete notizie e immagini di intere famiglie spazzate via, di tanti civili massacrati. Per i nazisionisti tutti i palestinesi, bambini compresi, sono “terroristi”, parimenti i libanesi massacrati sono “terroristi di Hezbollah”.
L'11 aprile, a negoziato in corso a Islamabad tra Usa e Iran, sotto le bombe degli aggressori sionisti si registravano 97 morti e 133 feriti che portavano, secondo il ministero della Salute libanese, a un bilancio di oltre 2.000 morti, di cui 252 donne, 165 bambini e 87 operatori sanitari, e quasi 6.500 feriti dall'inizio della nuova agressione iniziata il 2 marzo.
Dopo la carneficina nazisionista dell'8 aprile le proteste contro il criminale Netanyahu crescevano, da quella della Spagna che definiva la strage in Libano un “inaccettabile disprezzo per la vita umana”, a Parigi col portavoce del ministero degli Esteri, Pascal Confavreux, che definiva "sproporzionati" i bombardamenti sul Libano e sosteneva che l'accordo di associazione fra l'Unione europea e Israele potrebbe essere "ridiscusso" alla luce della "gravità di quanto successo in Libano e vista la situazione in Cisgiordania”. La Spagna almeno ha già ritirato l'11 marzo la sua ambasciatrice a Tel Aviv, quella di Macron al momento la possiamo classificare come la solita dichiarazione di intenti che non avrà seguito. Sempre qualche cosa di più comunque della neofascista Meloni che nell'informativa in parlamento il 9 aprile sull'azione del governo, tenuta all'insegna del motto mussoliniano “noi tireremo dritto”, confermava il suo sostanziale appoggio ai criminali Trump e Netanyhau e avallava dopo il genocidio palestinese anche la carneficina nazisionista in Libano. Non erano le decine e decine di migliaia di palestinesi morti a Gaza e in Cisgiordania sotto le bombe sioniste e le migliaia di civili uccisi in Libano, compresi i cristiano maroniti del sud del paese una volta alleati dei sionisti, a metterla a disagio ma la cannonata deliberata degli aggressori sionisti sui mezzi italiani della forze Unifil, con una reazione in prima battuta affidata alla consueta telefonata piena di preoccupazione del ministro Tajani al collega a Tel Aviv. Accipicchia.
Anni luce lontani dalla contemporanea condanna del ministro della Difesa pachistano Khawaja Muhammad Asif con un post, cancellato dopo le proteste sioniste: “Israele è il male e una maledizione per l'umanità, mentre a Islamabad sono in corso colloqui di pace, in Libano si sta commettendo un genocidio. Cittadini innocenti vengono uccisi da Israele, prima a Gaza, poi in Iran e ora in Libano, lo spargimento di sangue continua senza sosta”. Che terminava con “spero e prego che coloro che hanno creato questo Stato sul suolo palestinese per sbarazzarsi degli ebrei europei, brucino all'inferno".
A fine giornata, dopo che Trump gli aveva chiesto di ridurre l'intensità degli attacchi in Libano almeno durante i negoziati con l'Iran, il criminale Netanyahu annunciava che “alla luce delle ripetute richieste del Libano di avviare negoziati diretti con Israele, ho dato istruzioni al gabinetto di avviare negoziati diretti con il Libano il prima possibile. I negoziati si concentreranno sul disarmo di Hezbollah e sull'instaurazione di relazioni pacifiche tra Israele e il Libano”. Ma questo non significa fine della guerra, puntualizzava il ministro della Difesa Katz, ossia dei massacri nazisionisti in Libano come puntualmente accadeva. Questo il pregresso dei negoziati diretti con Beirut in programma il 14 aprile al Dipartimento di Stato a Washington.
Il criminale Netanyahu non perde di vista il bersaglio iraniano affidato al momento alla gestione dell'alleato Trump e pensa intanto di arrivare al controllo diretto di una parte del Libano e portare a casa un altro pezzo del progetto biblico del Grande Israele. Poi si occuperà della rivale imperialista Turchia come metteva in evidenza il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan il 13 aprile, “la strategia politica israeliana è chiara e non riguarda solo il governo, ma anche l'opposizione. Sono incapaci di vivere senza un nemico e lo stato di guerra fa comodo a molte parti politiche, dopo l'Iran sarà la Turchia il prossimo Paese a finire nel mirino del linguaggio politico e retorico israeliano".
Intanto registriamo il bilancio al 10 aprile sulla guerra di resistenza all'invasione sionsta del segretario generale di Hezbollah, lo sceicco Naim Qassem, in una lettera al popolo libanese rilanciata dall'emittente Al Mayadeen, dove afferma che l'occupazione israeliana non è riuscita a raggiungere i suoi obiettivi militari.
Ha anzitutto sottolineato che le forze israeliane non sono state in grado di portare a termine l'invasione di terra annunciata più volte e ha dovuto modificare i propri obiettivi di guerra, dovendo affrontare le continue operazioni di resistenza su più fronti dove è stato colto di sorpresa dalle tattiche della resistenza, dalla flessibilità dei movimenti dei mujahidin e dalle loro capacità difensive.
“Il nemico ha commesso crimini sanguinosi a Beirut, nella periferia meridionale, nel sud, nella Bekaa, sul Monte Libano e ovunque, prendendo di mira i civili” ha denunciato Qassem ma nonostante settimane di escalation non è riuscito a fermare gli scontri a fuoco transfrontalieri e gli attacchi di droni e razzi sul suo territorio.
Ha elogiato la capacità di resistenza del popolo libanese anche negli aiuti dati agli sfollati, gli oltre un milione di sfollati su un popolazione di neanche sei milioni. Elogiava “i combattenti in prima linea che sono una barriera impenetrabile che ha infranto i sogni e le aspirazioni dei sionisti” e assicurava che “la resistenza continuerà fino all'ultimo respiro“ e che “i sacrifici ci rendono ancora più determinati a liberare la nostra patria e a difendere la nostra dignità”.
15 aprile 2026